Accessione Invertita


ACCESSIONE INVERTITA, OD OCCUPAZIONE ACQUISITIVA, OD OCCUPAZIONE APPROPRIATIVA




a cura di Ines Melloni



L'occupazione acquisita, occupazione appropriativa o anche accessione invertita è un fenomeno di creazione giurisprudenziale.

Con la sentenza 26 febbraio 1983 n. 1464, la Corte di Cassazione affermò che nell'ipotesi di occupazione illegittima di un bene di proprietà privata da parte della P.A. per la costruzione di un’opera pubblica, la radicale trasformazione del bene stesso da un lato comporta l'estinzione in quel momento del diritto di proprietà del privato e la contestuale acquisizione (a titolo originario) della proprietà in capo all’ente costruttore, dall’altro costituisce un illecito (istantaneo, sia pure con effetti permanenti), che abilita il privato a chiedere, nel termine prescrizionale di cinque anni dal momento della trasformazione del fondo, la condanna dell’ente medesimo a risarcire il danno derivante dalla perdita del diritto di proprietà.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione venivano altresì ad evidenziare la distinzione dell'occupazione acquisitiva dal fenomeno dell’apprensione sine titulo di un bene immobile altrui; venivano così tracciate le linee guida della distinzione tra occupazione acquisitiva che presuppone a monte una dichiarazione di pubblica utilità ed occupazione usurpativa.

L'applicazione dell’istituto dell'occupazione acquisitiva ha suscitato diverse problematiche.

Uno dei punti più controversi ha riguardato l'individuazione del momento in cui poteva dirsi realizzata l'irreversibile trasformazione del bene; secondo l'elaborazione giurisprudenziale della Cassazione è infatti la radicale trasformazione del fondo a comportare l'estinzione in quel momento del diritto di proprietà del privato.

Altro tema particolarmente dibattuto ha riguardato l'individuazione del “dies a quo” della prescrizione del risarcimento del danno. Il termine, dopo acceso dibattito, venne individuato nel momento in cui si realizzava l’effetto estintivo-acquisitivo e pertanto nel momento dell'irreversibile trasformazione del bene, ovvero, qualora quest’ultima si fosse realizzata nel corso della occupazione legittima, alla scadenza di questa ( cfr. ex multis Campania, Napoli n. 1095 del 4 marzo 2008; Tar Puglia, Lecce n. 662 del 3 marzo 2008; Tar Sicilia, Palermo n. 3345 del 10 dicembre 2007; CGA n. 722 del 4 settembre 2007; Tar Sicilia, Palermo n. 1143 del 19 aprile 2007; Cass. Sez. I Civ. n. 7981 del 30 marzo 2007; Cass. Sez. I Civ. n. 2824 del 8 febbraio 2006).

Altra problematica ha riguardato la giurisdizione ossia l'individuazione del giudice avente giurisdizione in materia di occupazione usurpativa ed acquisitiva, il che presupponeva la previa qualifica della fattispecie nell'uno o nell'altro senso.

Sul punto di giurisdizione noti sono i contrasti tra Corte di Cassazione e Consiglio di Stato; allo stato attuale la giurisdizione del G.A. in tema di risarcimento dei danni viene sempre più affermata in tutte le ipotesi di occupazione, indipendentemente dalla riconducibilità della stessa alla fattispecie di usurpativa o acquisitiva, purché i comportamenti causativi di danno ingiusto costituiscano esecuzione di atti o provvedimenti amministrativi (dichiarazione di P.U. e/o di indifferibilità e urgenza) e siano quindi riconducibili all’esercizio del pubblico potere dell’Amministrazione, secondo l’insegnamento della Corte Costituzionale (204/2004, 191/2006).

Altro profilo problematico ha riguardato il risarcimento del danno; la distinzione tra occupazione acquisitiva ed usurpativa assumeva sul punto una certa rilevanza considerato che all'occupazione acquisitiva, a differenza della ipotesi di occupazione usurpativa, non seguiva l’integrale ristoro del danno, bensì un risarcimento per la cui quantificazione (almeno fino alla data del 30 settembre 1996) si procedeva con gli stessi criteri (salvo alcuni correttivi) stabiliti per determinazione della indennità di esproprio (cfr. comma 7 bis introdotto nel testo dell’art. 5 bis L 359/1992 ad opera della L 662/1996 - Art. 3 - comma 65).

Sul tema occorre oggi fare i conti con la sentenza della Corte Cost. n. 349/2007 che ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 5 bis comma 7 bis del d.l. n. 333/1992 per contrasto con l'art. 117, primo comma, Cost., in quanto in contrasto con le norme internazionali convenzionali e, anzitutto, con l'art. 1 del Protocollo addizionale della CEDU, nell'interpretazione offertane dalla Corte europea.

La sentenza della Consulta non ha toccato anche l’art. 55 del TU che aveva recepito l’art. 5 bis comma 7 bis della normativa del 1992. La riformulazione dell'art. 55 è avvenuta ad opera del legislatore con la Legge n. 244/2007 art. 2, comma 90, (Legge finanziaria 2008), per il quale:

« Nel caso di utilizzazione di un suolo edificabile per scopi di pubblica utilità, in assenza del valido ed efficace provvedimento di esproprio alla data del 30 settembre 1996, il risarcimento del danno è liquidato in misura pari al valore venale del bene ».

E' così eliminata ogni distinzione in termini di risarcimento del danno: l'occupazione sine titulo del bene di proprietà privata obbligherà in ogni caso l'Amministrazione a corrispondere il valore venale del bene oltre interessi e rivalutazione sulla base della riconosciuta, da costante giurisprudenza, natura di debito di valore (Cfr. ex multis Cass. Sez. I n. 26908 del 10 novembre 2008; Cass. Sez. I n. 20980 del 1 agosto 2008; Cass. Sez. I n. 20350 del 23 luglio 2008; Cass. Sez. I n. 17941 del 26 giugno 2008; Cass. Sez I 17015 del 26 giugno 2008; Cass. Sez. I 12308 del 15 maggio 2008; Cass. SS.UU. n. 9841 del 24 aprile 2007).

La distinzione tra occupazione acquisitiva ed occupazione usurpativa sembra oggi avere perso rilevanza e la stessa sopravvivenza dell'istituto dell'occupazione acquisitiva è messo in discussione a seguito dell'entrata in vigore del Testo unico in materia di espropriazione per pubblica utilità di cui al D. P.R. 327/2001. Sotto la rubrica «utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di pubblico interesse », l’art. 43 del T.U. detta infatti regole specifiche destinate ad attribuire un nuovo assetto normativo alla vicenda, mentre l’art. 55 contempla la disciplina transitoria applicabile alle occupazioni senza titolo anteriori al 30 settembre 1996.

Sul punto assume rilevanza la problematica della retroattività dell’articolo 43. Al riguardo si registra un contrasto in giurisprudenza; la tesi della non retroattività è sostenuta principalmente dal giudice ordinario, che rivendica per il passato l'applicazione degli istituti da esso stesso creati, rappresentati dall'occupazione acquisitiva ed usurpativa (cfr. ex multis Corte di Cass. Sez. I civ. n. 21203 del 5 ottobre 2009; Corte di Cass. Sez. I civ. n. 23943 del 22 settembre 2008; Corte di Cass. Sez. I civ. n. 20543 del 28 luglio 2008; Corte di Cass. Sez. I civ. n.14049 del 28 maggio 2008), mentre la tesi della retroattività è sostenuta dalla prevalente giurisprudenza amministrativa (cfr. ex multis C.d.S. Sez. IV n. 3509 del 8 giugno 2009; C.d.S. Sez. IV n. 2420 del 21 aprile 2009; C.d.S. Sez. IV n.5984 del 4 dicembre 2008; C.d.S. Sez. IV n. 5856 del 27 novembre 2008; C.d. S. Sez. IV n.303 del 4 febbraio 2008; C.d.S. Ad. Plen. n. 2 del 29 aprile 2005).



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Esempi di giurisprudenza.



CASS 2115/1990: «« L'ENEL eccepiva l'incompetenza per materia della Corte adita, e nel merito contestava la fondatezza della domanda. Osservava che nella specie la servitù di elettrodotto era stata acquisita a titolo originario, giusta i principi dell'accessione invertita , risultando dagli atti di causa che il biennio di occupazione temporanea era venuto a scadere il 4 luglio 1976, senza che si fosse perfezionato il procedimento espropriativo, e che a tale data era già stato realizzato l'elettrodotto, risultando, quindi, del tutto irrilevante e privo di effetti giuridici il decreto costitutivo della servitù, spettando agli attori il diritto al risarcimento danni, soggetto a prescrizione quinquennale decorrente dalla suddetta scadenza del 4 luglio 1976. Il thema decidendum consisteva nella attribuzione del diritto al risarcimento dei danni, ma al riguardo non sussisteva la speciale competenza ratione materiae della Corte d'Appello ex art. 19 L. n. 865 del 1971. Comunque, in subordine, ove la Corte adita dovesse ritenere la propria competenza, la constatazione incidente tantum che il procedimento espropriativo era venuto meno, per effetto della verificatasi accessione invertita , e la correlativa inutilità del decreto prefettizio costitutivo della servitù, comportavano che dovesse pervenirsi alla reiezione della domanda di opposizione alla stima, essendo inconfigurabile la determinazione di una indennità cui gli attori non avevano diritto, non essendo più in corso un procedimento ablativo. (...)D'altra parte in tanto si ha diritto all'indennizzo in quanto la proprietà sia stata trasferita coattivamente secondo lo schema legale del procedimento ablativo. Ma nella specie il trasferimento si era effettuato secondo lo schema dell' accessione invertita e gli opponenti, nell'ambito del procedimento espropriativo, non potevano pretendere l'indennizzo.
Ha quindi errato la Corte d'Appello, ritenendo di potere conoscere nel merito l'opposizione alla stima, indipendentemente dalla irrilevanza o meno del decreto di espropriazione, in riferimento alla eventualmente già avvenuta destinazione irreversibile del fondo all'opera pubblica realizzata che non poteva, ad avviso dell'impugnata sentenza, essere accettata in sede di opposizione alla stima.
Ragionamento questo sicuramente contraddittorio perché da un lato si riconosce in principio che l'accertata irreversibilità avrebbe comportato il rigetto della domanda, e dall'altro si procede all'esame del merito dell'opposizione, prescindendo da tale accertamento, riconoscendone la fondatezza.
In verità, anche ammesso che l'esame della domanda di risarcimento a seguito di accessione invertita esuli dalla competenza della Corte d'appello, non si comprende come, a prescindere da tale accertamento, si possa emettere una pronuncia sulla misura dell'indennità espropriativa.
Non si sfugge, infatti, all'alternativa: o l'espropriato ha diritto all'indennità per essersi verificato ritualmente il trasferimento coattivo; oppure, essendosi verificata l'irreversibile trasformazione del fondo indipendentemente dal procedimento coattivo ha diritto (non all'indennità di espropriazione, ma) al risarcimento del danno.
I giudici napoletani, pur conoscendo la sentenza della cassazione n. 4313 del 1985, di cui addirittura riportano la massima in motivazione, non ne hanno colto la portata ai fini del decidere; ed anzi contraddittoriamente hanno preteso di trarne argomenti favorevoli alla loro tesi, che portava a prescindere dalla vicenda di accessione invertita pur rappresentata, conoscendo della opposizione alla stima senza previa verifica della fondatezza dell'assunto circa la denunciata operatività dell'accessione stessa.
Con il secondo motivo, denunciando la violazione dell'art. 295 in relazione all'art. 360 n. 3 C.P.C., nonché la violazione dell'art. 360 n. 5 C.P.C. (recte: il vizio di motivazione della sentenza, ai sensi dell'art. 360 n. 5 C.P.C.) si imputa alla sentenza di non aver disposto la sospensione necessaria del processo ai sensi dell'art. 295 CPC (che pure era stato invocato dalla difesa dell'ENEL).
In effetti se non si poteva conoscere del merito della opposizione alla stima senza avere previamente stabilito se la vicenda restava attratta nell'area risarcitoria per essersi verificata la trasformazione irreversibile del fondo con la correlativa operatività della accessione invertita e su tale domanda la competenza spettava (non più alla Corte d'Appello, ma) al tribunale, si sarebbe dovuto operare il coordinamento dei due giudizi, utilizzando lo strumento della sospensione necessaria, non potendosi dubitare della sussistenza di un nesso di pregiudizialità fra i due giudizi.
La Corte d'Appello ha prescisso dai rilievi che erano stati svolti al riguardo negli scritti difensivi dell'ENEL, e sotto questo profilo è incorsa nel vizio di difetto di motivazione.
Con il terzo motivo si denuncia la sentenza per violazione dell'art. 19 della L. 22 ottobre 1971 n. 865, in relazione all'art. 360 n. 3 C.P.C. nonché per contraddittorietà della motivazione.
Anche muovendo dall'esatto rilievo che la Corte d'Appello sia esclusivamente giudice dell'opposizione alla stima ciò non comporta che il giudizio debba limitarsi alla determinazione del quantum dell'indennità, occorrendo pur sempre previamente che il giudice adito verifichi la sussistenza dei presupposti dell'azione proposta, il primo dei quali è necessariamente l'esistenza di un diritto opposto, valido ed efficace.
In quest'ottica la Corte avrebbe dovuto procedere all'accertamento incidenter tantum della rilevanza o meno del decreto di asservimento per essere alla scadenza del periodo di occupazione legittima già intervenuta l'irreversibile trasformazione del fondo per la realizzazione dell'opera pubblica: circostanza questa assolutamente pacifica fra le parti.
Al riguardo appariva determinante l'orientamento della Corte di Cassazione (Cass. 5531-85) secondo cui il giudice dell'opposizione alla stima che non deve, nonostante l' accessione invertita e la tardiva emanazione del decreto di espropriazione, dismettere la propria competenza, ma è tenuto a procedere alla valutazione della proponibilità ed utilità dell'opposizione alla stima azionata davanti a lui alla stregua della indicata situazione.
La relativa indagine era essenziale perché la Corte, adita nel presupposto di una data situazione giuridica in capo all'attore (proprietario espropriato), potesse verificare l'esistenza dei presupposti dell'azione esercitata, da considerare insussistenti se, come si deduceva da parte dell'ENEL, si fossero effettivamente verificati i presupposti dell' accessione invertita per la trasformazione irreversibile del fondo.
Pur non essendo pendente controversia per il risarcimento dei danni e non essendosi trasformata ex se, per effetto della intervenuta emanazione del decreto, l'azione risarcitoria in azione di opposizione alla stima il giudice adito in opposizione avrebbe dovuto esaminare previamente la sussistenza del presupposti dell'azione.
Significativamente la Corte d'appello, a commento della decisione della Corte di Cassazione, richiamata la motivazione, ritiene di giungere a conclusioni ancora più estreme laddove si ipotizzava che l' accessione invertita avrebbe dovuto comportare il rigetto della domanda, poiché nel caso suddetto si sarebbe dovuto addirittura parlare di "improponibilità" della domanda per carenza di interesse ad agire, in conseguenza dell'avvenuto soddisfacimento del diritto al risarcimento dei danni (con riferimento alla situazione che era stata presa allora in esame). Tuttavia tale affermazione, sia pure nell'alternativa improponibilità - rigetto, non viene portata alle sue ovvie implicazioni; ed inopinatamente si perviene all'esame nel merito della domanda. (...)1. La fattispecie su cui la Sezione è chiamata a pronunciarsi tocca il problema dell'incidenza sull'opposizione alla stima per la determinazione dell'indennità di espropriazione (nella specie di asservimento di un fondo alla servitù di elettrodotto) della tardiva sopravvenienza del decreto che pronuncia l'espropriazione e fissa l'ammontare dell'indennizzo, depositato presso la cassa depositi e prestiti quando è decorso il periodo di occupazione legittima nel corso del quale l'opera pubblica è stata realizzata e magari è addirittura scaduto il termine prescrizionale quinquennale per l'azione risarcitoria a favore degli ex proprietari che hanno subito gli effetti dell' accessione invertita a seguito dell'irreversibile trasformazione del bene.
Dopo la presa di posizione di questa Corte di cassazione che ha razionalizzato l'intricata disciplina che si veniva a determinare a seguito del sistematico mancato rispetto nei termini nei procedimenti ablativi, si sono venuti formando indirizzi giurisprudenziali sufficientemente omogenei anche per le richiamate situazioni giuridiche.
In particolare è assolutamente pacifico che essendo la competenza estimatoria della Corte d'Appello ex art. 19 della legge n. 865 del 1971circoscritta alla problematica attinente alla esatta determinazione dell'indennità di espropriazione, ed occupazione illegittima, resta estranea ai suoi compiti la determinazione del risarcimento per il trasferimento della proprietà verificatosi al di fuori di canali del procedimento oblatorio, iniziato ma non portato tempestivamente a conclusione, essendo nel frattempo intervenuta l'irreversibile trasformazione del fondo. (Cass. n. 3201-88, n. 1480-87; n. 4208-85 ecc.).
Ed è altrettanto pacifico che i due fenomeni della determinazione della indennità di espropriazione e della liquidazione del risarcimento del danno non consentono alcuna osmosi processuale.
Proprio perché sopravvenuto nel corso del giudizio di responsabilità, quando già si è operata la trasformazione e si è verificato il passaggio di proprietà per accessione invertita , il decreto di espropriazione è privo di effetti non avendo più ragione di porsi l'indirizzo, peraltro dogmaticamente esposto a fondate critiche, che attribuiva al sopravvenire del decreto l'effetto di trasformare il giudizio di responsabilità in quello di opposizione alla stima.
Per converso se l'assoggettato a procedimento ablativo, nonostante l'irreversibile trasformazione, non si attivi, scaduti i termini di occupazione legittima, per far valere il proprio diritto al risarcimento, opponendosi, invece, al decreto di esproprio tardivamente ed inefficacemente intervenuto, nelle forme dell'art. 19 della legge n. 865 del 1971 citato, è certo che l'invocazione della accessione invertita non si riflette sulla competenza, proprio perché non è ipotizzabile la trasformazione dell'azione che resta ancorata ai parametri identificatori nel petitum e nella "causa petendi" prescelti dall'attore, sicché non appare producente eccepire, come è avvenuto in questo giudizio, l'incompetenza del giudice adito che resta radicata all'estimazione perseguita dall'attore, senza che valga a spostare la competenza stessa, l'eccezione del convenuto, attraverso una domanda riconvenzionale che non si collega alla domanda principale, ma vi si contrappone negando non già la competenza del giudice adito rispetto alla domanda attrice che puntualmente vi si attaglia, ma la fondatezza della pretesa in relazione al suo presupposto; la pretesa, cioè, ad una indennità di espropriazione da determinare nel suo giusto ammontare.
Se, dunque, l'espropriato, che nonostante la perdita del bene per atto illecito dell'amministrazione, essendo rimasto inerte nel far valere i suoi diritti per oltre un quinquennio, ha tutto l'interesse a coltivare l'azione di opposizione alla stima, per conseguire il "quid pluris" di una giusta indennità (e la sentenza impugnata ne offre la palmare riprova) l'ente espropriante ha interesse specularmente contrario a far valere l'illecito commesso (non vertendosi in ipotesi di illiceità rispetto alle quali "nemo auditur suam turpitudinem allegans"), perché se in astratto il ristoro del danno è più oneroso dell'indennizzo, sia pure rapportato al valore venale del bene, in relazione ai profili "valoristici" (e non meramente nominalistici) che vi ineriscono, in concreto tale interesse risulta evidente tutte le volte in cui, per essere decorso il termine prescrizionale, l'appropriazione del bene viene a risultare gratuita, come effetto della inerzia del danneggiato, comportate la impraticabilità anche dell'azione sussidiaria di arricchimento indebito.
Né tale risultato, obiettivamente ingiusto, può validamente indurre ad un ripensamento circa la correttezza della soluzione accolta, che nella sua globalità appare armonica e coerente (ed è stata come tale recentemente ribadita dalle Sezioni Unite di questa Corte.....), costituendo principio di civiltà giuridica l'istituto della prescrizione, e sembrando alla luce della Costituzione e della lettura che ne ha dato la Corte costituzionale pienamente congruo il termine quinquennale.
Sussiste il rammarico che in taluni casi, nel periodo di passaggio dal precedente orientamento giurisprudenziale a quelle radicato sulla nozione di accessione invertita , non essendo ancora chiara la strada da percorrere, non siano utilizzabili strumenti di salvaguardia, non potendo il giudice, così come il legislatore suole fare, dettare regole di diritto transitorio.
Ma il Collegio, non essendo prospettabili soluzioni giuridiche appaganti che consentano derogatoriamente di salvare situazioni sfociate in esiti oggettivamente ingiusti, deve limitarsi ad applicare la legge nella portata interpretativa che essa viene assumere, quale diritto giurisprudenziale vivente. Il nuovo indirizzo nel suo complesso - del resto - assicura alle parti che subiscono gli effetti dell' accessione invertita piena tutela risarcitoria più penetrante e reintegrativa del danno subito, rispetto alla corresponsione della indennità che, in principio, non si identifica con il valore venale del bene giusta il chiaro insegnamento della Corte Costituzionale, che l'inerzia del legislatore non ha tradotto a norme positive.
2. In una situazione siffatta, ferma restando la competenza della Corte d'Appello per la opposizione alla stima, è consentito al convenuto eccepire l'inconsistenza della pretesa indennitaria in difetto di presupposti dell'azione, dato che la giusta determinazione dell'indennità presuppone che l'attore abbia comunque diritto ad un ristoro patrimoniale di cui chiede la più conveniente determinazione; ed una indennità in tanto è configurabile in quanto si raccordi ad un procedimento oblatorio tuttora suscettibile di svolgimenti sino al suo esito, comportante, per effetto del trasferimento coattivo del bene, la corresponsione di tale indennizzo, quale compenso dell'ablazione formalizzata nel decreto espropriativo. Ma se l'ente espropriante ha già "aliunde", e sia pure attraverso la perpetrazione di un illecito, conseguito la proprietà del bene considerato, (per effetto dell' accessione invertita ) è di tutta evidenza che il decreto sopravvenuto, nella sua funzione tipica di realizzazione del trasferimento coattivo, è assolutamente un fuor d'opera poiché farebbe conseguire un diritto che già appartiene al patrimonio dell'apparente espropriante.
Ne consegue che risponde perfettamente ai principi pretendere che il giudice competente per l'opposizione alla stima, verifichi se il diritto all'indennità azionato spetti all'attore, accertando in via meramente incidentale, l'eventuale sopravvenienza dell' accessione invertita .
Solo se contemporaneamente di tale questione sia investito altro giudice (quello naturalmente competente secondo i principi generali a conoscere dell'azione di danno, ossia il tribunale) il coordinamento fra i due giudizi troverà soluzione nell'istituto della sospensione necessaria ex art. 295 c.p.c.; altrimenti il giudice (competente) adito non potrà sottrarsi al compito istituzionale di verificare la sussistenza dei presupposti dell'azione, postulando la valutazione della "giusta" indennità il previo accertamento che l'attore effettivamente avanti un diritto all'indennità il cui referente è rappresentato dal decreto espropriativo che ove sopravvenga in fattispecie di maturata accessione (invertita) è privo di effetti e quindi non vale a giustificare la pretesa, che, risultando infondata non può essere accolta, imponendosi al giudice la pronuncia di infondatezza (nel merito) e non di improponibilità, dato che nella prospettazione astratta la richiesta di una giusta indennità, correlata ad un decreto di espropriazione contenente una liquidazione ritenuta inappagante, realizza puntualmente i connotati dell'azione paralizzata nel merito della rilevazione della inefficacia del decreto medesimo.
Ritiene, cioè, il Collegio di confermare l'indirizzo giurisprudenziale che, in situazioni siffatte, alla constatazione che il decreto di espropriazione, posto a fondamento della opposizione alla stima relativamente alla quantificazione dell'indennizzo che consacra, sia privo di effetti ed irrilevante e debba essere pertanto disapplicato dal giudice ordinario della stessa dito, correla la pronuncia di infondatezza della domanda di chi agisce in opposizione alla stima, ponendo a fondamento della domanda il decreto suddetto, pretendendo di avere diritto ad una "maggiore indennità ". Se il diritto all'indennizzo, preteso in una certa, e più adeguata, misura non esiste affatto (e non importa la ragione che conduce il giudice a tale accertamento) non può essere riconosciuto all'attore il bene della vita preteso per una certa ragione giuridica, e quindi va emessa una pronuncia di rigetto, rispondendo alla corretta rilevazione dell'attuazione dell'ordinamento giuridico nel caso di specie, non già l'evidenziazione (comunque ulteriore rispetto a "petitum e causa petendi" dedotta in giudizio) di una pretesa carenza di interesse dell'attore, altrimenti soddisfatto (facendo dipendere la proponibilità dell'azione dell'"esito" di altro giudizio che l'attore potrebbe non volere proporre, o dall'avvenuta proposizione di esso), ma l'inesistenza del preciso e puntuale diritto, fatto valere in giudizio.
3. Alla stregua dei delineati principi, correlati ai motivi di censure dei quali si è dato ampiamente conto della narrazione che precede, appare evidente che il ricorso deve essere accolto nel suo nucleo centrale correlando il 1° e il 3° motivo fra loro, nella focalizzazione dell'esatto principio di diritto per cui, ferma la competenza all'opposizione alla stima, nonostante la tardività del decreto espropriativo sopravvenuto quando si era già verificata la trasformazione irreversibile del bene occupato a seguito della costruzione dell'opera pubblica, comportante il trasferimento del diritto di proprietà (o di quello reale limitato: nella specie di servitù), il giudice adito prima di procedere alla valutazione estimativa dell'indennità deve accertare i presupposti di esistenza del relativo preteso diritto anche d'ufficio, e comunque su sollecitazione del convenuto, stante l'interferenza fra l'opposizione alla stima e gli strumenti di possibile tutela offerti dall'ordinamento al soggetto che della accessione invertita abbia subito gli effetti, e che si pongono tutti in contrapposizione alternativa al diritto della indennità espropriativa. »»

CASS 21249/2008: «« Con il primo motivo, il C. denunzia la violazione e la falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione agli artt. 166, 167, 183 e 190 c.p.c.. Nel fondare la decisione sulla fattispecie dell' accessione invertita , il tribunale prima e la corte territoriale dopo hanno deciso in violazione del principio del contraddittorio.
Nella comparsa di costituzione e nel corso di tutto l'iter istruttorio del processo di primo grado il Comune di Orta Nova, premesso che nella specie si trattava di requisizione in uso, non aveva contrastato la domanda di restituzione della cava, contestando unicamente la misura dell'indennizzo e, solo in comparsa conclusionale, aveva richiamato l'istituto dell' accessione invertita .
Con il secondo motivo, il ricorrente denunzia la violazione e la falsa applicazione dell'art. 111 Cost., comma 6, e art. 24 Cost., comma 2, art. 132 c.p.c., n. 4 e "inesistente o insufficiente e erronea motivazione". In maniera apodittica e con argomentazioni da cui non è possibile ricostruire il percorso logico-giuridico seguito per arrivare al convincimento espresso, la corte territoriale ha ritenuto che il primo giudice aveva statuito sulla domanda di restituzione della cava.
Con il terzo motivo, il ricorrente denunzia la violazione e la falsa applicazione dell'art. 111 Cost., comma 6, e art. 132 c.p.c., n. 4 e "carente e erronea motivazione" su punto decisivo della controversia.
Erroneamente la corte barese ha inquadrato la fattispecie concreta nell'istituto dell' accessione invertita ; invero, nel caso in esame, anzichè un'occupazione in senso tecnico, vi è stato l'utilizzo, temporaneo e non preordinato ad alcuna espropriazione, di una depressione (cava) per lo sversamento dei rifiuti; analogamente, non vi è stato l'inizio di una procedura espropriativa, con la dichiarazione di pubblica utilità, nè, in relazione alla cava, la realizzazione di alcuna opera o manufatto, ma il semplice riempimento e l'abbandono del sito da parte del Comune, una volta cessata l'emergenza.
Con il quarto motivo, il ricorrente denunzia la violazione e la falsa applicazione della L. 20 marzo 1865, art. 7, n. 2248 e art. 112 c.p.c., oltre a "omessa, erronea e contraddittoria motivazione". Il provvedimento adottato dal sindaco ai sensi del D.P.R. n. 915 del 1982 costituì un caso di requisizione in uso, istituto opposto all'espropriazione e insuscettibile di sfociare nell' accessione invertita .
Con il quinto motivo, il ricorrente denunzia la violazione e la falsa applicazione dell'art. 115 c.p.c. e "carenza e contraddittorietà" della motivazione. Ravvisando acriticamente nella fattispecie l' accessione invertita , la corte territoriale, al pari del tribunale, non ha tenuto conto delle conclusioni del c.t.u. il quale, in risposta ai peraltro puntuali quesiti rivoltigli, aveva constatato le gravi carenze presenti nella discarica rispetto alle norme di sicurezza e salvaguardia ambientale, ritenendo di conseguenza decaduto il concetto di irreversibilità delle modifiche apportate al sito e possibile la derequisizione del bene.
Con il sesto motivo, il ricorrente denunzia la violazione e la falsa applicazione di una serie di norme del D.P.R. n. 915 del 1982 e del D.Lgs. n. 22 del 1997 e carenza di motivazione. La tesi della Corte d'appello di Bari per cui la restituzione della ex cava fu negata dal giudice di prime cure giacchè il C. aveva perso la proprietà della cava medesima, avendola la P.A. irreversibilmente trasformata in discarica pubblica e acquisita al suo patrimonio, contrasta con la normativa disciplinante la gestione dello smaltimento dei rifiuti, la creazione e l'esercizio di una discarica;
di vero, il sito in questione non ha mai posseduto i requisiti necessari per una discarica a carattere permanente nè ricevuto alcuna delle molteplici e complesse autorizzazioni previste per l'esercizio di una discarica con tali caratteristiche. L'attività di smaltimento dei rifiuti di Orta Nova nella ex cava requisita in uso era stata disposta ai sensi del D.P.R. n. 915 del 1982, art. 12, i cui presupposti sono l'eccezionalità e l'urgenza - laddove caratteristica precipua di una discarica pubblica è la permanenza e definitività - che legittimano la deroga alle disposizioni vigenti e, una volta cessati, implicano il ripristino della situazione quo ante.
Con il settimo motivo, il ricorrente denunzia la violazione del punto 4.2.2. lett. i) della Delib. del Comitato Interministeriale 27 luglio 1984 recante "disposizioni per la prima applicazione del D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915, art. 4 e del D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22, art. 17, nonchè dell'ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dip. della protezione civile del 22 marzo 2002 n. 3184 (in Gazz. Uff. 4.4 n. 79), oltre a "insufficiente, erronea e contraddittoria motivazione" su un punto decisivo della controversia.
In base al rubricato quadro normativo, una volta cessata l'esigenza impellente e transeunte, il Comune di Orta Nova avrebbe dovuto o provvedere direttamente alla bonifica della ex cava mediante rimozione dei rifiuti e smaltimento in discarica autorizzata, prima di restituire il sito al C., ovvero procedere alla restituzione della ex cava, fornendo allo stesso i mezzi finanziari per provvedere alla obbligatoria bonifica. L'assenza nella discarica delle opere indicate dal c.t.u. non poteva determinare l'acquisto della ex cava per accessione invertita . Per sua stessa definizione, un'opera pubblica deve costituire una utilità per la comunità. L'ex cava, essendo stata colmata di rifiuti, non presentava e non presenta più alcun interesse per la pubblica amministrazione, unicamente obbligata alla sua bonifica, e non può rappresentare o costituire un'opera pubblica, mancando il pubblico interesse. La bonifica si appalesa perfettamente compatibile con la restituzione della ex cava in favore del suo proprietario, stante la temporaneità e la eccezionalità ab origine del suo utilizzo. Vi è invece incompatibilità assoluta tra l'ex cava ormai divenuta discarica abusiva e l'asserita accessione invertita : è un controsenso logico e giuridico affermare che possa divenire o costituire opera pubblica un bene avente i caratteri della abusività, illegalità e inutilità.
Contrariamente a quanto opinato dalla corte, la mancanza delle opere indicate dal c.t.u. costituiva la prova concreta ed effettiva della verificazione di un danno ambientale.
Con l'ottavo motivo il ricorrente denunzia la violazione degli artt. 112, 115 e 116 c.p.c. nonchè errata e contraddittoria motivazione.
Perpetuando un errore commesso dal primo giudice, la corte ha omesso di considerare come dalle deduzioni contenute nella comparsa di costituzione e da vari documenti acquisiti al giudizio si evincesse che il Comune aveva riconosciuto ampiamente la temporaneità del possesso e manifestato inequivocamente l'animus derelinquendi la cava allo scadere del periodo indicato, ovverosia nel 1994, e la volontà di provvedere alla sua bonifica in vista della restituzione in favore del proprietario.
Con il nono motivo, il ricorrente denunzia erronea e contraddittoria motivazione sul punto della giurisdizione, rilevando che, diversamente dal precedente citato dalla corte nella fattispecie, l'ordinanza contigibile e urgente di requisizione recava il termine finale di efficacia coincidente con il "completo utilizzo" della discarica (settembre 1994), come accertato dal c.t.u..
Con il decimo motivo, il ricorrente denunzia la violazione dell'art. 112 c.p.c. per "omessa pronuncia e omessa motivazione" sulla domanda di condanna del Comune alla restituzione del bene nello stato di fatto e di diritto in cui si trovava al momento della requisizione e al pagamento delle spese occorrenti per la relativa bonifica come quantificate dall'ausiliare, nonchè sulle domande subordinate.
Il primo motivo è infondato.
Nella narrativa in fatto, la corte barese riferisce che il Comune resistette alla domanda di restituzione, chiedendone il rigetto. La circostanza è pacifica, poichè lo stesso C. nel ricorso in esame (vedi pag. 2, primo capoverso), nel rappresentare la vicenda processuale, specifica che, costituitosi in primo grado, "il convenuto contestava la fondatezza della pretesa, chiedendone il rigetto".
L'art. 190 c.p.c., comma 2, prescrivendo che le comparse conclusionali devono contenere le sole conclusioni già fissate dinanzi all'istruttore e il compiuto svolgimento delle ragioni di fatto e di diritto su cui esse si fondano, mira ad assicurare che non sia alterato, nella fase decisionale del procedimento, in pregiudizio dei diritti di difesa della controparte, l'ambito obiettivo della controversia, quale precisato nella fase istruttoria. Tale norma non impedisce, perciò, che la parte, senza apportare alcuna aggiunta o modifica alle già precisate conclusioni e, soprattutto, senza addurre nuovi fatti, esponga, nella comparsa conclusionale, una nuova ragione giustificativa della domanda o dell'eccezione rivolta al giudice adito, fondata su fatti in precedenza accertati o su acquisizioni processuali mai oggetto di contestazione tra le parti (cfr. Cass. n. 19894/2005).
Specularmente, va ricordato che il principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, fissato dall'art. 112 c.p.c. - implicante il divieto per il giudice di attribuire alla parte un bene non richiesto o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda - deve ritenersi violato ogniqualvolta il giudice, interferendo nel potere dispositivo delle parti, alteri alcuno degli elementi obiettivi di identificazione dell'azione (petitum e causa petendi), attribuendo o negando a uno dei contendenti un bene diverso da quello richiesto e non compreso, nemmeno implicitamente o virtualmente, nella domanda, ovvero, pur mantenendosi nell'ambito del petitum, rilevi d'ufficio un'eccezione in senso stretto che, in quanto diretta a impugnare il diritto fatto valere in giudizio dall'attore, può essere sollevata soltanto dall'interessato, oppure ponga a fondamento della decisione fatti e situazioni estranei alla materia del contendere, ossia non ritualmente acquisiti in giudizio come oggetto del contraddittorio e non tenuti in alcun conto dal primo giudice, introducendo per tale via nel processo un titolo (causa petendi) nuovo e diverso da quello enunciato dalla parte a sostegno della domanda; nulla osta, invece, a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base a una ricostruzione dei fatti (emersi in corso di causa) autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti, o all'applicazione di una norma giuridica diversa da quella invocata dall'istante (vedi Cass. nn. 2850/1973, 11455/1999, 14968/2000, 10542/2002, 3980/2004, 11455/2004, 6891/2005). La violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato non è, in sostanza, configurabile qualora il giudice, lasciando fermi il petitum e i fatti posti a giustificazione della domanda o dell'eccezione, abbia dato a questi ultimi una qualificazione giuridica diversa da quella loro attribuita dalla parte, purchè non ne derivino effetti giuridici diversi o più ampi di quelli cui tende la domanda.
Ne deriva che in tema di eccezione diretta - come nella specie - a resistere alla domanda di restituzione di un bene, il giudice del merito, una volta rispettati il petitum - nel senso di attribuire o negare il bene della vita oggetto della domanda - e la piattaforma fattuale delineatasi nel corso del giudizio, resta libero, nell'esercizio della sua potestas decidendi, di determinare le basi giuridiche e logiche della pronuncia, avvalendosi anche di considerazioni di diritto e di merito diverse da quelle all'uopo prospettategli, nonchè di ricercare e individuare la situazione legittimante o escludente il relativo diritto in capo all'attore. In sintesi, rientra tra i poteri ufficiosi del giudice identificare la fattispecie legale astratta all'interno della quale sussumere la fattispecie concreta, purchè rispetti il suolo probatorio costruito dalle parti.
Dalle fatte considerazioni discende il rigetto pure dell'ottavo motivo; anche qualora, nelle prime difese, avesse manifestato l'intendimento di derequisire il bene, nel prosieguo del processo il Comune ha abbandonato tale linea difensiva, deducendo la impossibilità di restituire comunque il bene al proprietario stante la sua irreversibile trasformazione in discarica di rifiuti solidi urbani (id est il fenomeno dell' accessione invertita ).
Assumono a questo punto carattere pregiudiziale, dal punto di vista logico, il terzo e il quarto motivo, del tutto sovrapponibili. Di essi va rilevata la infondatezza, anche se la motivazione della sentenza, conforme a diritto nel risultato finale, va integrata a norma dell'art. 384 c.p.c., comma 2, u.p..
E' necessario premettere come non sia controverso il fatto che l'occupazione di urgenza del terreno in questione non fu preceduta da alcun provvedimento che configurasse un'opera pubblica e dichiarasse la pubblica utilità dell'intervento, ma fu disposta dal sindaco di Orta Nova nell'esercizio dei poteri di requisizione previsto in generale dalla L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 7, all. E, per far fronte a una esigenza impellente, ma temporanea, che non richiedeva il più oneroso procedimento espropriativo.
Tuttavia, anche se non può parlarsi di occupazione acquisitiva o accessione invertita conseguente a provvedimento finalizzato all'esproprio, non v'ha dubbio che, essendovi stata occupazione d'urgenza, ugualmente, a seguito della irreversibile trasformazione della cava in discarica pubblica, vi sia stata comunque l'acquisizione dell'area, a titolo originario, alla mano pubblica.
Costituisce, infatti, principio acquisito dalla giurisprudenza di questa Corte che, una volta scaduto il termine della requisizione o venute meno le esigenze temporanee sottese al provvedimento, il proprietario dell'area requisita ha diritto alla sua restituzione o, quando ciò non sia possibile per la irreversibile trasformazione derivante da una diversa e indebita destinazione permanente, al risarcimento del danno conseguente alla perdita definitiva della sua proprietà, a nulla rilevando la successiva emanazione del decreto di esproprio intervenuta dopo la scadenza del termine di requisizione e dopo l'acquisto a titolo originario della proprietà del suolo da parte dell'occupante (cfr. Cass. nn. 9695/2000, 12649/1997, 5723/1997, 6880/1996). Quindi, l'acquisto della proprietà in capo alla pubblica amministrazione si verifica perchè la restituzione non è più giuridicamente possibile a causa della natura pubblica del nuovo bene, di cui solo l'ente pubblico occupante può essere titolare; e non già, all'inverso, nel senso che il bene non debba essere restituito perchè acquisito dalla pubblica amministrazione.
In altre parole, alla possibilità di reintegrare il privato nel dominio del bene si oppone la sua radicale trasformazione nell'opera pubblica realizzata.
In proposito è da osservare che tale principio si ricollega ad altro, affermato in tempi risalenti da questa Suprema Corte (cfr. sentt. nn. 2448/1960, 1352/1964, 1636/1964, 1676/1967, 5260/1977), in sintonia con autorevole dottrina e con l'orientamento del Consiglio di Stato (cfr. Sez. 5^ 24 giugno 1976, n. 938). Si è, infatti, sostenuto che i provvedimenti con i quali, per qualsiasi ragione di grave e urgente necessità pubblica, l'autorità amministrativa può disporre della proprietà privata ai sensi della L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 7, allegato E, sull'abolizione del contenzioso amministrativo e, in particolare, i provvedimenti di requisizione d'uso di immobili urbani sono da qualificare giuridicamente come occupazioni d'urgenza e trovano la loro disciplina normativa nella L. 25 giugno 1865, n. 2359, artt. 71 e segg., sulle espropriazioni per pubblica utilità. Trattasi, infatti, sia nell'ipotesi di cui al precitato art. 7, sia in quelle contemplate dal menzionato art. 71, di occupazioni urgenti di beni privati, imposte da ragioni imperiose di pubblica amministrazione. Pertanto, dato che nè la legge sul contenzioso amministrativo nè quella comunale e provinciale contengono norme per la disciplina di tali occupazioni, motivate da generiche ragioni d'urgenza, esse debbono intendersi regolate dagli art. 71, 72, 24 e segg. della legge sulle espropriazioni per pubblica utilità, che disciplinano particolari fattispecie d'occupazione d'urgenza. Se ne è intuitivamente dedotto dalla giurisprudenza citata per prima (sentt. nn. 9695/2000, 12649/1997, 5723/1997, 6880/1996) che provvedimenti di requisizione di immobili urbani in caso di gravi necessità pubbliche (motivate da generiche ragioni d'urgenza), se protratti oltre il termine ivi fissato o il venire meno dell'urgenza con contestuale irreversibile trasformazione, sono idonei a provocare il fenomeno dell' accessione invertita in maniera analoga a quella provocata dall'occupazione di urgenza di cui all'art. 71 citato.
Nella specie, dunque, alla luce dei cennati principi giurisprudenziali, scaduto il termine della occupazione disposta per una temporanea utilizzazione della cava e constatata la irreversibile trasformazione del bene stesso impiegato in funzione di una diversa e indebita destinazione permanente, il C. aveva diritto al solo risarcimento del danno conseguente alla perdita della proprietà dell'area acquisita a titolo originario dall'ente occupante e, quindi, non restituibile.
Segue nell'ordine logico l'esame del quinto motivo.
Che è anch'esso infondato.
In proposito va tenuto conto che la radicale trasformazione del fondo, con irreversibile destinazione ad opera pubblica, da cui deriva l'acquisto della relativa proprietà da parte dell'ente occupante, non comporta necessariamente un mutamento perpetuo e ineliminabile, non essendo il requisito della irreversibilità incompatibile con la possibilità di ripristinare l'originaria fisionomia del bene a mezzo di nuovi interventi eversivi (cfr. Cass. nn. 5166/1999, 12868/1993). Determinante per l'irreversibile destinazione del suolo occupato a finalità di interesse generale, appare la realizzazione di opere che abbiano trasformato fisicamente l'immobile occupato facendogli perdere i caratteri originari. La trasformazione del fondo privato con irreversibile destinazione all'opera pubblica, quale (ratione temporis consentito) modo di acquisto della proprietà a titolo originario, non presuppone, infatti, necessariamente una profonda modifica materiale del fondo, cioè l'assunzione di struttura, forme e consistenza diverse, essendo sufficiente la sola sua diversa collocazione nella realtà giuridica (vedi Cass. nn. 7532/1997, 12416/1995, 6388/1994), che trova la sua massima espressione nella sostituzione del fine pubblico a quello privato, indipendentemente dalle forme in concreto assunte dalla iniziativa della pubblica amministrazione.
Nella specie, attesa la ricostruzione del fatto operata dal giudice del merito, la irreversibile trasformazione si era concretizzata nella destinazione impressa dal Comune in modo duraturo e stabile alla cava, che aveva ormai privato definitivamente il proprietario del suo diritto dominicale, e cioè di tutte quelle facoltà di godimento e di utilizzazione che ne costituiscono il contenuto economico.
Il giudice a quo si è mosso nel solco dei cennati principi, peraltro espressamente richiamandoli in motivazione. L'accertato mutamento strutturale, non temporaneo nè contingente, seppure non necessariamente perpetuo e ineliminabile, della cava occupata, con la scomparsa della sua primigenia identità giuridica, confusasi strutturalmente e funzionalmente, senza più possibilità di distinzione, con quella della discarica pubblica, è sufficiente a configurare il concetto di irreversibilità delle modifiche apportate al sito, e simmetricamente il fenomeno dell' accessione invertita , null'altro essendo richiesto al riguardo. Per il resto, le critiche sono rivolte ad apprezzamenti di fatto che, in guanto sufficientemente motivati, si sottraggono al sindacato di legittimità.
Il sesto e il settimo motivo, congiuntamente esaminabili, sono inammissibili per un duplice ordine di ragioni.
La corte pugliese, con accertamento di fatto insindacabile in questa sede, ha in primo luogo rilevato che l'assenza nella discarica delle opere (recinzione, impermeabilizzazione del fondo, drenaggio, captazione gas) indicate dal consulente tecnico d'ufficio non precludeva l'acquisto per accessione invertita che del terreno occupato aveva conseguito il Comune nè costituiva prova della concreta ed effettiva verificazione di un danno ambientale. D'altra parte, l'intervento di bonifica e di ripristino ambientale non presuppone (nè importa come conseguenza) la restituzione del bene all'originario proprietario, trattandosi di bene del quale la p.a. aveva a suo tempo definitivamente acquisito la proprietà, sicchè a detti interventi avrebbe potuto in futuro attendere la stessa p.a..
Nel contrastare tali argomentazioni, le censure si risolvono nella prospettazione di un apprezzamento dei fatti e delle prove diverso da quello compiuto dalla corte territoriale, non consentita in sede di legittimità.
In secondo luogo, una volta accertata la perdita del diritto dominicale sulla cava per il fenomeno della accessione invertita , il ricorrente non ha interesse a far valere eventuali difetti strutturali, assenze di requisiti, difformità da norme di legge o carenze igie-niche nella discarica. E' di tutta evidenza, infatti, che di tali irregolarità, se sussistenti, risponderà direttamente il Comune, ormai proprietario della discarica pubblica.
Il secondo motivo e il primo profilo del decimo, parzialmente ripetitivi, sono infondati.
Di vero, è palese che, ravvisando nei fatti l'istituto dell' accessione invertita, il giudice del merito ha implicitamente deciso, negandola, sulla domanda di restituzione dell'ex cava. Ora, come è noto, non è configurabile il vizio di omessa pronuncia quando il rigetto di una domanda sia implicito nella costruzione logico-giuridica della sentenza, con la quale venga accolta una tesi incompatibile con tale domanda. Non sussiste omissione di pronuncia, dovendo invece ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto, quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con l'impostazione logico-giuridica della pronuncia. Il vizio di omessa pronunzia sussiste quando manchi la decisione su uno dei capi della domanda, autonomamente apprezzabile, ovverosia quando sia omesso il provvedimento indispensabile con riferimento al caso concreto. Pertanto, il vizio di omessa pronunzia può utilmente essere fatto valere solo con riguardo alla mancanza di una decisione da parte del giudice in ordine a una domanda, che richieda una pronuncia di accoglimento o di rigetto e va escluso ove ricorrano gli estremi di una reiezione implicita della domanda o di un suo assorbimento in altre statuizioni (Cass. nn. 10052/2006, 264/2006, 10001/2003, 3435/2001, 12984/1999). »»

CASS 415/2000: «« Il Tribunale di Napoli, con sentenza in data 16 giugno 1994, respinta la domanda di risoluzione del contratto, accoglieva per quanto di ragione la domanda attrice e riconosceva il diritto degli attori alla percezione dell'indennità di occupazione legittima e del risarcimento per accessione invertita , che liquidava cumulativamente in L. 328.891.400.
Avverso tale sentenza proponeva appello il Comune di Frattaminore, con riferimento alla parte della sentenza di primo grado che l'aveva condannato al pagamento del danno conseguente ad accessione invertita , assumendo che tale domanda non era mai stata avanzata dagli attori e che il giudice di primo grado non aveva preso in considerazione la proposta eccezione di prescrizione; lamentava altresì che la somma liquidata era eccessiva in relazione all'effettivo valore del bene, con riferimento all'epoca della costruzione della scuola.
Resistevano in giudizio Antonio, Elvira e Rosa Crispino nonché Carmela Liquori.
La Corte di Appello di Napoli, con sentenza in data 19 febbraio 1997, in parziale modifica della impugnata sentenza, dichiarava non dovuto il risarcimento danni per accessione invertita , per intervenuta prescrizione del relativo diritto.
Ricorrono per la cassazione della sentenza della Corte di Appello Antonio, Elvira e Rosa Crispino, nonché Carmela Liquori, con ricorso fondato su due motivi.
Resiste con controricorso il Comune di Frattaminore che propone altresì ricorso incidentale fondato su due motivi.

Motivi della decisione

Con il primo motivo i ricorrenti censurano l'impugnata sentenza, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e falsa applicazione degli artt. 938, 1043 e 2947 c.c. e in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5 per insufficiente motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia.
Rilevano infatti che la Corte di merito ha ritenuto che l'acquisto della proprietà del fondo da parte del Comune di Frattaminore fosse avvenuta per accessione invertita , applicando quindi alla richiesta di risarcimento, dedotta in giudizio dai ricorrenti, la prescrizione quinquennale, secondo il costante insegnamento giurisprudenziale, senza peraltro considerare che l' accessione invertita può concretizzarsi solo se sia preceduta da una valida dichiarazione di pubblica utilità.
Nella specie al contrario la dichiarazione di pubblica utilità era assolutamente priva di validità in quanto individuava, vincolandolo, un bene diverso da quello occupato ed utilizzato per la costruzione dell'opera pubblica.
Di conseguenza l'occupazione eseguita dal Comune di Frattaminore doveva e deve ritenersi priva di titolo per cui, non avendo l'Amministrazione attuato alcuna pubblica potestà, la sua condotta andava valutata alla stregua di un'attività meramente materiale, con le caratteristiche tipiche dell'illecito permanente.
La Corte di merito pertanto avrebbe dovuto respingere l'eccezione di prescrizione, essendo l'illecito perpetrato dall'Amministrazione ancora in atto.
Con il secondo motivo lamentano, in relazione all'art. 360, n. 5, c.p.c. omessa insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.
Con tale motivo in sostanza i ricorrenti ribadiscono i concetti in precedenza posti in evidenza, rilevando che il giudice di merito avrebbe dovuto desumere l'inesistenza della accessione invertita , proprio dalla copiosa documentazione versata in atti.
Il Comune di Frattaminore a sua volta, con il primo motivo del ricorso incidentale, in relazione all'art. 360, n. 5, c.p.c., denunzia l'omesso esame di un punto decisivo della controversia per non avere il giudice di secondo grado valutato l'istanza del Crispino che offriva un suolo diverso e la conseguente delibera della G.M. che accettava l'offerta, con incontro di atti che "testimonia la formazione di una volontà bilaterale sull'individuazione di una nuova area per l'esecuzione dell'opera".
Con il secondo motivo censura l'impugnata sentenza per violazione dell'art. 5-bis, L. 8 agosto 1992, n. 359 il cui n. 7-bis non è stato applicato dalla Corte di merito, all'atto della liquidazione dell'ammontare del risarcimento dovuto ai ricorrenti principali.
Preliminarmente va disposta la riunione dei procedimenti relativi al ricorso principale ed al ricorso incidentale.
Il ricorso principale è fondato e va pertanto accolto.
Invero riguardo ai due motivi posti a fondamento del ricorso che, stante la connessione esistente, possono essere unitariamente valutati, si osserva che il fenomeno dell'occupazione appropriativa o accessione invertita in virtù del quale la proprietà di un fondo si trasferisce all'espropriante, anche in difetto di pronunzia del decreto di espropriazione, postula sempre che sia stata ritualmente iniziata la procedura espropriativa, con valida dichiarazione di pubblica utilità, considerato che solo tale dichiarazione è idonea ad attribuire un vincolo di scopo all'attività di costruzione dell'opera e di manipolazione del fondo. (Cass., Sez. Un., 4 marzo 1997, n. 1907).
Consegue che l'esistenza di un vizio che non consenta di ricollegare alla dichiarazione di pubblica utilità l'occupazione e la manipolazione di un fondo, esclude o far venir meno il vincolo di scopo che solo giustifica l'ablazione del diritto di proprietà, a seguito della accessione invertita .
Suffraga tale conclusione l'esame comparato delle norme che regolano la procedura di espropriazione e la dichiarazione di pubblica utilità.
Dispongono infatti l'art. 1 della L. n. 2359 del 1865 che "l'espropriazione di beni immobili... per la esecuzione di opere di pubblica utilità non può aver luogo che con l'osservanza delle forme stabilite dalla presente legge" e l'art. 3 che "qualunque domanda che venga fatta da province, comuni... per ottenere la dichiarazione di pubblica utilità ...deve essere corredata di un piano di massima che contenga la descrizione dell'insieme delle opere e dei terreni che esse devono occupare".
Il successivo art. 16 stessa legge inoltre prevede che, pronunziata la dichiarazione di pubblica utilità, l'espropriante dovrà formare il piano particolareggiato di esecuzione "preso per norma il progetto di massima" previsto dall'art. 3.
Dal coordinamento delle riportate norme appare evidente che affinché la dichiarazione di pubblica utilità possa produrre l'effetto di subordinare l'interesse privato all'interesse pubblico, è indispensabile che l'opera pubblica venga edificata sull'area cui la dichiarazione di pubblica utilità deve necessariamente riferirsi, in base al piano di massima previsto dall'art. 3, dato che solo sussistendo tale collegamento si realizza il rispetto delle norme che regolano l'espropriazione, richiesto dall'art. 1, e si rende altresì possibile ai privati la tutela dei propri interessi, ai sensi dell'art. 5 stessa legge.
Qualora si volesse prescindere in via di ipotesi dall'indicato collegamento fra la dichiarazione di pubblica utilità, di cui all'art. 13, L. n. 2359 del 1865, ed il piano di massima, di cui all'art. 3, sarebbe poi impossibile procedere alla formazione del piano particolareggiato di esecuzione, previsto dall'art. 16 stessa legge, dato che tale piano va redatto dopo la dichiarazione di pubblica utilità, tenuto presente però il piano di massima, e non si potrebbe procedere quindi alle ulteriori operazioni della procedura di espropriazione.
Ciò premesso si rileva che dalla impugnata sentenza risulta, quale circostanza pacifica fra le parti, che iniziata la procedura di espropriazione, a seguito di regolare e valido decreto di pubblica utilità, con individuazione del fondo su cui costruire l'opera pubblica, la scuola sia stata poi di fatto edificata su fondo diverso da quello originariamente previsto, per cui, venuta meno la necessaria corrispondenza fra il decreto di pubblica utilità e il terreno sul quale è stata edificata la scuola, manca, nella specie, il vincolo di destinazione o di scopo che solo consente, come già detto, il concretizzarsi dell' accessione invertita , in difetto di tempestiva pronunzia del decreto di espropriazione.
Di conseguenza, posto che la Corte ha ritenuto non provato alcun accordo fra le parti per la cessione volontaria, in base a contratto privatistico, dell'area in questione, punto sostanzialmente non censurato, come sarà in prosieguo precisato, l'occupazione del fondo dei ricorrenti da parte del Comune di Frattaminore si configura come occupazione senza titolo, avulsa da una regolare procedura espropriativa e da una pertinente pronunzia di pubblica utilità e, come tale, configurante un illecito non istantaneo, come l' accessione invertita , ma di natura permanente.
Ulteriore conseguenza di quanto fin qui esposto è che la prescrizione non può iniziare il suo decorso fino a che l'illecito non sia cessato, ferma la facoltà del proprietario di abdicare al diritto di proprietà, con la richiesta di risarcimento danni. (Cass. civ., Sez. Un., 4 marzo 1997 n. 1907).
Pertanto erroneamente la Corte di merito ha ritenuto che sussistesse, nella specie, necessariamente una ipotesi di accessione invertita , in base alla considerazione che se la proprietà del bene non era passata a seguito di decreto di espropriazione o di atto negoziale, intervenuto fra le parti, doveva necessariamente trovare applicazione nella specie l'istituto dell' accessione invertita , omettendo di valutare la quarta ipotesi consistente nell'occupazione senza titolo, ricorrente, come detto, nella specie.
L'impugnata sentenza quindi va cassata e la causa va rimessa alla Corte di Appello di Napoli, diversa sezione, affinché tenuto presente il punto di diritto su affermato, in base al quale deve ritenersi ricorrere nella specie un'ipotesi di illecito permanente, tutt'ora in atto, proceda alla liquidazione del danno richiesto dai ricorrenti.
Infondato al contrario deve ritenersi il ricorso incidentale proposto dal Comune di Frattamaggiore.
Infatti, con riferimento al primo motivo, si osserva che la Corte di merito a pag. sei della motivazione, con enunciazione succinta ma sufficiente, ha ritenuto non provata e quindi inesistente la transazione pretesamente intervenuta fra le parti assumendo testualmente: "la transazione della quale gli appellati chiesero la risoluzione e che tra l'altro non è stata provata (il relativo documento esibito non risulta sottoscritto dagli asseriti stipulanti) risale al 29 marzo 1978" traendo da tale accertamento la conseguenza relativa alla sussistenza, nella specie, dell' accessione invertita. »»

CASS 1564/1988: «« I convenuti Giustina Lippa e Crescenza Elena Serafini, gli unici costituitisi in giudizio, eccepivano la carenza delle condizioni per l'applicabilità della norma sulla c.d. accessione invertita .
Prodottasi dagli attori la sentenza 7.7.1972 e la relazione tecnica Ietti su cui la stessa era basata, il Tribunale, con sentenza 22 febbraio - 1° marzo 1980, rigettava la domanda, sul rilievo che fra le condizioni richieste dalla norma dell'art. 938 C.C. certamente difettava nella specie quella della mancanza di opposizione da parte del proprietario del suolo.
Contro tale decisione Fabio e Bruno Franchi proponevano appello cui resistevano Augusto Lippa e Crescenza Elena Serafini, il primo opponendo in via preliminare l'esistenza del giudicato costituito dalla sentenza 7.7.1972.
La Corte d'appello di L'Aquila con sentenza non definitiva in data 6-23 luglio 1982, in parziale riforma della impugnata decisione, attribuiva agli appellanti la proprietà dell'edificio e la proprietà del suolo su cui esso insisteva, subordinando l'effetto traslativo al pagamento del doppio del valore del suolo stesso, per la cui determinazione provvedeva con separata ordinanza.
Nel disattendere l'eccezione dell'appellato Augusto Lippa, secondo cui la questione proposta in quel giudizio era preclusa dalle statuizioni della sentenza del 1972 pronunciata fra le stesse parti o loro danti causa, la Corte d'Appello osservava quanto segue.
L'autorità della cosa giudicata, sebbene circoscritta a quanto avesse formato oggetto del giudizio, in effetti, copriva non solo le ragioni giuridiche fatte espressamente valere in causa, ma anche tutte quelle che avrebbero potuto e dovuto essere dedotte, purché rientranti nella sfera logico-giuridica della decisione, contenute, cioé, nei limiti della identificazione dell'azione oggetto della decisione di cui si fosse voluto far valere, l'autorità di giudicato, per evitare che la nuova decisione rimettesse in discussione il bene della vita accertato o attribuito con la precedente pronuncia.
Nel caso di specie, con la precedente sentenza del 7.7.1972 era stata semplicemente accolta la domanda di rivendica dell'area di mq.
25 proposta dalla Serafini e dai fratelli Lippa, cosicché, ferma l'identità delle persone, non solo le due azioni a raffronto risultavano diverse nel petitum e nella causa petendi, ma la domanda di accessione invertita proposta dai fratelli Franchi non appariva affatto incompatibile con quella di rivendica su cui si era formato il giudicato, anzi presupponeva che la proprietà del suolo appartenesse alle controparti e perciò non era idonea a pregiudicare in alcun modo le statuizioni di cui alla precedente sentenza.
Con sentenza definitiva in data 21-27 febbraio 1984, la Corte d'Appello di L'Aquila determinati i corrispettivi dovuti in forza della sentenza non definitiva, provvedeva al regolamento delle spese processuali condannando in solido gli appellati costituiti Lippa Luciano, Lippa Augusto, Lippa A. Cristina, Di Rocco Maria ved. Lippa a rimborsare agli appellanti i due terzi delle spese del doppio grado ivi comprese quelle della consulenza tecnica, compensandone il residuo terzo.
Tale regolamento, secondo la Corte d'Appello era giustificato dal fatto che gli attori Fabio e Bruno Franchi erano risultati sostanzialmente vincitori, posto che la loro domanda era stata in gran parte accolta, avendo essi ottenuto l' accessione invertita di cinque dei circa 8 mq. occupati, mentre i convenuti attuali appellati, avevano contestato l'intera pretesa.
Contro le due sentenze della Corte d'Appello di L'Aquila Luciano Lippa e A. Cristina Lippa hanno proposto ricorso, articolato in due motivi.
Gli intimati Fabio e Bruno Franchi resistono on controricorso. Le parti hanno depositato memorie illustrative.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione dell'art. 2909 del C.C. per avere la Corte di merito accolto la domanda di accessione invertita ex art. 938 del C.C. dopo che una precedente decisione, passata in giudicato, aveva condannato il dante causa degli attori ed appellanti al rilascio dell'area invasa ed alla demolizione delle opere ivi costruite.
I ricorrenti lamentano in particolare, che la Corte d'appello abbia fondato la decisione sul rilievo, d'ordine generale, secondo cui non solo fra l'azione di rivendica e quella di accessione invertita esiste diversità di petitum e di causa petendi, ma la seconda presuppone l'altruità del suolo invaso, non risultando, perciò, idonea a pregiudicare, le statuizioni della precedente sentenza.
Ciò senza considerare, aggiungono i ricorrenti che la sentenza del Tribunale di Avezzano non si era limitata a riconoscere il diritto di proprietà sul suolo in questione in capo al dante causa dei ricorrenti, ma aveva anche condannato i fratelli Franchi al rilascio dell'area occupata ed alla demolizione dell'opera ivi edificata.
Con la domanda di accessione invertita spiegano i ricorrenti, si ' posto nuovamente in discussione il diritto, già riconosciuto al loro dante causa, di conseguire il possesso del suolo occupato, previa demolizione dell'opera, mentre la sentenza, che l'ha accolta, vanifica la precedente decisione, non più suscettibile di essere posta in esecutività.
Poiché il giudicato copre il detto ed il deducibile, la domanda di accessione invertita , secondo i ricorrenti, avrebbe dovuto essere proposta come domanda riconvenzionale nel giudizio di rivendica, al fine di precludere l'accoglimento della domanda.
Il motivo è fondato.
Nel disattendere l'eccezione degli appellati Luciano e A. Cristina Lippa; secondo cui la domanda di accessione invertita era preclusa dal giudicato formatosi con la precedente sentenza del Tribunale di Avezzano che condannava Cesidio Franchi dante causa degli attuali controricorrenti a rilasciare a Giustino, Lucio, Mario e Stanislao Lippa nonché a Crescenza Elena Serafini, quest'ultima dante causa dei ricorrenti, un'area di 25 mq. di terreno, sito in Avezzano, ove lo stesso Cesidio Franchi ed i suoi aventi causa sconfinando, avevano costruito una porzione di un loro fabbricato, l'impugnata sentenza parte invero dalla corretta affermazione di principio che l'autorità della cosa giudicata, benché circoscritta a quanto ha formato oggetto del giudizio, copre il dedotto ed il deducibile, cioé non soltanto le ragioni giuridiche fatte espressamente valere in causa, ma anche quelle che avrebbero dovuto essere dedotte e che restano precluse nel nuovo giudizio in quanto rientranti nella sfera logico-giuridica della precedente decisione, posto che, diversamente, con la successiva pronuncia sarebbe nuovamente posto in discussione il bene della vita già attribuito con la prima sentenza.
Da tale esatta premessa d'ordine generale la Corte d'appello, con riguardo al caso di specie, ha ritenuto di dovere trarre la conclusione, peraltro erronea e contraddittoria, che nel rapporto fra la domanda di rivendica e quella di accessione invertita ferma restando l'identità delle persone non solo vi è diversità di causa petendi e di petitum, ma la seconda, presupponendo l'altrui diritto di proprietà sul suolo, risulta non incompatibile con il giudicato formatosi sulla prima né idonea, perciò, a pregiudicare in qualche modo le statuizioni di questa.
Tale assunto, osserva la Corte, contrasta con la riconosciuta peculiare idoneità del giudicato formarsi e produrre effetti non solo su ciò che in esso è esplicitamente stabilito ma anche sulle ragioni e questioni che siano state implicitamente risolte, quando esse rientrino nella sfera logico-giuridica della decisione per essere le statuizioni esplicite indissolubilmente legate alla decisione delle prime.
In particolare, non può ritenersi conforme al diritto di rilievo della Corte d'appello secondo cui la compatibilità con cui il giudicato della domanda di accessione invertita discende da ciò che il fatto costitutivo posto a suo fondamento è nuovo e diverso, rispetto a quello accertato con la precedente pronuncia, né pertanto può pregiudicarne le statuizioni.
Al contrario, osserva la Corte, il diritto a chiedere una pronuncia (costitutiva) di accessione invertita nella specie, era sorto e poteva essere fatto valere già prima della domanda di rivendica o, almeno, nel giudizio da questa introdotto, ove l'iniziativa giudiziale dei rivendicanti assumeva il valore di una opposizione o comunque, di elemento valutabile nello esercizio dell'eccezionale potere di attribuire la proprietà a norma dell'art. 938 C.C..
In assenza di un precedente accertamento del diritto alla accessione invertita , che abbia portato al rigetto della domanda di rivendica, l'accertamento del diritto di proprietà sul suolo e la condanna degli occupanti al rilascio, non dedotti dalla parte.
Né vale l'analogia prospettata dai ricorrenti, secondo cui, come il giudicato di condanna al rilascio della cosa rivendicata è reso privo di effetti del successivo acquisto di essa da parte del soggetto condannato, così la pronuncia costituiva della accessione invertita produce una situazione giuridica nuova e non incompatibile con quella accertata dalla precedente sentenza. »»

CASS 26897/2008: «« Il Tribunale adito, con sentenza del 31.8/12.9.2000, dichiarava acquisito in proprietà del Comune, per accessione invertita , il sedime de quo e condannava detto Comune al ristoro dei danni in favore dell'attrice, liquidati nella misura di L. 22.628.000, oltre agli interessi dal 5.11.1992.
Avverso la decisione, proponeva appello l'Ente soccombente.
Resistevano nel grado la società appellata e la B., la quale, a propria volta, spiegava impugnazione incidentale.
La Corte territoriale di Campobasso, con sentenza del 22/30.5.2002, rigettava sia l'appello principale sia quello incidentale, segnatamente assumendo:
a) che il Comune, avendo abbandonato l'eccezione di prescrizione siccome non riproposta in secondo grado, sostenesse che l'occupazione del sedime della B. metteva capo ad un'iniziativa arbitraria, unilateralmente presa dalla società costruttrice, la quale, pertanto, ne restava unica responsabile sotto ogni aspetto;
b) che, tuttavia, non si trattasse di strada privata, ma di strada pubblica, progettata e fatta costruire dal Comune in base ad una convenzione, nella quale la società appellata era subentrata, che accedeva al rilascio di una concessione edilizia in cui, a carico del concessionario, veniva posta la costruzione della strada in oggetto a scomputo degli oneri di urbanizzazione, laddove la modifica del tracciato che aveva comportato l'utilizzo del suolo della B. era stata approvata "a sanatoria" dal Comune, il quale aveva riconosciuto nell'atto di appello che la strada era di interesse pubblico ed aveva un tracciato conforme alle previsioni del piano regolatore, non senza provvedere, poi, a richiedere all'U.T.E. il parere di congruità circa il prezzo offerto ai proprietari per l'occupazione permanente delle aree impiegate nella costruzione della strada;
c) che, essendo l'arteria in questione una strada pubblica di proprietà del Comune per acquisto fattone in forza di accessione invertita , il medesimo Comune, salva l'ipotesi (che non ricorreva nella specie) di trasferimento degli oneri finanziari per l'acquisizione dei suoli alla società Falcione, fosse tenuto a provvedere ad indennizzare coloro che, per effetto della costruzione della strada, avevano perduto la proprietà dei terreni occupati, come appunto la B.;
d) che il fatto poi che detta società, variando il tracciato dell'arteria, avesse utilizzato un sedime (quello dell'attrice) non ricompreso nell'originario piano di esproprio, non togliesse che tale sedime, risultando incorporato dalla strada, era divenuto di proprietà del Comune per accessione invertita , con contestuale insorgenza a carico di quest'ultimo dell'obbligazione risarcitoria verso la B. nella misura liquidata in prime cure, sulla quale mancavano doglianze, laddove, approvando il tracciato variato, il Comune stesso aveva accettato un'esecuzione non puntuale della convenzione negoziale rinunciando sostanzialmente all'esatto adempimento; (...)e) che, poi, in assenza di una valida ed efficace dichiarazione di pubblica utilità dell'intervento materialmente realizzato, non può in alcun caso ipotizzarsi che sia conforme a diritto la conclamata accessione invertita dei suoli all'opera;
f) che, al riguardo, si è acquisito come quest'ultima, allorquando fu realizzata ed almeno nel tratto che ha interessato la proprietà B., non corrispondesse alle previsioni del PRG e tanto induce a ritenere ulteriormente che l'intervento, non previsto, non fosse neppure supportato da valida ed efficace dichiarazione di utilità, onde l'insussistenza delle condizioni per l'accessione in parola.
Il motivo è infondato.
La Corte territoriale, nell'impugnata sentenza, ha osservato:
a) che "il Comune appellante...nel rilevare che la strada costruita dall'Impresa Falcione non seguiva il tracciato del progetto ma uno diverso, approvato da esso Comune successivamente, a lavori ultimati, per sanare già perpetrate e non meglio individuate invasioni,...sostiene che l'occupazione del sedime di B.R. metteva capo ad un'iniziativa arbitraria, unilateralmente presa dalla ditta costruttrice, che di essa, quindi, era unica responsabile sotto ogni aspetto";
b) che "l'argomentare...sarebbe stato.. persuasivo e pertinente se la strada fosse stata privata, essendo evidente, nella ricorrenza di tale ipotesi, che l'occupazione, siccome non preordinata alla realizzazione di un'opera di pubblica utilità, non avrebbe potuto dar luogo, in virtù di accessione invertita , all'estinzione del diritto di proprietà sul terreno occupato in danno del soggetto passivo dell'occupazione illegittima ed all'acquisto del medesimo diritto in favore del soggetto attivo, anzi avrebbe obbligato l'occupante abusivo al rilascio, ripristinatorie l'assetto, dell'immobile occupato ed al risarcimento dei danni, così come, d'altronde, preteso dall'attrice nella sua richiesta principale, disattesa dal Tribunale";
c) che, però, nella specie, "non trattasi di strada privata, ma di strada pubblica, progettata e fatta costruire dal Comune in base ad una convenzione che accedeva al rilascio di una concessione edilizia in cui a carico del concessionario veniva posta la costruzione della strada de qua a scomputo degli oneri di urbanizzazione, (là dove) in tale convenzione la società appellata era subentrata (e), quanto alla modifica del tracciato che ha comportato l'utilizzo del suolo di B.R., essa è stata approvata a sanatoria...dal Comune che...riconosce che la strada è d'interesse pubblico ed ha un tracciato conforme alle previsioni del piano regolatore, (tanto) che, con nota 17.5.1989 diretta all'U.T.E., lo stesso Comune, nel preannunciare l'apertura dell'arteria..., in relazione all'obbligo d'indennizzare i proprietari per l'occupazione permanente delle aree impiegate nella costruzione della strada..., sollecitava il parere di congruità del prezzo offerto";
d) che "la destinazione al traffico urbano, pedonale e veicolare, non è un requisito sufficiente a qualificare come pubblica una strada, adesso dovendosi accompagnare la proprietà del suolo in capo all'Ente, (laddove), però, è titolo di acquisto della proprietà anche l' accessione invertita , che si verifica con l'irreversibile trasformazione dell'area occupata a seguito della costruzione dell'opera";
e) che, "se, com'è indubitabile, l'arteria di collegamento di Via (OMISSIS) con Via (OMISSIS) è una strada pubblica di proprietà del Comune di Campobasso, è il Comune che, salva l'ipotesi, non ricorrente nel caso, di trasferimento degli oneri finanziari per l'acquisizione dei suoli all'Impresa Falcione, ditta costruttrice, deve provvedere ad indennizzare coloro che, per effetto della costruzione della strada, hanno perduto la proprietà dei terreni occupati, come B.R.";
f) che "il fatto, poi, che l'impresa Falcione, variando il tracciato dell'arteria, abbia utilizzato un sedime (quello dell'attrice) non ricompreso nell'originario piano di esproprio non toglie che tale sedime, essendo stato incorporato dalla strada, sia divenuto di proprietà del Comune di Campobasso per accessione invertita con la contestuale insorgenza a suo carico dell'obbligazione indennitaria verso B.R...., laddove, approvando il tracciato variato, il Comune ha accettato un'esecuzione non puntuale della convenzione negoziale rinunciando sostanzialmente all'esatto adempimento".
A fronte dei sopra riportati apprezzamenti della Corte territoriale, i quali, per la loro stessa natura fattuale, vanno di per sè esenti da censura siccome frutto di una motivazione immune da vizi logici e giuridici, le doglianze dell'odierno ricorrente principale non appaiono minimamente decisive, nel senso esattamente:
a) che, quanto alla pretesa, mancata "allegazione” che atti o comportamenti del Comune di Campobasso dovessero ritenersi illeciti, è sufficiente osservare, al contrario, che la domanda avanzata dalla B. in primo grado, secondo quel che è dato di evincere dall'incensurato (di per sè) apprezzamento della Corte territoriale, risulta avere avuto ad oggetto la condanna "in solido" di entrambi i convenuti (ovvero sia della società Falcione sia del Comune di Campobasso) "al rilascio del suolo, al ripristino della situazione dei luoghi ed al risarcimento dei danni (poi disattesa dal Tribunale), ovvero, nell'ipotesi che l'opera fosse stata ritenuta d'interesse pubblico, al risarcimento dei danni soltanto da identificarsi in tal caso nel valore di mercato del terreno" (poi accolta dal medesimo Tribunale esclusivamente nei confronti del Comune);
b) che, quanto alla pretesa, mancata acquisizione di "alcun elemento che possa far ritenere la sussistenza di fatti illeciti ascrivibili all'Ente (e) una qualche causalità efficiente tra gli atteggiamenti comunali e l'evento dannoso", è da notare come, indipendentemente dalla prospettazione contenuta nell'atto introduttivo ("che i comportamenti della Falcione fossero dettati dal Suo esclusivo interesse") e dalle difese svolte dalla società convenuta (che, "per giustificare le proprie iniziative invasive, richiama capziosamente solo atti comunali successivi all'occupazione"), la Corte territoriale, secondo quanto risulta dall'illustrazione che precede, abbia, mediante adeguata e convincente motivazione, dato puntuale conto delle ragioni per le quali, essendo l'arteria in questione "una strada pubblica di proprietà del Comune di Campobasso, è il Comune che... deve provvedere ad indennizzare coloro che, per effetto della costruzione della strada, hanno perduto la proprietà dei terreni occupati, come B.R.", ulteriormente precisando come "il fatto, poi, che l'impresa Falcione, variando il tracciato dell'arteria, abbia utilizzato un sedime (quello dell'attrice) non ricompreso nell'originario piano di esproprio non (tolga) che tale sedime, essendo stato incorporato dalla strada, sia divenuto di proprietà del Comune di Campobasso per accessione invertita con la contestuale insorgenza a suo carico dell'obbligazione indennitaria verso B.R...., laddove, approvando il tracciato variato, il Comune ha accettato un'esecuzione non puntuale della convenzione negoziale rinunciando sostanzialmente all'esatto adempimento”;
c) che, in ordine alla dedotta circostanza secondo cui "nessun procedimento d'esproprio (è) stato mai neppure avviato dal Comune", si osserva (secondo quanto correttamente rilevato dalla Corte territoriale, la quale ha affermato che, "accanto al decreto di esproprio,... è titolo di acquisto della proprietà anche l' accessione invertita , che si verifica con l'irreversibile trasformazione dell'area occupata a seguito della costruzione dell'opera") come la fattispecie appunto della cosiddetta " accessione invertita ", oggetto di causa, postuli esattamente la "mancanza" di un tempestivo provvedimento ablatorio, là dove è la stessa occupazione che consente il verificarsi dell'effetto acquisitivo della proprietà del bene all'ente pubblico per effetto dell'irreversibile trasformazione del bene medesimo, tanto che l'emanazione del decreto di esproprio "dopo" il trasferimento di proprietà, conseguente alla suindicata occupazione "acquisitiva”, risulta del tutto tardiva e, quindi, ininfluente; »»

CASS 5139/1989: «« 7. L'ultimo motivo attiene alla contemporanea pendenza del giudizio di opposizione alla stima e di risarcimento danno per l'accessione invertita che aveva comportato l'acquisto della proprietà dell'immobile definitivamente trasformato per effetto della costruzione anticipata dell'opera di pubblica utilità.
E' evidente che i due giudizi non si pongono in rapporto di concorrenza, ma di alternatività, perché il perfezionamento della fattispecie di accessione comporta de plano il venir meno del diritto reale sul bene ed il sorgere di un diritto al risarcimento, soggetto al termine prescrizionale quinquennale, essendo certo, sotto questo profilo, alla stregua della giurisprudenza di questa Corte di Cassazione, che il procedimento ablativo che eventualmente proseguisse dopo che gli effetti dell'accessione si sono verificati sarebbe giuridicamente irrilevante in quanto diretto a fare acquisire alla P.A., mediante un certo procedimento amministrativo tipico, un bene di cui è già divenuta proprietaria (magari senza averne avuto esatta percezione) per effetto dell' accessione invertita .
Al riguardo è ormai possibile individuare nella giurisprudenza dei punti fermi:
l'emanazione del decreto di espropriazione, qualunque ne sia l'efficacia giuridica, da verificare a posteriori, rappresenta sicuramente adeguato referente per innestarvi un giudizio di opposizione alla stima per il quale è competente ratione materiae, in unico grado, la Corte d'Appello ai sensi dell'art. 19 della L. n. 865 del 1971 se il procedimento ablativo ne ha seguito l'iter; tale competenza permane, nonostante la preesistenza, o la sopravvenuta proposizione di un giudizio di responsabilità per irreversibile trasformazione del fondo che, indipendentemente dal completamento del procedimento espropriativo comporta il trasferimento della proprietà, creando sostantivamente un diritto al risarcimento a favore del proprietario che ha perduto il dominio per fatto illecito della P.A.;
fra la situazione risarcitoria e quella indennitaria sussiste un rapporto di pregiudizialità logico-giuridica a favore della prima, poiché in tanto ha senso e significato un giudizio di quantificazione dell'indennità per l'ablazione del bene in quanto si abbia diritto all'indennità, in quanto cioé si sia verificato un trasferimento coattivo che abbia determinato, nell'ambito di un procedimento espropriativo, il passaggio del bene immobile dalla sfera del dominio dell'espropriato a quella dell'espropriante, tenuto ad indennizzarlo. Se, invece, quando il decreto espropriativo sopravviene la proprietà è già stata acquisita dall'ente pubblico, per effetto della accessione invertita , l'atto è insuscettibile di spiegare gli effetti suoi propri giacché non determina quel trasferimento formalmente perseguito già verificatosi aliunde in precedenza. Pertanto, pur risultando giustificata formalmente, la proposizione del giudizio di opposizione, se nel corso di tale giudizio emergano vicende che abbiano già comportato la trasformazione irreversibile del fondo, e quindi l'acquisto della proprietà per accessione invertita , la sottolineata pregiudizialità comporta che, in pendenza del parallelo giudizio risarcitorio, quello estimatorio dell'indennità venga sospeso ex art. 295 c.p.c.; mentre qualora il giudizio risarcitorio non sia stato ancora iniziato, sarà lo stesso giudice dell'opposizione a stabilire, con accertamento incidentale, se sussistono i presupposti della proponibilità del giudizio oppositorio, se cioé il soggetto che agisca in giudizio sia effettivamente un proprietario espropriato che ha perduto la titolarità del bene per effetto del trasferimento coattivo del bene effettuato con apposito procedimento e non invece un ex proprietario che è stato privato del suo diritto per un fatto illecito della P.A. che ha determinato ope legis l'effetto dell' accessione invertita , facendo sorgere a suo favore non il diritto all'indirizzo correlato alla legittima compressione o ablazione della proprietà di cui era titolare, ma il diritto al ristoro per il danno da illecito patito.
Ritiene il Collegio che la situazione evidenziato di accessione invertita , maturatasi per effetto della destinazione irreversibile del bene anteriormente alla emanazione del decreto di espropriazione, rendendo tale decreto irrilevante non avrebbe consentito di accogliere nel merito la domanda di opposizione alla stima, spostando la tutela dell'espropriando, malamente espropriato di un bene già passato in proprietà all'espropriante, dal piano indennitario a quello risarcitorio.
Vero è però che la scelta dell'azione da esercitare in giudizio è rimessa alla disponibilità della parte, e che del pari anche il convenuto in giudizio sceglie la strada che ritenga più conveniente per la tutela delle proprie ragioni; e non sempre e necessariamente l'indennizzo per esproprio si presenta più favorevole per l'espropriante del risarcimento danni a seguito di accessione invertita dovuta, in quanto autore del fatto illecito (anche se si sarebbe istintivamente portati ad escluderlo nell'attuale contesto di sia pure moderata inflazione; ma si pensi all'opposto al subentrare di una fase deflattiva).
Non si può negare al destinatario di un decreto espropriativo (irrilevante perché intervenuto in situazione di consolidata accessione invertita ) di sperimentare l'azione di opposizione alla stima, per la quale la competenza del giudice adito sussiste in relazione alla prospettazione (stante il riferimento ad un decreto di espropriazione che si presenta formalmente come tale, correlato ad una stima giudicata inadeguata), rilevando la contemporanea pendenza di un giudizio risarcitorio non già per escludere la competenza, ma sul piano del merito della fondatezza o meno dell'azione, dato che per passare all'esame del merito e quantificare più adeguatamente l'indennizzo occorre previamente verificare se il diritto vantato sussiste nell'an, se cioé sia ipotizzabile il procedimento espropriativo ormai privo di oggetto e di causa per essere il bene che si vorrebbe trasferire coattivamente alla P.A. già di proprietà dei sedicenti esproprianti.
La pregiudizialità del profilo sulla esistenza del diritto all'indennizzo correlato all'essersi o meno verificata la accessione invertita , che ha tramutato una vicenda indennitaria in altra vicenda risarcitoria, dovrebbe quindi comportare rispetto alla relativa deduzione o la sospensione necessaria del processo estimatorio o l'accertamento incidentale da parte del giudice dell'opposizione che potrà correttamente procedere alla stima solo se sia stato fugato ogni dubbio sulla coesistenza del diritto all'indennizzo, dovendo altrimenti respingere l'opposizione, restando affidate le ragioni dell'ex proprietario al giudizio di responsabilità, sottoposto al termine prescrizionale quinquennale.
8. I concetti suesposti trovano del resto puntuale riscontro nella giurisprudenza di questa Corte di Cassazione che ha messo a fuoco il corretto modus procedendi nella convergenza fra disciplina dell' accessione invertita e degli effetti delle pronunce caducatorie della Corte Costituzionale.
Si è rilevato, infatti, nella controversia promossa nei confronti dell'amministrazione per il risarcimento del danno da illegittima occupazione di un fondo, che il decreto espropriativo sopravvenuto dopo l'irreversibile acquisizione del bene a seguito della realizzazione dell'opera pubblica, e quindi dopo l'estinzione del diritto dominicale del privato, con contestuale acquisizione del diritto stesso in capo alla amministrazione, è irrilevante; né in particolare può determinare la conversione dell'azione risarcitoria in opposizione alla stima dell'indennità espropriativa. Ne deriva che la suddetta domanda di danni, che sia mantenuta ferma dal privato nonostante il decreto di espropriazione, esula dalla previsione dell'art. 19 della legge 22 ottobre 1971 n. 865, sulla competenza in unico grado della Corte d'Appello in tema di opposizione alla stima, e resta soggetta alle comuni regole di competenza (Cass. 3201-88; 1480-87; 4208-85).
In effetti la Corte d'Appello, adita in unico grado con domanda di opposizione avverso la stima dell'indennità espropriativa, a norma dell'art. 19 dellalegge 22 ottobre 1971 n. 865, non può negare la propria competenza, contemplata da detta norma, sotto il profilo della irrilevanza del decreto di espropriazione, perché intervenuto dopo l'estinzione del diritto di proprietà dell'opponente a seguito dell'irreversibile acquisizione del bene illegittimamente occupato, e della conseguente esperibilità della sola azione risarcitoria, perché anche al fine della determinazione della competenza, il giudice, pur avendo il potere-dovere di interpretare il contenuto della pretesa avanzata, per darle l'esatta qualificazione giuridica, non può sostituire all'azione espressamente proposta un azione diversa per petitum e per causa petendi (Cass. 623-86).
Ma se resta irrilevante ai fini della competenza, in relazione alla domanda di opposizione alla stima concretamente proposta, spettando la scelta dell'azione dell'attore, la circostanza che il bene di cui l'espropriato chiede di essere indennizzato non forma più oggetto di un procedimento espropriativo, perché è passato in forza dell' accessione invertita in proprietà all'espropriazione divenuto debitore del risarcimento, salva prescrizione del relativo diritto, tale circostanza irrilevante non è più in relazione alla pronuncia di merito, comportando de plano che la domanda debba essere respinta perché l'attore non è in grado di dimostrare, stante l'irrilevanza del decreto di espropriazione tardivo, di essere soggetto passivo di un procedimento ablatorio conclusosi con il deposito di un'indennità che non lo soddisfa perché inadeguato. »»

CASS 10979/1992: «« Con il primo motivo del proposto ricorso si ripresenta espressamente il problema del termine prescrizionale applicabile all'ipotesi di occupazione con costruzione dell'opera pubblica, con la particolarità della fattispecie in cui l'opera pubblica è stata realizzata nell'ambito dell'occupazione legittima alla quale poi non è seguito il completamento della procedura espropriativa con l'emissione del decreto di esproprio. Il ricorrente, specie nella memoria, si richiama alla più recente giurisprudenza di questa sezione che ritiene come l'acquisto della P.A. del bene privato, nell'ipotesi di cosiddetta occupazione appropriativa o accessione invertita , non possa essere la conseguenza di un fatto illecito. Con indubbi riflessi sul diritto del proprietario del bene, destinato irreversibilmente all'opera pubblica, non al risarcimento del danno, ma al controvalore del bene perduto: diritto che si prescriva, come ogni diritto personale, nell'ordinario termine decennale non quinquennale. (...)La prescrizione decennale e non quinquennale è stata inoltre affermata da questa stessa sezione, sempre in tema di occupazione appropriativa o accessione invertita , anche sotto il profilo dell'ingiustificato trasferimento di ricchezza dal privato all'Ente pubblico espropriante. Infatti si è rilevato che il diritto del privato all'equivalente in danaro del bene radicalmente trasformato, ha una funzione riequilibratrice, e quindi sostanzialmente indennitaria, rispetto ad un ingiustificato trasferimento di ricchezze mentre prescinde dalla circostanza che il comportamento dell'espropriante integri anche gli estremi del fatto illecito (Cass. 17 luglio 1991, n. 7952).
Sulle stesse posizioni anche una dottrina specializzata che ha condiviso questo nuovo indirizzo giurisprudenziale sulla prescrizione decennale e sullo sganciamento dell'acquisto originario da parte della P.A. al di fuori della prospettiva del fatto illecito fornendo ulteriori elementi di riscontro. Si afferma, infatti, che dal sistema codicistico degli artt. 938, 939 e 940 c.c. (unione, commistione e specificazione), che serve a regolare il conflitto tra vecchi e nuovi proprietari, l'acquisto per accessione determina a carico dell'acquirente l'obbligo di pagare all'ex proprietario il valore del bene sottrattogli, al di là dell'eventuale risarcimento del danno (sul giudizio di comparizione e di prevalenza della proprietà pubblica su quella privata, Corte Cost. n. 549 del 1989, n. 384 del 1990 o n. 846 del 1991).
In altri termini, l'ordinamento con la richiamata normativa non annovera l'obbligazione di pagamento tra quelle di risarcimento del danno da fatto illecito, tant'è che fa salvo il diritto dell'ex proprietario al risarcimento del danno inteso come diritto aggiuntivo accanto all'obbligazione di corrispondere il controvalore del bene acquisito dall'altro soggetto.
Questo Collegio, inoltre, non ignora la recente normativa introdotta con l'art. 3 della legge 27 ottobre 1988, n. 458 - secondo cui il proprietario del suolo, utilizzato per finalità di edilizia pubblica, agevolata o convenzionata, nell'ipotesi di provvedimento espropriativo dichiarato illegittimo con sentenza passata in giudicato, ha diritto al risarcimento del danno causato con esclusione della retrocessione del bene - che potrebbe, a prima vista, apparire come una conferma normativa di una scelta di tipo risarcitorio, con conseguente prescrizione quinquennale, anziché di tipo obbligatorio o indennitario, sottoposti all'ordinaria prescrizione decennale.
La richiamata normativa è stata inoltre sottoposta al controllo di legittimità da parte del giudice delle leggi che, dopo qualche iniziale perplessità, (corte cost. 31 luglio 1990, n. 384) ha provveduto con una sentenza di tipo chiaramente additivo ad estendere l'applicabilità della prevista disciplina, nata per le ipotesi di accertata illegittimità del provvedimento stesso (Corte cost. 27 dicembre 1991, n. 486). E l'estensione è apparsa necessaria perché il giudizio, poi sfociato nella dichiarazione di incostituzionalità, era iniziato davanti al Tribunale di Potenza - che con ordinanza del 24 gennaio 1991 ha sollevata la questione di costituzionalità - per la restituzione dei terreni privati utilizzati per la costruzione di alloggi di edilizia residenziale da parte di cooperative all'uopo delegate dal Comune. Nella specie, infatti, non era configurabile l'effetto acquisitivo in favore dell'ente territoriale, in mancanza di una legittima procedura espropriativa, e neppure ipotizzabile la cosiddetta accessione invertita in favore di cooperative (o di privati) secondo i noti principi dell'indirizzo giurisprudenziale, che ha come leading case Cass. sez. un. 16 febbraio 1983, n. 1464, mancando sia l'irreversibile destinazione del suolo privato a parte integrante di un'opera pubblica (bene demaniale o patrimoniale indisponibile) sia l'appartenenza ad un soggetto pubblico. La disposizione è venuta in esame, in questo come in altri casi (Cass. 3 aprile 1990, n. 2712), proprio come limite al potere dei privati di chiedere la restituzione del suolo su cui altri privati avevano realizzato alloggi popolari, in assenza del decreto di esproprio o con un decreto di esproprio annullato dal giudice amministrativo.
Esaminando il testo della nuova disposizione ritiene il Collegio che essa non influisce sulla soluzione adottata e non solo perché la fattispecie in esame concerne la realizzazione di un edificio scolastico, del tutto diverso dall'edilizia economica e popolare pubblica, presa in esame dal predettoart. 3 della legge n. 458 del 1988, ma anche per altri e più sostanziali argomenti.
Emerge chiaramente che il legislatore, con la predetta disposizione, non ha inteso stabilire il fondamento della espropriazione sostanziale, detta pure accessione invertita , non ha voluto sovrapporre una definizione legislativa e quella ormai formatasi in giurisprudenza. Basti pensare che non risulta proposto alcun inquadramento dell' accessione invertita tra le disposizioni del codice civile o delle leggi speciali sui modi di acquisto della proprietà; non risulta neppure accennata una presa di posizione sulla natura originaria o derivativa dell'acquisto stesso e neppure si afferma in caso di annullamento ed ora di mancanza del decreto di esproprio - se la proprietà del suolo privato "utilizzato" per finalità di edilizia residenziale pubblica resti tuttavia in capo all'espropriante sostanziale. Appare quindi evidente che l'intento contingente del legislatore del 1988 che ha inserito la disposizione in un contesto legislativo del tutto diverso, è stato solo quello di impedire la restituzione ai proprietari privati delle aree comunque utilizzate per interventi di edilizia economica e popolare.
A riscontro di quanto sopra va sottolineato, da un lato, la spiccata settorialità dell'intervento legislativo, diretto ad utilizzare una delle conseguenze (la non restituzione del suolo al privato) di un istituto prettamente giurisprudenziale - venutosi a creare nell'attuale carenza di regolamentazione legislativa dell'espropriazione anche in mancanza dei presupposti giurisprudenzialmente richiesti per la configurabilità stessa dell' accessione invertita o dell'espropriazione sostanziale: la dichiarazione di pubblica utilità dell'opera pubblica, la realizzazione di un bene demaniale o patrimoniale indisponibile appartenente ad un soggetto pubblico. Dall'altro, il manifesto atecnicismo e la palese imprecisione della disposizione, inserita in un tessuto legislativo di tipo finanziario (i cosiddetti interventi a pioggia in favore di Comuni). La disposizione, infatti, adopera l'espressione "dichiarazione di illegittimità con sentenza passata in giudicato" al posto di "annullamento del decreto di esproprio da parte del giudice amministrativo", ovvero "retrocessione" del bene, propria dell'opera pubblica appartenente alla P.A. invece di "restituzione" del suolo privato affidato a cooperative o singoli privati che vi hanno realizzato alloggi economici e popolari; non distingue inoltre tra "utilizzazione per finalità di edilizia residenziale pubblica, agevolata e convenzionata" e irreversibile destinazione del terreno all'opera pubblica, divenuto parte integrante ed inscindibile del bene demaniale o patrimoniale indisponibile e pone sullo stesso piano la responsabilità aquiliana ex art. 2043 e la confusa descrizione, nel secondo comma, dell'art. 3, di quelle che dovrebbero essere le conseguenze dell'obbligazione pecuniaria ("somme dovute a causa della svalutazione monetaria", "ulteriori somme di cui all'art. 1224, secondo comma, c.c.".
Senza voler ricordare le forti critiche ed i vivaci dissensi che hanno accompagnato l'entrata in vigore dell'art. 3, ritiene il collegio che la disposizione in esame non ha voluto, non solo dare un fondamento all' accessione invertita , ma neppure arrestare il complesso lavorio giurisprudenziale per una più esatta e garantistica conformazione dell'istituto dell'espropriazione sostanziale, in quanto ha unicamente voluto mettere a riparo l'edilizia sovvenzionata, agevolata e convenzionale che non rientrando, in alcun modo, nella ricordata giurisprudenza sull' accessione invertita non avrebbe potuto evitare l'effetto restitutorio in mancanza di decreto di esproprio o di accertata illegittimità. L' accessione invertita o espropriazione sostanziale, infatti, ricorre quando il soggetto pubblico (e non cooperative od imprese private), in assenza di un provvedimento espropriativo o in presenza di un decreto di esproprio caducato per illegittimità o inutiliter datum, occupa un suolo privato e radicalmente ed irreversibilmente lo trasforma in un bene pubblico, assoggettato al regime proprio dei beni demaniali o patrimoniali indisponibili, su di esso realizzando un'opera pubblica conforme alla precedente dichiarazione di pubblica utilità. Ed infatti, la particolare fattispecie acquisitiva-estintiva riconosciuta dalla giurisprudenza presenta due indici di identificazioni insopprimibili: l'esistenza di una dichiarazione di pubblica utilità di un'opera da realizzarsi da parte di un soggetto pubblico, la realizzazione di un bene demaniale o patrimoniale indisponibile. Orbene, prima dell'introduzione dell'art. 3 della legge n. 458 del 1988, alla stregua dei ricordati indici di identificazione, erano completamente al di fuori della fattispecie acquisitiva-estintiva, rappresentata dall' accessione invertita, tutte le opere di edilizia sovvenzionata, convenzionata o agevolata (sulla distinzione da ultimo Cass. n. 6680 del 1992), realizzate da soggetti privati pur se ancora nel quadro di rilevanti interessi pubblici, qual'è l'approntamento di alloggi economici e popolari. Sintomatica in proposito è la giurisprudenza del Consiglio di Stato che ha sempre negato alla costruzione di alloggi popolari l'applicabilità della disciplina previste per le opere pubbliche (cfr. Ad. plen. 6 febbraio 1990, n. 1 secondo cui l'art. 3 ellalegge 3 gennaio 1978, n. 1 che consente la compilazione dello stato di consistenza dopo l'occupazione d'urgenza è applicabile alle sole opere pubbliche e non anche agli interventi attuativi dei piani per l'edilizia economica e popolare, ma già Cons. Stato, IV sez., 27 marzo 1984, n. 184). »»

CASS 9038/2008: «« 1.2. - Con il secondo motivo il C. denuncia violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, e “delle regole giurisprudenziali sull'accessione invertita e decreto di esproprio emesso a termini scaduti”, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, censurando che la Corte territoriale - facendo leva su un fallace argomento di ordine letterale (l'uso della voce verbale "protratti", anzichè “prorogati”) - abbia interpretato il citato art. 9 nel senso che la proroga dei termini da esso disposta riguarderebbe anche i casi in cui, prima dell'entrata in vigore della norma di proroga, fosse già intervenuta l' accessione invertita del fondo: con la conseguenza, del tutto illogica, della configurabilità di un'occupazione preordinata all'espropriazione su di un bene già appartenente alla p.a..
1.3. - Con il terzo motivo il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, art. 42 Cost., art. 1 del protocollo addizionale CEDU, "delle regole giurisprudenziali sull' accessione invertita e decreto di esproprio", degli artt. 2043 e 11 preleggi, in relazioneall'art. 360 c.p.c., n. 3, censurando che la Corte di merito, avallando l'interpretazione del Tribunale, abbia attribuito alla previsione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, una portata retroattiva, tale da travolgere il diritto, già maturato, del proprietario del fondo occupato a conseguire il risarcimento dei danno per l' accessione invertita e da consentire l'espropriazione del fondo nel termine disposto ex novo: in tal modo configurando, in pratica, un nuovo modo di acquisto della proprietà: lettura, questa, che porrebbe peraltro la norma in contrasto con gli artt. 3 e 42 Cost..
1.4. - Con il quarto motivo il C. deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, "delle regole giurisprudenziali sull' accessione invertita , proroga delle occupazioni d'urgenza e decreto di esproprio emesso a termini scaduti", e dell'art. 42 Cost., in relazioneall'art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la sentenza impugnata ritenuto che, nella specie, il decreto di espropriazione del 25 ottobre 2002 fosse stato tempestivamente emanato, ignorando la consolidata giurisprudenza di legittimità circa l'inutilità del provvedimento ablativo emesso dopo il perfezionamento dell' accessione invertita .
1.5. - Con il quinto motivo il ricorrente lamenta violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, e del D.L. n. 333 del 1992, art. 5 bis, conv. con modif. in L. n. 359 del 1992, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la Corte di merito - con la censurata interpretazione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, -"vanificato" la già intervenuta accessione invertita , a fronte della quale il ristoro dei danni doveva essere commisurato al valore venale del fondo.
1.6. - Con il sesto motivo il C. deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, violazione o mancata applicazione "delle norme e regole giurisprudenziali sottese alla caducazione del concordamento indennitario", della L. n. 2359 del 1865, artt. 23 e 73, della L. n. 219 del 1981, titolo 8^, e dell'ordinanza commissariale n. 70/82, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, lamentando che la Corte territoriale, sempre a mezzo dell'errata interpretazione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, abbia negato l'applicazione del consolidato principio giurisprudenziale in forza del quale l'accordo sull'indennità, intervenuto nel corso della procedura di espropriazione, resta condizionato alla prosecuzione ed al legittimo completamento di questa: completamento che, nella specie, non si era avuto, con conseguente automatica caducazione del precedente concordamento.
1.7. - Con il settimo motivo il ricorrente denuncia violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4, per non essersi la Corte territoriale pronunciata sulla problematica, ad essa specificamente sottoposta, della incompatibilità della proroga retroattiva "con il regime di validità dei contratti": nel senso che - ove pure, in via d'ipotesi, la previsione del D.Lgs. n. 354 del 1999, art. 9, potesse ritenersi idonea ad incidere sull'assetto proprietario del fondo occupato - essa non potrebbe comunque far "rivivere" l'accordo sull'indennità, ormai travolto dal mancato completamento della procedura espropriativa entro il 19 novembre 1998. Con la conseguenza che l'eventuale rinuncia all'indennità di occupazione, contenuta in tale accordo, rimarrebbe egualmente priva di effetti: prospettazione, questa, che si risolverebbe in una autonoma domanda, volta a conseguire l'anzidetta indennità a prescindere dalla valenza del citato art. 9. 1.8. - Con l'ottavo motivo il C. deduce violazione dell'art. 1418 c.c. in relazioneall'art. 360 c.p.c., n. 3, censurando che la Corte territoriale abbia ipotizzato la perdurante validità di un contratto, quale quello avente ad oggetto l'indennità, che doveva ritenersi ormai nullo, sia perchè a fronte del negozio già caducato la comune volontà delle parti si era tramutata in un insanabile dissenso, con conseguente carenza del requisito di cui all'art. 1325 c.c., n. 1; sia per l'impossibilità del suo oggetto (citato art. 1325, n. 2), stante il fatto che, a seguito dell'intervenuta accessione invertita , il ricorrente non era più proprietario dell'immobile. »»

CASS 17031/2008: «« Sicchè erano rimasti preclusi l'esame delle questioni relative al dedotto danno da accessione invertita e la indagine sulla illegittimità dell'occupazione dal 31 ottobre 1982 al maggio 1988, data della irreversibile trasformazione. (...)Con il primo motivo il ricorrente denunzia falsa applicazione dell'art. 324 c.p.c. e vizio di motivazione sulla eccezione di giudicato relativa alla richiesta di risarcimento per accessione invertita dei 2600 mq..
Censura l'assunto - che assume essere peraltro immotivato - che con la definizione del giudizio di opposizione alla stima sia precluso l'esame della questione del danno relativo all' accessione invertita , posto che i due giudizi sono diversi per petitum e causa petendi. (...)Con l'ultimo motivo il ricorrente denunzia violazione della L. n. 2359 del 1865, L. n. 865 del 1971; L. n. 662 del 1996, art. 3, comma 65, art. 2043 c.c. nonchè omessa motivazione sulla integrale risarcibilità del danno da accessione invertita .
Assume che l'operato dell'I.a.c.p. è consistito in una attività materiale configurante un illecito permanente integralmente risarcibile essendo in controverso che alla data del 28 gennaio 1984 - che la sentenza 671/2001 della corte di appello di Palermo, richiamata nel presente giudizio, aveva indicato come data di inefficacia del p.c.c.p. - la realizzazione dell'opera pubblica non era nemmeno iniziata ed era venuta meno la dichiarazione di pubblica utilità.
I primi sei motivi sono privi di fondamento.
La corte territoriale ha rilevato che con sentenza irrevocabile 1 marzo - 4 aprile 1991 la medesima corte ha accolto la opposizione alla stima proposta dai B., in relazione alla espropriazione dei 2600 mg., disposta con ordinanza 8 febbraio 1988, ed ha dichiarato inammissibile la domanda relativa all'indennità di occupazione, per essere stata tardivamente introdotta con la comparsa conclusionale.
Tanto, aggiunge la sentenza impugnata, aveva precluso l'esame della questione relativa al dedotto danno da accessione invertita e impedito ogni valutazione in ordine alla illegittimità della occupazione per il periodo dal 31 ottobre 1982 al maggio 1988, per via del giudicato che si era formato sulla liceità dell'azione amministrativa che ha comportato la riforma delle decisioni di primo grado, che avevano riconosciuto il diritto dei B. alla restituzione del terreno e al risarcimento del danno dall'8 febbraio 1988, nonchè il danno da occupazione liquidato dal febbraio al maggio 1988, periodo successivo all'espropriazione.
La sentenza ha fatto salve le altre statuizioni, principali ed accessorie, in ordine alla indennità di occupazione fino all'8 febbraio 1988, perchè non oggetto di specifica censura da parte degli appellanti.
La deduzione del ricorrente (primo motivo), secondo cui non opera il giudicato formatosi nel giudizio di opposizione alla stima, perchè diversi sono causa petendi e petitum, non ha alcun pregio, in quanto è identico il bene della vita fatto valere nei giudizi ed identico è il fondamento della pretesa, consistendo la sua ragione nel provvedimento ablatorio, in un caso, e nella perdita per accessione invertita nell'altro; e non ha titolo l'attore ad invocare una misura risarcitoria, dopo aver ottenuto l'indennizzo per la perdita della proprietà.
Nè giova il richiamo giurisprudenziale (Cass. ss.uu. 24 aprile 1979 n. 2313) che suppone la invalidità del provvedimento ablatorio, la cui questione non è pregiudicata dall'esito del giudizio di opposizione alla stima e concerne la ipotesi della illecita utilizzazione del bene, non essendosi invece nella specie di cui si tratta in alcun modo prospettati vizi di quel provvedimento, posto che il tema in discussione è stato il danno da accessione invertita , intervenuta nel maggio 1988, dopo che era stata disposta la espropriazione.



CASS 5902/2003: «« Su tali premesse essa affermò che, nella fattispecie, in seguito alla trasformazione del fondo conseguente alla realizzazione sullo stesso dell'opera pubblica, in forza del principio generale dell'accessione invertita (o occupazione appropriativa) si era prodotto l'acquisto a titolo originario del suolo in favore dell'ente occupante, con contestuale estinzione del diritto di proprietà degli originari titolari.

Peraltro la categoria giuridica dell'occupazione: appropriativa, elaborata dalla giurisprudenza con orientamento ormai consolidato, aveva trovato riscontro normativo con la legge n. 458 del 27 ottobre 1988 e, da ultimo, con la legge 23 dicembre 1996, n. 662, che aveva aggiunto all'ari 5 bis della legge n. 359 del 1992 il comma 7-bis.

La Corte di Bari osservò ancora che, nella fattispecie così definita, i proprietari di fatto espropriati avevano diritto al risarcimento del danno nella misura stabilita dal citato art. 5 bis (comma 7-bis) della legge n. 359 del 1992, vale a dire in misura pari alla semisomma del valore venale e del reddito dominicale rivalutato, aumentato del 10%. Essa, poi, richiamò le sentenze della Corte Costituzionale n. 188 del 1995 e n. 148 del 1999, pose l'accento sulla distinzione tra occupazione appropriativa ed occupazione c.d. usurpativa (quest'ultima caratterizzata dalla mancanza di una valida dichiarazione di pubblica utilità, e quindi non idonea a configurare un'ipotesi di accessione invertita, bensì soltanto un fatto illecito generatore di danno) e rilevò che, nel caso in esame, si trattava di occupazione effettuata in virtù di valida dichiarazione di pubblica utilità, onde andava applicato per l'appunto il criterio risarcitorio previsto dal comma 7 bis dell'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992. (...) Premesso che, in data 30 maggio 2000, la Corte europea dei diritti dell'uomo depositò, oltre alla sentenza Belvedere, anche la sentenza pronunziata nella causa Carbonara e Ventura contro Italia, del tutto ignorata dalla Corte di Bari, affermano che, se quest'ultima avesse esaminato anche tale pronunzia, avrebbe dovuto prendere atto che essa riguardava un caso molto simile a quello qui in esame, in cui la dichiarazione di pubblica utilità esisteva, l'apprensione era avvenuta in forza di un legittimo decreto di occupazione e l'immobile era stato subito trasformato per fini di pubblica utilità. Ad onta di ciò la Corte europea non aveva ritenuto che l'esproprio fosse conforme alla Convenzione, ma aveva censurato la giurisprudenza italiana sull'accessione invertita, con motivazione sostanzialmente identica a quella contenuta nella sentenza Belvedere.

Anzi, nella motivazione della sentenza Carbonara la Corte europea non si era limitata a constatare che, poiché nessuna indennità era stata versata ai ricorrenti, questa circostanza era sufficiente per ravvisare la violazione dell'art. 1 del Protocollo 1. La Corte europea era andata oltre, sottoponendo l'istituto dell'accessione invertita alla nota critica concernente la violazione del principio di legalità.

Sarebbe fuorviante e non vero, dunque, affermare che la Corte europea sia pervenuta agli stessi risultati della Corte Costituzionale e di questa Corte sull'accessione invertita. Al contrario, essa avrebbe affermato l'opposto, e cioè che la giurisprudenza in materia di espropriazione (citata nei paragrafi 21 - 35) avrebbe conosciuto un'evoluzione che avrebbe condotto ad applicazioni contraddittorie, e soprattutto che il principio dell'occupazione non conforme a diritto, tale fin dall'inizio o sopravvenuta quando l'occupazione si prolunghi al di là del periodo autorizzato, sarebbe incompatibile col principio di legalità, permettendo all'amministrazione di trarre beneficio da una situazione illegale e per effetto della quale il privato si trova davanti al fatto compiuto. La Corte europea avrebbe anche rilevato che potrebbe rivelarsi una protezione non adeguata la circostanza che il risarcimento per la privazione della proprietà non sia automaticamente versato dalla Pubblica Amministrazione, ma debba essere chiesto dall'interessato entro il termine di cinque anni.

La tesi adottata dalla Corte d'appello, dunque, non potrebbe essere condivisa e, invece, si dovrebbe riconoscere che il "diritto vivente" in materia di occupazione illegittima si porrebbe in contrasto col principio di legalità ed andrebbe rivisto. Tale esigenza sarebbe ancor più avvertita, in quanto il preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, riafferma (tra l'altro) non soltanto i diritti derivanti dalla Convenzione ma anche quelli riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte europea.

La necessità di applicare tale giurisprudenza, quindi, non deriverebbe soltanto dall'art. 46 della Convenzione, che impegna le parti contraenti a conformarsi alle sentenze definitive della Corte, ma anche dalla diffusa esigenza che si formi un diritto comune europeo sui valori tutelati dalla Convenzione.

I ricorrenti, poi, richiamano il dibattito giurisprudenziale svoltosi sull'istituto dell'occupazione acquisitiva, di cui sarebbero espressione la sentenza di questa Corte n. 3872 del 18 aprile 1987, nonché la sentenza del Tribunale superiore delle acque pubbliche n. 14 del 2 marzo 1988.

In definitiva, si dovrebbe riconoscere che la sentenza pronunziata dal Tribunale, e riformata dalla Corte d'appello, conteneva princìpi rispondenti sia alla giurisprudenza della Corte europea, sia ad orientamenti già espressi anche dalla giurisprudenza di questa Corte.

Con il secondo mezzo di cassazione i ricorrenti denunziano omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa il punto decisivo della controversia, relativo alla legittimità costituzionale dell'istituto dell'accessione invertita.

La sentenza impugnata sarebbe caduta in errore per aver ritenuto che, poiché l'istituto in questione avrebbe superato il vaglio di costituzionalità con la sent. n. 188 del 1995, si dovrebbe ipotizzare una sorta di presunzione di conformità alla Costituzione dell'istituto medesimo, dalla quale deriverebbe la conseguenza che, considerata la sostanziale equiparazione tra i valori costituzionali e quelli protetti dalla Convenzione, vi sarebbe anche un'equivalenza tra i princìpi enunciati dalla Corte europea a proposito dell'art. 1 Prot. add. C.E.D.U. e quelli affermati dalla Corte Costituzionale con riguardo all'accessione invertita.

In contrario andrebbe osservato, in primo luogo, che la sentenza della Corte Costituzionale n. 188 del 1995 fu pronunziata prima che la legge n. 549 del 1995 e la legge n. 662 del 1996 intervenissero a dimezzare l'ammontare del risarcimento spettante al privato, al quale in precedenza era assicurato l'intero valore venale quale corrispettivo per la perdita dell'immobile.

Quella sentenza, quindi, avrebbe esaminato la questione alla luce del principio, allora in vigore, dell'integralità del risarcimento, ma la questione medesima oggi andrebbe sottoposta a nuovo esame, perché la situazione non sarebbe più rispondente alla finalità "riequilibratrice" da cui la giurisprudenza di questa Corte avrebbe preso le mosse fin dalla sent. n. 1464 del 1983.

In secondo luogo, la decisione della Corte Costituzionale n. 188 del 1995 sarebbe partita dal presupposto che la giurisprudenza di questa Corte, nella vicenda dell'occupazione appropriativa, operasse una distinzione tra un momento possessorio illecito da occupazione e irreversibile trasformazione e un momento traslativo lecito di costruzione dell'opera pubblica e acquisizione dell'immobile. Ma tale distinzione - elaborata da questa Corte con le sentenze nn. 7210/90, 7952/91 e 10979/92 (che ritennero applicabile la prescrizione decennale) - sarebbe stata poi ripudiata dalla pronunzia resa a sezioni unite, n. 12546 del 1992, e dalla giurisprudenza successiva.

Anche sotto questo profilo, perciò, la questione di legittimità costituzionale dell'istituto dell'occupazione appropriativa andrebbe nuovamente rimessa all'esame del Giudice delle leggi.

Con il terzo mezzo di cassazione i ricorrenti denunziano "violazione dei princìpi generali di legge di diritto privato, dell'elasticità del diritto di proprietà e di diritto pubblico di portare a compimento la procedura espropriativa (artt. 50 e 52 L. n. 2359 del 1865). Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia".

La sentenza impugnata avrebbe disatteso la ricostruzione operata dal primo giudice, motivando unicamente in base ad un generico richiamo al "diritto vivente", costituito dall'istituto dell'accessione invertita, nonché in base alla trasformazione subita dall'immobile che avrebbe perduto le caratteristiche originarie, sicché l'oggetto del diritto di proprietà del privato non sarebbe più individuabile. »»


CASS 14911/2002: «« Edilcoop s.r.l., divenuta titolare dei diritti già spettanti all'espropriata Condel, promosse un giudizio davanti al Tribunale di Firenze chiedendo l'annullamento - per errore essenziale e riconoscibile - dell'atto di cessione bonaria stipulato l'8 settembre 1983, sull'assunto che al momento della stipula non era stata resa nota la declaratoria d'incostituzionalità della legge applicata nell'atto stesso. E poiché intanto il P.E.E.P. era stato completamente realizzato, chiese altresì che, accertata l'accessione invertita relativa alla proprietà dei suoli, il Comune fosse condannato al risarcimento dei danni per avere utilizzato terreni non validamente espropriati;

con sentenza non definitiva n. 2592 dell'11 ottobre 1995 il Tribunale, in accoglimento della domanda, annullò il contratto di cessione bonaria perché viziato da errore, dichiarò l'accessione invertita in favore del Comune, che condannò al risarcimento dei danni in favore di Edilcoop, e con separata ordinanza dispose una consulenza tecnica;

il Comune di Sesto Fiorentino propose appello, sostenendo la legittimità dell'accordo bonario e del conseguente effetto espropriativo;

nelle more del giudizio di appello il Comune e la società Edilcoop ritennero di transigere la controversia nei termini risultanti dalla deliberazione della Giunta comunale n. 318 del 19 novembre 1999, nella quale era previsto un indennizzo a favore della società pari a complessive lire 11 miliardi, di cui lire quattro miliardi e mezzo a titolo d'indennità espropriativa in senso proprio, cinque miliardi circa per interessi e lire 900 milioni circa per i.v.a. dovuta dalla società espropriata;

il Comune rese noto agli assegnatari di aver concluso la transazione, comunicò che sarebbero state fatte le ripartizioni e pretese il rimborso della spesa sostenuta (con alcuni correttivi), inviando quindi ai 570 assegnatari una lettera circolare, con la quale addebitava a ciascuno di essi una quota dell'importo di lire 10.434.068.665, quota calcolata sulla base di tabelle millesimali tratte da fonti ignote;

la pretesa del Comune era priva di fondamento, perché gli assegnatari degli appartamenti compresi nel P.E.E.P., a norma della convenzione, avrebbero dovuto tenere indenne il Comune di Sesto Fiorentino dalla maggiore indennità di espropriazione che fosse stata eventualmente determinata all'esito del procedimento amministrativo, promosso ai sensi degli artt. 9 e ss. della legge n. 865 del 1971, ovvero a seguito di opposizione all'indennità di esproprio, ai sensi dell'art. 19 della medesima legge n. 865, non dal maggiore esborso per l'acquisizione delle aree, dopo che era stata accertata giudizialmente la c.d. accessione invertita delle medesime aree e dopo che il Comune aveva definito per transazione l'importo del relativo risarcimento;

infatti l'obbligazione del Comune, resosi responsabile di una fattispecie di accessione invertita, non era opponibile agli assegnatari di alloggi di edilizia residenziale pubblica, sia per il principio di personalità dell'illecito civile, sia perché era da escludere ogni profilo di responsabilità degli assegnatari, i quali non avevano preso parte alla formazione dell'atto di cessione bonaria poi annullato dal Tribunale, né avevano dato causa all'accessione invertita, né erano stati partecipi della transazione; (...) Sostengono però che la controversia de qua sarebbe estranea all'ambito del servizio pubblico, in quanto attinente all'accertamento della fondatezza/infondatezza della pretesa del Comune, diretta ad ottenere il rimborso di somme versate ai proprietari delle aree a titolo di transazione relativa al risarcimento di un danno conseguente ad un fenomeno di accessione invertita giudizialmente accertata. La controversia in esame, dunque, sarebbe ben diversa dal giudizio in cui si discutesse della pretesa dell'espropriante, diretta ad ottenere dagli assegnatari degli immobili il rimborso dei maggiori oneri sostenuti per l'esproprio in base alla maggiore indennità di espropriazione determinata all'esito del relativo procedimento in sede amministrativa o giudiziaria. In altre parole, non sarebbero in questione prestazioni svolte nell'ambito di un pubblico servizio in senso tecnico, bensì oneri riguardanti una fattispecie risarcitoria giudizialmente accertata.

Oggetto del contendere non sarebbe la portata applicativa dell'art. 35 L. n. 865 del 1971, bensì l'individuazione dei soggetti giuridicamente obbligati a sopportare le conseguenze risarcitorie derivanti da un fenomeno di occupazione illegittima e successiva accessione invertita. Nella causa non sarebbero in discussione né la natura del titolo giuridico posto a fondamento della pretesa pecuniaria del Comune, né la corretta qualificazione giuridica del comportamento ablativo a suo tempo tenuto dall'ente territoriale (occupazione illecita e non espropriazione), bensì soltanto la fondatezza della domanda di regresso in ordine al credito risarcitorio che il Comune vorrebbe far gravare sui ricorrenti, peraltro sulla base di una transazione alla quale gli assegnatari sarebbero rimasti estranei e che quindi non sarebbe ad essi opponibile.

2. - Il resistente sostiene, invece, che l'istanza di regolamento prenderebbe le mosse da un equivoco di fatto indotto dai ricorrenti, non essendo vero che il Comune abbia versato agli espropriati somme dovute a titolo di risarcimento del danno. Come risulterebbe dalla delibera della Giunta comunale n. 318 del 19 novembre 1998, l'ente avrebbe versato agli espropriati il conguaglio loro dovuto in base al vigente criterio per la determinazione dell'indennità di esproprio, di cui all'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, aumentato dagli interessi legali, onde la prospettazione dei ricorrenti verrebbe a cadere, perché il rimborso richiesto sarebbe costituito soltanto dagli oneri di acquisizione delle aree espropriate e non anche da ulteriori somme dirette a soddisfare pretese risarcitorie degli espropriati.

Del resto - prosegue il resistente - il Comune aveva il diritto di procedere, anziché all'esproprio, all'acquisto del terreno mediante cessione volontaria e di versare il prezzo in due fasi, di cui la seconda riguardante il saldo a conguaglio. Né sarebbe pertinente l'argomento relativo all'inopponibilità agli assegnatari del presunto negozio transattivo, perché l'ente territoriale pretenderebbe da costoro soltanto il rimborso degli oneri di acquisizione, determinati ai sensi dell'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992. Peraltro, se nella specie dovesse assumere rilevanza la presunta accessione invertita quale esito patologico di una procedura espropriativa, si dovrebbe comunque affermare la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, in forza della normativa di cui all'art. 34 del D. L.vo n. 80 del 1998 e della successiva legge n. 205 del 2000, circa il riparto di giurisdizione in materia urbanistica ed edilizia. »»


CASS 4946/1999: «« Con sentenza in data 13.12.96/15.01.97 la Corte d'appello di Palermo liquidava in lire 222.235.070 il risarcimento danni per accessione invertita spettante a Caterina Midolo e Gaetana Sirchia; rivalutava la somma alla data della pronuncia e riconosceva interessi legali sull'importo rivalutato dalla data di scadenza dell'occupazione legittima al saldo.

Esponeva la sentenza che l'I.A.C.P. di Palermo, delegato dal Comune sia all'esecuzione dei lavori, sia all'espropriazione delle aree, aveva occupato il terreno nel gennaio 1981 e che alla scadenza del periodo di occupazione legittima, in data 6 gennaio 1987, l'opera era già compiuta, ma il decreto d'esproprio non era stato emesso. Si era perciò verificato l'acquisto del terreno a favore del Comune per accessione invertita verificatasi alla scadenza della occupazione legittima.

Nel contrasto tra Comune e I.A.C.P. doveva essere affermata la responsabilità di entrambi, perché l'Istituto doveva svolgere l'espropriazione d'intesa con il Comune e su di lui ricadeva quindi l'onere di attivarsi per far sì che il decreto di espropriazione intervenisse tempestivamente. Non poteva invece porsi a carico dell'istituto l'indennità di occupazione legittima, che doveva gravare solo sul Comune.

Poiché la stima del terreno doveva avvenire al momento dell'accessione invertita, era irrilevante l'originaria destinazione a verde agricolo, superata dalla successiva vocazione edificatoria di fatto, data dalla urbanizzazione della zona al momento della occupazione; quanto al valore unitario, risultava affidabile quello stabilito dal c.t.u. che confermava, quindi, in lire 31.686.500.

In accoglimento dell'appello incidentale di Caterina Midolo - ma non di Gaetana Sirchia, priva di diritti sul suolo - riconosceva che spettava alla Midolo il risarcimento anche per la perdita della costruzione che insisteva su parte del terreno, per tre ordini di ragioni: perché la costruzione di un immobile senza licenza comporta unicamente l'illiceità dell'attività di costruzione, ma non l'incommerciabilità del bene; perché l'edificazione era anteriore al 1967; perché la regola dettata dall'art. 16 della legge 865/71 vale ad escludere l'indennità d'esproprio per le costruzioni abusive, ma non ad escluderne il risarcimento in caso di accessione invertita. Determinava quindi, sulla base della c.t.u., in lire 190.578.570 il valore venale dell'edificio al momento dell'accessione. Spese compensate tra le parti. (...) 1. - I primi due motivi del ricorso principale ed il primo motivo del ricorso incidentale vanno esaminati congiuntamente, in quanto hanno ad oggetto la titolarità passiva della pretesa risarcitoria, conseguente ad accessione invertita, della Midolo, avendo la sentenza impugnata - senza che sui due punti sussista impugnazione - addebitato al solo Comune l'indennità di occupazione legittima, e riconosciuto alla sola Midolo con esclusione della Sirchia, la legittimazione attiva rispetto alle pretese indennitarie e risarcitorie azionate.

Col primo motivo del ricorso principale si deduce l'omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, in quanto del danno sofferto dalla Midolo solo l'I.A.C.P. doveva rispondere, per aver illegittimamente occupato il fondo, trasformando radicalmente.

Col secondo motivo del ricorso principale, si sostiene il vizio logico di motivazione in relazione a principi e regole in tema di occupazione acquisitiva e delegazione amministrativa ed in tema di rivalsa. L'I.A.C.P. era tenuto a completare l'opera pubblica ed a consegnarla prima della scadenza del termine di occupazione, l'I.A.C.P. quale proprietario superficiario non ha rivalsa nei confronti del Comune per le maggiori somme richieste per occupazione appropriative; l'I.A.C.P. ha detenuto per lungo tempo le aree oggetto di esproprio senza restituirle in tempo.

Col primo motivo del ricorso incidentale l'I.A.C.P. deduce la violazione e falsa applicazione dell'art. 2043 cc e dei principi in tema di responsabilità civile, nonché motivazione contraddittoria su un punto decisivo della controversia.

Sostiene in fatto l'Istituto di aver completato le opere nel periodo di occupazione legittima, tanto che ancor prima della scadenza non era più nel possesso né del terreno né delle costruzioni realizzate, già occupate dagli assegnatari; di aver sollecitato invano il Comune a determinare l'indennità provvisoria di occupazione ed a prorogare il termine finale, con note 23.4.82, 10.7.84, 4.3.85, 20.2.86; di aver ricevuto solo in data successiva al 14.1.87 il provvedimento, datato 2.12.86, con cui il Comune determinava l'indennità provvisoria. Ritiene quindi l'istituto che la sentenza, nell'affermare la responsabilità concorrente dell'IACP in base all'onere di attivarsi perché il decreto di espropriazione intervenga tempestivamente, abbia omesso di esaminare le ragioni addotte dall'Istituto e abbia, comunque, espresso una motivazione insufficiente.

Occorre precisare che, al verificarsi dell'accessione invertita, concorrono tre condizioni: la scadenza del termine finale dell'occupazione legittima, la irreversibile trasformazione del bene occupato, la assenza, al verificarsi delle due prime condizioni, del decreto d'esproprio.

Se, quindi, è dato di fatto - che la sentenza impugnata assume come pacifico - che, alla scadenza del periodo di occupazione legittima (e cioé al 6 gennaio 1987) ebbe a verificarsi la accessione invertita, non è affatto dimostrato che alla stessa data le costruzioni affidate all'IACP fossero finite, perché irreversibile trasformazione e completamento dell'opera non sono eventi necessariamente coincidenti. (...) Le censure sono fondate perché, se è esatto che sull'an e sul quantum del risarcimento per accessione invertita del terreno si era già pronunciato il tribunale, la relativa statuizione non era però passata in giudicato, contrariamente a quanto assumono le resistenti, perché era stata tempestivamente impugnata dall'IACP, come risulta dalle stesse conclusioni riportate nell'epigrafe della sentenza impugnata: "ritenere e dichiarare che la misura del risarcimento danno da occupazione illegittima deve essere valutata con riferimento ai valori propri delle aree occupate destinate a verde agricolo". Su tale domanda la Corte territoriale non si è pronunciata espressamente ed è quindi tuttora pendente, a seguito del ricorso, la relativa controversia, condizione per l'applicazione della disciplina sopravvenuta, con conseguente annullamento della sentenza e rinvio ad altra sezione della stessa Corte d'appello.»»


CASS 9585/1997: «« Nel contraddittorio fra le parti, la Corte d'Appello di Roma rigettava il gravame, osservando che gli enti ecclesiastici non possono qualificarsi come enti pubblici e gli edifici di culto debbono ritenersi beni privati, gravati da vincolo di destinazione, cosicché non può verificarsi l'"accessione invertita" a seguito della costruzione su un suolo privo di un edificio di culto, e potendone i proprietari ottenerne la restituzione secondo la disciplina dettata dall'art. 936 cod. civ. (...) Con il secondo motivo si deduce la violazione degli artt. 112 e 113 c.p.c., nonché il difetto di motivazione della sentenza, per avere il giudice d'appello respinto la domanda di risarcimento del danno in quanto ha ritenuto che la fattispecie non fosse configurabile come accessione invertita, secondo la prospettazione di essi ricorrenti, ma erroneamente omettendo di riconoscere agli stessi il diritto al risarcimento richiesto sulla base dell'esatta ricostruzione giuridica della fattispecie, che doveva compiere d'ufficio, in relazione ai fatti così come prospettati. La Corte avrebbe omesso, inoltre, di motivare circa la ritenuta natura privata degli edifici costruiti.

Con il terzo motivo si deduce la violazione del principio giurisprudenziale concernente l'accessione invertita, atteso che l'opera costruita, essendo un edificio destinato al culto, usufruirebbe di un regime analogo a quello delle opere pubbliche, dovendosene garantire la destinazione al culto (art. 53 della legge 20 maggio 1985, n. 222), configurandosi quale opera di urbanizzazione secondaria ex art. 4, lett. e) della legge 29 settembre 1964, n. 847 e successive modificazioni, ed essendo sotto tale profilo idonea a giustificare l'espropriazione per pubblico interesse ai sensi della legge n. 865 del 1971, nonché la gratuità della concessione edilizia ai sensi dell'art. 9 della legge 8 gennaio 1977, n. 10. Tali caratteristiche dell'opera farebbero sì che essa presenti similitudini accentuate con i beni demaniali e patrimoniali indisponibili, le quali produrrebbero effetti sostanzialmente ablativi sui diritti altrui che vi si contrappongono, quale la proprietà dei ricorrenti. Del resto l'accessione invertita, ai sensi della legge n. 458 del 1988 può verificarsi anche in relazione ad opere private. (...) 5 il secondo e il terzo motivo - con i quali si lamenta che la Corte di Appello avrebbe omesso di motivare circa la natura privata degli edifici costruiti; in violazione degli artt. 112 e 113 c.p.c., avrebbe erroneamente negato la configurabilità nel caso di specie della "accessione invertita"; non avrebbe riconosciuto agli appellanti il diritto al risarcimento del danno in base all'esatta ricostruzione giuridica della fattispecie, da compiersi d'ufficio - sono infondati.

La Corte di Appello, ha esattamente motivato sulla natura privata del complesso edificato, ricollegandola alla mancanza, nell'ordinamento italiano, della qualità di ente pubblico nella proprietaria Opera Pontificia convenuta. Trattasi di questione di diritto, in relazione alla quale non è allegabile il vizio di motivazione ed in ordine alla quale va comunque confermato che gli enti ecclesiastici in quanto tali, secondo quanto già affermato da questa Corte con giurisprudenza consolidata (Cass. S.U., 11 gennaio 1990, n. 61; 5 novembre 1990, n. 10607; 6 dicembre 1995, n. 12539), nel regime sia anteriore che successivo alle modificazioni del Concordato fra lo Stato e la Chiesa cattolica, attuate con l'accordo del 18 febbraio 1984 (ratificato con legge 25 marzo 1985, n. 121) ed alla legge 20 maggio 1985, n. 222 (sugli enti ecclesiastici), non sono enti pubblici nell'ordinamento italiano, mancando una norma che riconosca ad essi, ex lege, tale qualificazione e prevedendo invece gli artt. 1 e 5 della legge n. 222 anzi detta il loro riconoscimento agli effetti civili secondo lo schema del riconoscimento delle persone giuridiche private, in conformità con i principi costituzionali sopra evidenziati. Ne consegue la natura privatistica dei diritti reali di tali enti sui beni di loro appartenenza e, conseguentemente, la retrocedibilità ai privati che ne abbiano diritto dei beni che ne formino oggetto, secondo le regole generali, non facendo essi parte né di beni demaniali né di beni patrimoniali indisponibili di enti pubblici e non esistendo pertanto, rispetto ad essi, limitazione alcuna alla emissione di sentenze costitutive.

A diverso avviso non conducono le argomentazioni svolte nel ricorso, secondo le quali gli edifici destinati al culto dovrebbero ritenersi oggetto di "accessione invertita" in quanto sottoposte ad un regime giuridico che li ha equiparati alle opere pubbliche, come si evincerebbe dall'art. 53 della legge 20 maggio 1985, n. 222; dall'art. 4 della legge 29 settembre 1964, n. 847; dall'art. 8 della legge n. 865 del 1971; dall'art. 9 della legge 8 gennaio 1977, n. 10.

In proposito è assorbente, infatti, la non attinenza alla fattispecie in esame dell'istituto della "accessione invertita", la quale, secondo il consolidato orientamento al riguardo, si verifica quando un ente pubblico - in carenza di un provvedimento espropriativo operativo di effetti, o perché mai emanato o perché caducato per illegittimità - occupa un suolo privato e radicalmente ed irreversibilmente lo trasforma in un bene pubblico assoggettato al regime proprio dei beni demaniali o patrimoniali indisponibili, su di esso realizzando un'opera pubblica, oggetto di una precedente valida dichiarazione di pubblica utilità (Cass. S.U., 26 febbraio 1983, n. 1464; 10 giugno 1988, n. 3940; Cass., 15 dicembre 1995, n. 12841; Cass. S.U., 4 marzo 1997, n. 1907; Corte cost. 27 dicembre 1991, n. 486). Nel caso in esame, invece, è incontroverso che l'opera era stata costruita dopo la emanazione di un legittimo provvedimento espropriativo il quale, secondo il meccanismo previsto dagli artt. 13 e 62 della legge n. 2359 del 1865, conserva la sua validità ed efficacia nonostante la scadenza dei termini per il completamento dell'opera, cosicché l'espropriante conserva la proprietà del bene espropriato finché non sia emanata la sentenza di retrocessione ed acquisisce perciò la proprietà dell'opera edificata dopo la scadenza dei termini all'uopo fissati in quanto proprietario del suolo, secondo i principi generali, e non in forza di "accessione invertita".»»


CASS 9368/1997: «« Nel contraddittorio fra le parti, la Corte d'Appello di Roma rigettava il gravame, osservando che gli enti ecclesiastici non possono qualificarsi come enti pubblici e gli edifici di culto debbono ritenersi beni privati, gravati da vincolo di destinazione, cosicché non può verificarsi l'"accessione invertita" a seguito della costruzione su un suolo privo di un edificio di culto, e potendone i proprietari ottenerne la restituzione secondo la disciplina dettata dall'art. 936 cod. civ. (...) Con il secondo motivo si deduce la violazione degli artt. 112 e 113 c.p.c., nonché il difetto di motivazione della sentenza, per avere il giudice d'appello respinto la domanda di risarcimento del danno in quanto ha ritenuto che la fattispecie non fosse configurabile come accessione invertita, secondo la prospettazione di essi ricorrenti, ma erroneamente omettendo di riconoscere agli stessi il diritto al risarcimento richiesto sulla base dell'esatta ricostruzione giuridica della fattispecie, che doveva compiere d'ufficio, in relazione ai fatti così come prospettati. La Corte avrebbe omesso, inoltre, di motivare circa la ritenuta natura privata degli edifici costruiti.

Con il terzo motivo si deduce la violazione del principio giurisprudenziale concernente l'accessione invertita, atteso che l'opera costruita, essendo un edificio destinato al culto, usufruirebbe di un regime analogo a quello delle opere pubbliche, dovendosene garantire la destinazione al culto (art. 53 della legge 20 maggio 1985, n. 222), configurandosi quale opera di urbanizzazione secondaria ex art. 4, lett. e) della legge 29 settembre 1964, n. 847 e successive modificazioni, ed essendo sotto tale profilo idonea a giustificare l'espropriazione per pubblico interesse ai sensi della legge n. 865 del 1971, nonché la gratuità della concessione edilizia ai sensi dell'art. 9 della legge 8 gennaio 1977, n. 10. Tali caratteristiche dell'opera farebbero sì che essa presenti similitudini accentuate con i beni demaniali e patrimoniali indisponibili, le quali produrrebbero effetti sostanzialmente ablativi sui diritti altrui che vi si contrappongono, quale la proprietà dei ricorrenti. Del resto l'accessione invertita, ai sensi della legge n. 458 del 1988 può verificarsi anche in relazione ad opere private. (...) il secondo e il terzo motivo - con i quali si lamenta che la Corte di Appello avrebbe omesso di motivare circa la natura privata degli edifici costruiti; in violazione degli artt. 112 e 113 c.p.c., avrebbe erroneamente negato la configurabilità nel caso di specie della "accessione invertita"; non avrebbe riconosciuto agli appellanti il diritto al risarcimento del danno in base all'esatta ricostruzione giuridica della fattispecie, da compiersi d'ufficio - sono infondati.

La Corte di Appello, ha esattamente motivato sulla natura privata del complesso edificato, ricollegandola alla mancanza, nell'ordinamento italiano, della qualità di ente pubblico nella proprietaria Opera Pontificia convenuta. Trattasi di questione di diritto, in relazione alla quale non è allegabile il vizio di motivazione ed in ordine alla quale va comunque confermato che gli enti ecclesiastici in quanto tali, secondo quanto già affermato da questa Corte con giurisprudenza consolidata (Cass. S.U., 11 gennaio 1990, n. 61; 5 novembre 1990, n. 10607; 6 dicembre 1995, n. 12539), nel regime sia anteriore che successivo alle modificazioni del Concordato fra lo Stato e la Chiesa cattolica, attuate con l'accordo del 18 febbraio 1984 (ratificato con legge 25 marzo 1985, n. 121) ed alla legge 20 maggio 1985, n. 222 (sugli enti ecclesiastici), non sono enti pubblici nell'ordinamento italiano, mancando una norma che riconosca ad essi, ex lege, tale qualificazione e prevedendo invece gli artt. 1 e 5 della legge n. 222 anzi detta il loro riconoscimento agli effetti civili secondo lo schema del riconoscimento delle persone giuridiche private, in conformità con i principi costituzionali sopra evidenziati. Ne consegue la natura privatistica dei diritti reali di tali enti sui beni di loro appartenenza e, conseguentemente, la retrocedibilità ai privati che ne abbiano diritto dei beni che ne formino oggetto, secondo le regole generali, non facendo essi parte né di beni demaniali né di beni patrimoniali indisponibili di enti pubblici e non esistendo pertanto, rispetto ad essi, limitazione alcuna alla emissione di sentenze costitutive.

A diverso avviso non conducono le argomentazioni svolte nel ricorso, secondo le quali gli edifici destinati al culto dovrebbero ritenersi oggetto di "accessione invertita" in quanto sottoposte ad un regime giuridico che li ha equiparati alle opere pubbliche, come si evincerebbe dall'art. 53 della legge 20 maggio 1985, n. 222; dall'art. 4 della legge 29 settembre 1964, n. 847; dall'art. 8 della legge n. 865 del 1971; dall'art. 9 della legge 8 gennaio 1977, n. 10.

In proposito è assorbente, infatti, la non attinenza alla fattispecie in esame dell'istituto della "accessione invertita", la quale, secondo il consolidato orientamento al riguardo, si verifica quando un ente pubblico - in carenza di un provvedimento espropriativo operativo di effetti, o perché mai emanato o perché caducato per illegittimità - occupa un suolo privato e radicalmente ed irreversibilmente lo trasforma in un bene pubblico assoggettato al regime proprio dei beni demaniali o patrimoniali indisponibili, su di esso realizzando un'opera pubblica, oggetto di una precedente valida dichiarazione di pubblica utilità (Cass. S.U., 26 febbraio 1983, n. 1464; 10 giugno 1988, n. 3940; Cass., 15 dicembre 1995, n. 12841; Cass. S.U., 4 marzo 1997, n. 1907; Corte cost. 27 dicembre 1991, n. 486). Nel caso in esame, invece, è incontroverso che l'opera era stata costruita dopo la emanazione di un legittimo provvedimento espropriativo il quale, secondo il meccanismo previsto dagli artt. 13 e 62 della legge n. 2359 del 1865, conserva la sua validità ed efficacia nonostante la scadenza dei termini per il completamento dell'opera, cosicché l'espropriante conserva la proprietà del bene espropriato finché non sia emanata la sentenza di retrocessione ed acquisisce perciò la proprietà dell'opera edificata dopo la scadenza dei termini all'uopo fissati in quanto proprietario del suolo, secondo i principi generali, e non in forza di "accessione invertita". »»



CASS 11096/2004: «« Con atto di citazione notificato il 10.9.1987, Borghesi Maddalena conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Bari il Comune di Turi, chiedendo la determinazione dell'indennità per il periodo di occupazione legittima, ed il risarcimento del danno per l'occupazione appropriativa di fondi di sua proprietà, irreversibilmente trasformati e destinati alla costruzione di scuola materna e all'ampliamento di strade latistanti, senza che fosse stato emanato rituale decreto di esproprio. (...) iolazione e falsa applicazione di legge (artt. 42 e 111 Cost. art. 1 prot. add. C.E.D.U. approvato con l. 848/55; preambolo e artt. 46, 13 e 6 C.E.D.U.; artt. 834, 922, 2043 ss. c.c.), ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi, censura la sentenza impugnata per aver fatto applicazione dall'istituto dell'occupazione appropriativa, contrario alla C.E.D.U., come ai presupposti stessi dello Stato di diritto, creato dalla giurisprudenza, modificato dal legislatore per esigenze economiche con effetti sui processi in corso, costituente modo di acquisto della proprietà per fatto illecito, anche in assenza dell'indefettibile presupposto della dichiarazione di pubblica utilità. La Corte d'appello di Bari, che applicando lo ius superveniens, ha ridimensionato il risarcimento liquidato nella prima sentenza, ha in particolare disatteso le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo del 2000, che hanno condannato lo Stato italiano per essere l'istituto in contrasto con la C.E.D.U., assumendo erroneamente il trattamento migliorativo per l'occupazione appropriativa assicurato dalla legge rispetto all'indennità, e non ha tenuto conto che la giurisprudenza della Corte europea non solo ha efficacia vincolante, ma costituisce vera e propria fonte normativa direttamente applicabile e imperativa per tutte le istituzioni dell'ordinamento statale.

Con il secondo motivo di ricorso, la Borghesi, denunciando l'illegittimità costituzionale dell'art. 5 bis, comma 7 bis, l.

8.8.1992, n. 359, come introdotto dall'art. 3, comma 65, l.

23.12.1996, n. 662, osserva che il nuovo testo unico sull'espropriazione ha modificato i criteri di risarcimento del danno da occupazione appropriativi, adottando il sistema risarcitorio del valore venale, ma se al momento della decisione il nuovo sistema non fosse applicabile, vanno poste in rilievo le violazioni, insite nell'istituto dell'occupazione appropriativa, dell'art. 2 Cost., che impone il rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo, e tra questi, il diritto al rispetto dei beni, il diritto ad un processo equo, il principio del legittimo affidamento e della certezza del diritto, dell'art. 10 Cost., che impone il doveroso rispetto delle norme di diritto internazionale, dell'art. 101 Cost., che sottopone il giudice alla sola legge, e non anche a principi giurisprudenziali, che gli ultimi interventi legislativi, viceversa, obbligano a condividere.

Con il terzo motivo di ricorso, la Borghesi, denunciando l'illegittimità costituzionale dell'istituto dell'occupazione appropriativa, oggi regolato dall'art. 3, comma 65, l. 23.12.1996, n. 662, osserva che il recepimento in legge dell'istituto, di cui sono state regolate le conseguenze economiche, fa venir meno le ragioni per cui, in assenza di una fonte normativa, la Corte Costituzionale (con sentenza 188/95) aveva dichiarato l'inammissibilità della questione di illegittimità costituzionale, tanto più che quell'equo bilanciamento, che consentì in quella sede alla Corte di ritenere legittimo l'istituto, è venuto meno per averne, il nuovo criterio di liquidazione del danno, dimezzata la misura del risarcimento.

L'illegittimità costituzionale è ora configuratane per il conseguimento di effetti positivi per l'autore di un fatto illecito;

per la configurazione dell'illecito istantaneo, e sottoposizione del risarcimento al termine breve di prescrizione; per l'effetto di acquisizione al di fuori del procedimento di espropriazione.

Con il quarto motivo di ricorso, la Borghesi chiede che questa corte di Cassazione sollevi conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, assumendo l'estraneità ai principi dello Stato di diritto di un intervento legislativo che venga a sconvolgere un sistema, quello dell'occupazione appropriativa, che riposava su una consolidata prassi giurisprudenziale, nel senso che una fonte di diritto (definita da Corte Cost. 188/95 come norma che effettivamente vive nella concreta realtà dei rapporti giuridici) può essere modificata o abrogata solo da una fonte di pari rango, proveniente dallo stesso potere, e non, come in questo caso, dal potere legislativo, con l'emanazione della l. 662/96.

Con il quinto motivo di ricorso, la Borghesi, denunciando violazione dei principi generali in tema di valutazione delle prove e delle dichiarazioni negoziali della parti, ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto decisivo riguardante la legittimazione passiva riguardo al suolo di Gioia Canale, censura la sentenza impugnata per aver accolto l'eccezione del Comune di Turi, riguardo alla propria estraneità nell'occupazione di quel terreno, disattendendo una lettera del Sindaco, che manifestava l'intenzione di allargare la strada, e avvalorando, viceversa, il giudizio del c.t.u. circa la cenerata realizzazione dell'opera da parte della Provincia, senza tener conto che alcuni frontisti si erano impegnati a cedere i terreni al Comune, per permettere l'allargamento della strada, mentre nessuna rilevanza ha l'iniziativa nella realizzazione concreta dell'opera.

Con il sesto motivo di ricorso, la Borghesi, denunciando violazione a falsa applicazione degli artt. 1353, 647, 648, 793, 794 c.c., 99, 100, 101 c.p.c., ad omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto decisivo riguardante la cessione di via Napolitano, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che, in primo luogo, l'autorizzazione della propria dante causa ad occupare il suolo costituiva una cessione, e in secondo luogo, che l'inadempimento del Comune di Turi all'obbligo di costruire il moretto di recinzione, apposto come condizione del consenso ad occupare, non inficiava la cessione, essendo assimilabile ad una disposizione modale che legittimava al più una richiesta di risarcimento: la ricorrente aveva semplicemente acconsentito all'occupazione dei terreni, e l'impegno assunto dal Comune costituiva una vera e propria condizione, non un modus, ma anche a volerlo ammettere, l'attrice aveva chiesto il pagamento del controvalore delle recinzioni e dei manufatti esistenti e distrutti.

Con il primo motivo del ricorso incidentale, il comune di Turi, denunciando omessa motivazione su punto decisivo della controversia, si duole della valutazione operata dalla Corte d'appello dei suoli occupati per la realizzazione della scuola materna, relativamente ai quali ha disatteso la -salutazione del c.t.u. nominato in appello, operata su dati omogenei, sostituendovi apoditticamente una propria valutazione fondata su dati disomogenei in quanto relativi a epoche diverse.

Con il secondo motivo del ricorso incidentale, il Comune di Turi, denunciando omessa insufficiente e con-traddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, si duole della determinazione operata dalla Corte d'appello dell'indennità di occupazione, senza alcuna indicazione del criterio, ma di certo in modo non corretto e sproprorzionato, se è vero che lo stesso c.t.u., pur partendo da una base di calcolo errata, quella del valore venale, perviene ad un risultato comunque inferiore a quello attinto dal giudice.

Con il terzo motivo del ricorso incidentale, il Comune di Turi, denunciando violazione di legge, omessa motivazione su punto decisivo della controversia, si duole del riconoscimento della rivalutazione monetaria sia sull'indennità di occupazione, che sul risarcimento da occupazione appropriativa, di cui va ritenuta la natura di debito di valuta.

Con il quarto motivo del ricorso incidentale, il Comune di Turi, denunciando violazione di legge, illogicità ed incongruità, si duole della compensazione solo parziale delle spese, operata dalla Corte d'appello di Bari, mentre l'allungamento dei tempi processuali era unicamente ascrivibile al comportamento di controparte.

Iniziando l'esame del ricorso principale, dai primi quattro motivi, che riguardano l'appezzamento di terreno utilizzato per la costruzione della scuola materna - il quinto ed il sesto motivo si riferiscono ai terreni occupati per l'allargamento, rispettivamente, di via Gioia Canale e di via Ninuccio Napolitano, e su di essi si dirà in prosieguo - è indispensabile, in via di assoluta priorità, delineare con sicurezza l'oggetto del contendere, posto che all'illegittimità del comportamento dell'amministrazione, da cui la ricorrente ha dedotto esserle derivato un danno, sono riconducibili conseguenza ben diverse, a seconda che la fattispecie venga inquadrata come occupazione appropriativa, ovvero acquisizione della proprietà alla nano pubblica a seguito del mancato perfezionamento della procedura espropriativa, o diversamente sia qualificata come occupazione usurpativa, siccome perpetrata dall'amministrazione in assoluta carenza di potere, sia ah origine, per assenza o vizio della dichiarazione di pubblica utilità, sia per sopravvenuta scadenza dei termini previsti dall'art. 13 l. 25.6.1865 n. 2359 per il compimento dei lavori.

Se la fattispecie dovesse qualificarsi come occupazione appropriativa, non vi sarebbe motivo, contrariamente all'assunto della ricorrente in via principale, per non applicare la norma (art. 5 bis, comma 7 bis, l. 8.8.1992 n. 259) che indica il criterio di liquidazione del danno: anticipando il risultato di tutte le considerazioni che seguiranno, che dovendo assecondare la pervicacia delle doglianze mosse all'istituto dell'occupazione appropriativa, non possono essere brevi, va osservato subito che l'istituto dell'occupazione appropriativa non è in contrasto nè con la Costituzione, nè con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Va però stabilito se la contestazione della sentenza impugnata, possa esser ritenuta comprendere anche la censura dell'eventuale errore di qualificazione del fatto generatore del danno, coste occupazione appropriativa, anzichè usurpativa, da parte del giudice di merito: quest'ultima del tutto svincolata nell'evoluzione giurisprudenziale dai modi di acquisto della proprietà e da una riconducibilità, neppure indiretta, all'art. 42, secondo comma, Cost., e dunque definibile cene mero fatto illecito generatore di danno, da cui sorge un diritto del danneggiato al risarcimento da liquidarsi secondo i principi dell'integralità. La ricorrente intuisce solo ora la centralità della questione ora accennata, e in sede di memoria illustrativa sottolinea la valenza del proprio ricorso ad inficiare la sentenza impugnata anche sotto il profilo della sopravvenuta scadenza dei termini contemplati dalla dichiarazione di pubblica utilità, dal che il carattere usurpativo dell'occupazione perpetrata.

La Corte d'appello, invece, ha qualificato il fatto illecito come occupazione appropriativa, e vi ha applicato il criterio risarcitorio di cui all'art. 5 bis, comma 7 bis, l. 8.8.1992 n. 259.

Per l'esattezza, e alla ricerca della necessaria connotazione del petitum, che rende il giudice di legittimità giudice del fatto sugli atti processuali e ne legittima l'esame (Cass. 8.8.2003, n. 12022;

24.1.2003, n. 1097), la ricorrente aveva inizialmente qualificato la propria domanda di risarcimento per illegittimità dell'occupazione, anche per la sopravvenuta inefficacia della dichiaratone di pubblica utilità. Il Tribunale accolse la domanda di risarcimento del danno da occupazione appropriativa, ritenendo la fondatezza della domanda pur se non v'era prova della pendenza di giudizio amministrativo (all'esito del quale, comunque, "se fosse annullato l'atto di espropriazione temporanea d'urgenza, i diritti dell'attrice non verrebbero meno, anzi accrescerebbero").

All'appello del Comune di Turi, che richiedeva la sospensione del giudizio, la Borghesi replicava non esservi alcun rapporto di pregiudizialità tra i due giudizi, amministrativo e civile, rinvenendo quest'ultimo la sua causa pretendi nel mancato compimento della procedura espropriativa nei termini previsti, ovvero nell'assoluta carenza degli atti autorizzativi dell'occupazione.

La Corte d'appello da atto che avendo la Borghesi dichiarato di aver abbandonato il giudizio amministrativo pendente sull'illegittimità degli atti presupposti dell'occupazione, e non essendo stata reiterata l'istanza di sospensione del giudizio civile in attesa dell'esito del giudizio amministrativo, la questione su cui essa era chiamata a decidere doveva esser considerata di occupazione appropriativa, e non di occupazione usurpativa.

Venendo ad esaminare il ricorso introduttivo del presente giudizio di Cassazione, non può condividersi quanto la ricorrente principale assume da ultimo, con la memoria per l'udienza, che essendosi contestata con il primo motivo di ricorso la legittimità dell'applicazione della l. 662/96, effettuata dalla Corte d'appello, anche l'occupazione dei mq. 2.500 della scuola deve essere qualificata usurpativa.

I primi quattro motivi del ricorso contestano, sotto vari aspetti che di seguito si andranno ad esaminare, l'istituto dell'occupazione appropriativa. Tralasciando per il momento il secondo, terzo e quarto, che attengono alla legittimità in me del fenomeno appropriativo, indipendentemente dall'applicazione che il giudice di merito ne ha operata, se si esamina il primo motivo, l'unico che, anche per espressa dichiarazione contenuta nella memoria della ricorrente, ha attinenza all'applicazione della disposizione censurata alla fattispecie concreta, in nessuna parte della doglianza è dato rilevare una censura alla pronuncia di merito, nel senso di un apprezzamento della fattispecie in termini appropriativi anzichè usurpativi. In particolare, la fattispecie è costantemente definita dalla stessa ricorrente, come occupazione appropriativa, o accessione invertita (vedi pag. 7, poco sotto l'epigrafe del primo motivo);

quando, al di fuori delle considerazioni generali dell'illegittimità dell'istituto, si opera qualche riferimento alla vicenda fattuale, si dice che poichè l'amministrazione, "nel caso del suolo adibito a scuola", "si e immessa nel possesso dell'immobile senza procedere alla determinazione dell'indennità e alla pronuncia del decreto definitivo entro il prescritto termine", "la proprietà si trasferisce ugualmente, con un titolo d'acquisto costituito dal fatto illecito" (pag. 18-19), il che è prerogativa del fenomeno appropriativo, non usurpativo; quando si passa a contestare più direttamente il decisimi della Corte d'appello di Bari, e l'affermazione di questa, secondo cui il comma 7 bis dell'art. 5 bis, assicura trattamento migliorativo rispetto all'indennità espropriativa e peggiorativo rispetto all'occupazione usurpativa, la ricorrente si impegna a sconfessare solo la prima dalle due comparazioni, e deplora che "colui che subisco la vicenda dell'accessione invertita deve, a pena di prescrizione, intraprendere un difficile giudizio per vedersi riconosciuta una somma di poco superiore all'indennità di espropriazione legittima" (pag. 26-7); e infine, a suggello della argomentazione mirata ad applicare al giudizio da quo i principi enunciati dalla corte europea sui diritti dell'uomo in tema di occupazione appropriativa con la sentenza resa sul caso Carbonara (che attiene ad ipotesi di occupazione appropriativa), conclude affermando che "incomprensibile e incoerente è invece il richiamo della sentenza Belvedere", la quale, com'è noto, attiene ad ipotesi di occupazione usurpativa.

Il passo del ricorso principale, riportato nella memoria illustrativa, in cui la Borghesi fa riferimento alla scadenza dei termini della dichiarazione di pubblica utilità, riguarda la sola narrativa dello svolgimento processuale (effettivamente, come sopra rilevato, nell'atto di citazione si lamentava l'illegittimità dell'occupazione anche sotto tale profilo), ma da essa non scaturisce lo sviluppo di uno specifico e diretto motivo di censura contro la sentenza di appello, nella parte in cui Qualifica illecito dell'amministrazione in termini di occupazione appropriativa.

E' appena il caso di ricordare che la giurisprudenza di questa Suprema Corte è univoca noi delineare l'eterogeneità delle due fattispecie, e la diversità, ai fini dell'interpretazione dalla domanda, tra risarcimento da occupazione appropriativa e risarcimento da occupazione usurpativa (Cass. 12.12.2001, n. 15687; 4.7.2003, n. 10576). Di modo che l'omessa doglianza dalle parti sulla qualificazione appropriativa dell'occupazione, determina l'irretrattabilità della questione per il formarsi del giudicato interno sul punto (Cass. 28.3.2001, n. 4451).

Il ricorso per Cassazione non può essere modificato o specificato, ma solo illustrato dalla memoria (Cass. 15.6.1995, n. 6756;

19.5.1997, n. 4445; 20.11.2002, n. 16345)t il ricorso, dunque, va valutato unicamente sotto il profilo della correttezza delle statuizioni contenute nella sentenza di merito, che ha applicato l'art. 5 bis. comma 7 bis. l. 359/92, sul presupposto della qualificazione del comportamento del Comune di Turi, come occupazione appropriativa.

I primi quattro motivi, cotte sopra anticipato, sono infondati.

Il primo motivo insinua il dubbio di un contrasto dell'istituto con la Convenziona europea dei diritti umani, anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea, costituente vera e propria fonte normativa, applicabile e imperativa per tutte le istituzioni dell'ordinamento statale. L'analisi della censura si pone, con riferimento alle numerose violazioni di legge denunciate dalla ricorrente, esclusivamente riguardo all'art. 1 prot. add. della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, nonchè all'art. 42 Cost., che riconosce il diritto di proprietà. Appaiono ultronei i richiami, da un lato, all'art. 111 Cost., che garantisce il giusto processo, e dall'altro, al preambolo e agli artt. 13 e 6 della Convenzione, che attengono al diritto di difesa in giudizio, mentre la disciplina dell'occupazione appropriativa è esclusivamente inquadrabile nell'ambito della tutela sostanziale del proprietario, e da tale disciplina l'azione in giudizio per il recupero del bene o per il risarcimento non riceve connotazioni specifiche che ne facciano ravvisare un trattamento deteriore rispetto alla tutela dei diritti nell'ordinamento interno. Quanto alla citazione delle disposizioni civilistiche, di esse l'istituto dell'accessione invertita costituisce la massima applicazione, e del resto il tenore del motivo di doglianza, incentrato sul contrasto dell'istituto con la Convenzione europea dei diritti umani, non sviluppa argomentazioni atte ad infirmare la razionalizzazione giurisprudenziale del fenomeno appropriativo, compiuto dalla giurisprudenza, mediante l'utilizzo di quelle disposizioni.

La lettura corretta delle due sentenze della Corte europea dei diritti umani, di recente operata dalle Sezioni unite di questa Suprema Corte (Cass. 14.4.2003, n. 5902; 6.5.2003, n. 6853) avvalora la tesi secondo cui tale modo di acquisto della proprietà non può ritenersi, oggi, allo stato attuale della legislazione e dell'evoluzione giurisprudenziale, in contrasto con i principi contenuti nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo, in particolare con il doveroso rispetto della proprietà, sancito dall'art. 1 del Prot. n. 1.

La sentenza resa in data 30.5.2000 nel caso Belvedere Alberghiera s.r.l., riguarda fattispecie di occupazione usurpativa - estranea, come già rilevato, alla fattispecie in esame -, in cui, venuta meno la dichiarazione di pubblica utilità in seguito all'annullamento dello strumento urbanistico attuativo in cui questa era implicita, l'intervento di trasformazione non era supportato dal necessario collegamento del sacrificio dominicale al pubblico interesse:

fattispecie cui la Corte europea riconduca l'obbligo di restituzione del bene, in consonanza con il più recente orientamento giurisprudenziale (tra la altre, Cass. 18.2.2000, n. 1814) che vi sostituisce il risarcimento integrale ove il proprietario abbia anche implicitamente rinunciato alla reintegrazione in forma specifica. Nel caso sottoposto al giudizio della Corte di Strasburgo, il Consiglio di Stato aveva negato l'esperibilità del giudizio di ottemperanza, in base ai principi desumibili dall'art. 2033 c.c.. La condanna della Corte europea appare, oltre che fondata sul rispetto del diritto di proprietà sancito dalla Convenzione, oltremodo in linea con gli esiti dell'elaborazione giurisprudenziale del tenta della occupazione illegittime, dalla fine degli anni '90, volti ad escludere effetti appropriativi ad ingerenze non assistite da una dichiarazione di pubblica utilità valida ed efficace. La negazione, in quella fattispecie, della tutela restitutoria, è spiegabile nell'ottica di un incidente di percorso nell'elaborazione dell'istituto, in cui incorse il giudice amministrativo, in un momento in cui, questo si, la fattispecie "usurpativa" (cioè non appropriativa) non era stata chiaramente delineata.

La sentenza in pari data, resa in causa Carbonara e Ventura c. Italia, attiene invece a fattispecie tipica di occupazione appropriativa. La Corte europea, nel giudicare un caso in cui era stato negato al proprietario il risarcimento per intervenuta prescrizione quinquennale, muove dal principio di legalità, al cospetto del quale ogni proposizione di bilanciamento tra l'interesse pubblico e privato si rende superflua, per concludere che l'amministrazione ha finito per trarre vantaggio da un'occupazione sine titulo. Il che ha indotto a riconoscere una violazione del Protocollo della Convenzione, foriero di un equo risarcimento.

Pur essendo vero che il decisila della Corte europea funge da insostituibile contributo interpretativo delle norme europee di salvaguardia dei diritti umani - e questo vale a proposito della dedotta violazione dell'art. 46 della Convenzione -, e che per quanto è rimesso al potere giurisdizionale, l'applicazione della Convenzione, ove incorporata nel diritto interno, può comportare la disapplicazione delle nome interne ritenute incompatibili, senza attendere l'intervento adeguatore del potere legislativo (Cass. 19 luglio 2002, n. 10542), una lettura approfondita della sentenza sul caso Carbonara e Ventura, non sembra debba indurre ad una revisione - nel senso sollecitato dalla ricorrente - dei principi che grazie all'elaborazione giurisprudenziale e agli interventi, pur episodici e contingenti, del legislatore, governano, in modo ormai certo e inequivoco, il fenomeno dell'occupazione appropriativa.

In entrambe le sentenze del 30 maggio 2000, la Corte di Strasburgo ritenne superfluo interrogarsi se i connotati dall'istituto operino un equo bilanciamento dagli interessi, stante la violazione, pregiudizialmente accertata, del principio di legalità: è dunque escluso che alla luce della giurisprudenza dei diritti, l'occupazione appropriativa sia da considerare, sotto il profilo sostanziale, istituto in me contrastante con il diritto di proprietà. E ciò sia detto con riferimento anche dell'art. 42 Cost., richiamato dalla ricorrente.

La violazione del Prot. 1, ribadito che nel caso Carbonara e Ventura si controverteva in presenza di una dichiarazione di pubblica utilità, e quindi in un'ipotesi minore d'illegalità, non induce a concepire l'illiceità permanente dell'occupazione, e con essa il diritto del proprietario alla restituzione (questo è il senso di una lettura comparata delle due sentenze del 30 maggio 2000). Inoltre, l'illegalità non è tanto ricondotta dalla Corte Europea, nel caso Carbonara e Ventura, al mancato rispetto delle regole di quella che potrebbe assurgere a procedura espropriativa tipica - sul che lo stesso ordinamento interno non dubita, e vi riconduce conseguenze, quelle risarcitorie, corrispettivamente più penalizzanti per l'espropriante e più gratificanti per l'espropriato, rispetto alla misura standard dell'indennizzo espropriativo - quanto alla constatazione che la perdita del diritto di proprietà era riconducibile, nella fattispecie decisa da quella Corte, a un risultato imprevedibile ed arbitrario, indotto dall'assenza di norme di diritto interno sufficientemente accessibili, precise e prevedibili", anche per il succedersi di applicazioni giurisprudenziali contraddittorie. In particolare sul termine e sulla decorrenza del termine di prescrizione.

Ciò che si vuole dimostrare è che, da un lato, la sentenza Belvedere è fondata su un'errata applicazione dei principi in tema di dichiarazione di pubblica utilità, e dall'altro, nell'attuale fase storica del procedimento espropriativi, non sussistono incertezze sulla regolamentazione attuale e futura dell'occupazione appropriativa. Non si può certo dire, oggi, come nel caso Carbonara e Ventura, che il proprietario non possa prevedere la perdita del proprio diritto fino alla decisione definitiva della Corte di Cassazione; non si può dire, come nel caso Belvedere, che ove manchi la dichiarazione di pubblica utilità non sia concessa al proprietario la tutela restitutoria.

Lo sforzo ricostruttivo dell'istituto, in assenza di decisivi contributi legislativi, operato dalla giurisprudenza, ha permesso finalmente di approdare ad una normativa "chiara, precisa a prevedibile", di modo che in futuro, fino all'entrata in vigore del d.lgs. 8.6.2001 n. 327 (che all'art. 43 regola innovativamente il fenomeno appropriativo), il proprietario non possa essere più tratto in inganno da opinioni contrastanti sul termine di prescrizione adottabile e sul dis a quo dello stesso. Questo appare lo sforzo massimo che l'organo giurisdizionale, nella laboriosa emancipazione dalle incertezze interpretative, ha prodotto nell'allineare l'istituto alla salvaguardia dei diritti umani, una volta affermato che l'occupazione appropriativa non è illegale in sè, ma per la pregressa mancanza di norme chiare atte a governarla.

Per il futuro è fuori dubbio che l'art. 43 d.lgs. 327/01, descrivendo un fenomeno sia pure parzialmente diverso dall'occupazione illegittima, ha dato finalmente ulteriore regolamentazione, chiara accessibile prevedibile, all'appropriazione di suoli privati utilizzati a fini pubblici: quali che siano i problemi di costituzionalità che inevitabilmente si proporranno.

Riguardo ai processi in corso - in virtù della norma transitoria di cui all'art. 55 d.lgs. cit., come modificata dal d.lgs. 27.12.2002 n. 302 - l'applicazione degli stessi principi, un tempo incerta e poco prevedibile, ma ora certa, non è in alcun modo contrastante con la Convenzione europea dai diritti dall'uomo.

In assenza di specifiche doglianza riguardo a pregresse incertezze nella ricostruzione della disciplina, dalle quali la ricorrente possa aver risentito un pregiudizio (ad esempio, in tema di decorso dalla prescrizione), inducono al rigetto del primo motivo di ricorso, contenente un rifiuto in blocco dell'istituto, a implicitamente una richiesta di disapplicazione della normativa di liquidazione del danno.

Anche il secondo motivo va disatteso.

In primo luogo, il già ricordato t.u. sulle espropriazioni, approvato con d.lgs. 327/01, è già applicabile, e riguardo ai processi in corso, ha confermato l'applicabilità del vigente criterio di liquidazione del danno da occupazione illegittima, di cui all'art. 5 bis, comma 7 bis, l. 359/92, come introdotto dall'art. 3, comma 65, l. 662/96, censurato dalla ricorrente (l'art. 55 d.lgs.

327/01, infatti, rinvia ai criteri di liquidazione di cui all'art. 37, incluso lo stesso identico correttivo in melius della norma ora richiamata). A proposito dell'osservazione da ultimo mossa dal difensore della ricorrente nella discussione orale, secondo cui la modifica dell'art. 55, apportata dal d.lgs. 27.12.2002 n. 302, sarebbe priva di delega parlamentare, va detto che, a parte l'irrilevanza della questione, giacchè la modifica ha riguardato il solo regime dell'occupazione usurpativa, il cui risarcimento nell'edizione precedente della norma, era equiparato a quello dell'occupazione appropriativa (che è rimasto identico, posto che il richiamo all'art. 43, anzichè all'art. 37, costituiva all'evidenza una semplice improprietà, emendabile in via interpretativa: Cass. 4.3.1998, n. 2394), la norma ha certamente copertura costituzionale, posto che la delega ad apportare modifiche all'edizione originaria del t.u. delle espropriazioni, e contenuta nell'art. 5, comma 4, l.

1.8.2002, n. 166. Detto criterio di liquidazione, in nessun modo può essere considerato in contrasto con la Carta costituzionale i per quanto riguarda la pretesa violazione dell'art. 2 Cost., deve rilevarsi che tale norma, nel garantire i diritti dell'uomo in genere, necessariamente si riporta alle norme successive in cui tali diritti sono particolarmente presi in considerazione (Corte Cost.

12.3.1976, n. 57), e il diritto di proprietà, della cui lesione la ricorrente si duole, è regolato dall'art. 42 Cost. nell'ambito dei rapporti economici, ed e cedevole di fronte all'interesse collettivo che ne reclami, in singoli casi, l'acquisizione pubblica. E neppure il parametro costituzionale indicato dalla ricorrente può essere invocato a garanzia del giusto processo, della tutela dell'affidamento e della certezza del diritto poichè, a parte ogni considerazione sulla esattezza della riconducibilità dei valori richiamati alla norma invocata, si e già detto sopra della estraneità dell'istituto appropriativo al testa della tutela processuale, e della epprezzabilità della disciplina attuale dell'occupazione, proprio nel senso dell'affidamento e della certezza; non c'è violazione dell'art. 10, in quanto, come sopra rilevato, non si ravvisano contrasti nell'attuale disciplina del risarcimento da occupazione appropriativa, con le convenzioni internazionali (la Convenzione sui diritti umani, peraltro, è stata ratificata nel diritto interno, con l. 4.8.1955, n. 848); non c'à violazione dell'art. 101 Cost., posto che il giudice, con riguardo alla controversia in esame, è chiamato oggi, per l'appunto, ad applicare una specifica norma di legge, l'art. 5 bis, comma 7 bis, l.

359/92, e non un principio giurisprudenziale, per non dire che l'origine "pretoria" dell'istituto non equivale - come mostra di credere la ricorrente - ad un'invenzione creativa della giurisprudenza, bensì alla regolamentazione degli effetti di un fenomeno, quello dell'occupazione illegittima, che la Suprema Corte (sentenza 26.2.1983, n. 1464) ritenne denunciabili dall'ordinamento, al fine precipuo di tutelare il proprietario del suolo occupato, in nome della certezza, sottraendolo ad un esercizio del potere espropriativo che l'amministrazione tendeva ad esercitare ad libitum.

Anche il terzo motivo è infondato.

La questione di legittimità costituzionale, ulteriormente proposta dalla ricorrente sotto il profilo di una sopravvenuta riattualizzazione dei dubbi a suo tempo non esaminati dal merito della Corte Costituzionale (sentenza 23 maggio 1995, n. 188), in assenza di fonti normative su cui appuntare la censura, appare, da un lato, mal posta, in quanto la Consulta in quell'occasione non fu in condizione di esaminare parte delle censure proposte, non già per l'assenza di una disciplina normativa, bensì per la mancata indicazione, da parte del giudice rimettente, di norme di legge in cui si estrinsecava il principio (tanto che, a fronte della formulazione di una norma, l'art. 2043 co., il giudice delle leggi non esitò a entrare nel merito), e dall'altro perchè in seguito la Corte Costituzionale, proprio riguardo alla normativa oggi denunciata, ha in due occasioni dichiarato l'infondatezza della questione (sentenze 30.4.1999, n. 148 e 4.2.2000, n. 24), sostanzialmente riconducendo l'occupazione appropriativa agli istituti espropriativi previsti dall'art. 42 Cost., e giustificando l'acquisto illecito della proprietà alla mano pubblica, in virtù del maggior compenso assicurato al proprietario rispetto all'indennizzo per l'espropriazione rituale. Non solleva la ricorrente profili nuovi - che ansi, la denuncia appare formulata per relationem - onde la questione oggetto del terzo motivo del ricorso principale, è manifestamente infondata.

Riguardo al quarto motivo, con singolare inversione di tendenza, la ricorrente si duole ora che il legislatore sia intervenuto a regolare un istituto, quello dell'occupazione appropriativa, di creazione giurisprudenziale, con questo ingerendosi nell'esercizio di una funzione, quella giurisdizionale, che non gli competeva. Al riguardo è necessario svolgere due ordini di considerazioni, attinenti, l'una, all'improponibilità, in astratto, in via processuale, di un conflitto di attribuzione tra potere giudiziario e potere legislativo, e l'altra, all'erroneità del presupposto da cui muove la ricorrente nel configurare una situazione in cui, ad una regolamentazione giurisdizionale dell'istituto, è subentrato un intervento legislativo.

Sotto il primo profilo, va ricordato che la funzione giurisdizionale è necessariamente applicativa delle disposizioni vigenti (che il giudice interpreta, attraverso la sentenza, con incondizionata autonomia, accertando e dichiarando la volontà della legge in relazione al caso concreto al suo esame), per cui, se la legge muta o se, con un'ulteriore legge, viene attribuito a precedenti disposizioni un determinato significato, il giudice non può non essere vincolato dalla volontà del legislatore, anche perchè le pronunce della Suprema Corte, se anche espressione della funzione nomofilattica, non possono assurgere a fonti di diritto, onde non è concettualmente configurabile un conflitto di attribuzione, per cui si debba investire la Corte costituzionale ai sensi dell'art. 134 cost. e degli artt. 37 e 38 l. 11.3.1953 n. 87, fra potare giudiziario e potere legislativo, nè è concepibile uno straripamento di quest'ultimo, per essere intervenuto a regolare un istituto nato nell'applicazione giurisprudenziale, sotto il secondo profilo, si è già smentita l'opinione, spesso superficialmente professata, circa la creazione giurisprudenziale dell'occupazione appropriativa. Ad una fase giurisprudenziale contrassegnata, in assenza di una disciplina specifica, dall'applicazione di norme generali, quale l'art. 3043 c.c., ad un contegno illegittimo dell'amministrazione, quale la trasformazione del fondo in assenza di rituale decreto di esproprio, sono succeduti interventi settoriali del legislatore (almeno fino al d.lgs. 327/01), tra i quali, a parte la misura legislativa del risarcimento, introdotta dall'art. 5 bis, comma 7 bis, della legge 8 agosto 1992 n. 359, che presuppone quanto meno una considerazione dell'ordinamento riguardo all'istituto, non possono non riconoscersi effetti ricognitivi all'art. 3 l. 27.10.1988 n. 458, che pur formulato riguardo ai casi di occupazione per finalità di edilizia residenziale pubblica (agevolata e convenzionata), desume un principio dall'ordinamento attraverso un procedimento logico, inducendone l'estensione in via legislativa a fattispecie analoghe. E' appena il caso di notare, infatti, che la Corte Costituzionale (sentenza 27.12.1991, n. 486), ha riconosciuto alla norma in oggetto il ruolo di tertium comparationis: benchè inserita in una legge di limitato oggetto ed applicazione, la norma prende atto dell'esistenza di una regola, quella dell'occupazione appropriativa, già operante in via generale per tutte le opere pubbliche, e la estende a quel settore dell'edilizia residenziale pubblica che era sottratta alla sua applicazione, esclusone dunque il carattere di norma derogatoria o eccezionale, il giudice delle leggi ne estende il disposto anche ai casi (di occupazione nel settore dell'edilizia residenziale pubblica) di mancata omissione del provvedimento espropriativo - e non solo di annullamento - conformemente alla applicazioni giurisprudenziali dall'occupazione appropriativa in generala. E ancora, il primo intervento della Corte europea in materia di occupazione appropriativa, con sentenza 7 agosto 1996, nel caso Zubani, risoltasi con la riconosciuta compatibilità dell'istituto agli standards dei diritti umani, riguardava proprio un caso di applicazione nell'ordinamento interno dell'art. 3 l. 458 del 1988.

Si viene ora ai restanti motivi quinto a sesto, riguardanti l'occupazione per l'ampliamento delle vie Gioia canale e Ninuccio Napolitano.

Il quinto motivo si rivela infondato. L'individuazione del soggetto titolare di un obbligo risarcitorio da responsabilità extracontrattuale non può chi ricalcare i criteri dell'imputabilità del fatto illecito, ovvero, in primo luogo, la materiale esplicazione della condotta lesiva (Cass. 18.1.1991, n. 477). Nella specie, attraverso una motivazione che appare esente da vizzi logici, il giudice ha attribuito alla realizzazione materiale dell'opera (effettuata dalla Provincia) il peso decisivo ai fini dell'individuazione del soggetto obbligato al risarcimento del danno da occupazione appropriativa, nè può essere censurabile, in quanto congruamente motivata (Cass. 7.8.2003, n. 11933), la preferenza attribuita ad una risultanza probatoria (attestazione del responsabile dell'ufficio tecnico provinciale circa l'effettuazione diretta dei lavori), acquisita dal c.t.u., piuttosto che ad un'altra (lettera del Sindaco in cui si esprimeva niente più che l'intenzione programmatica di procedere all'ampliamento della strada).

Venendo al sesto motivo, la doglianza è inammissibile nella parte in cui, inducendo la non equiparabilità dell'autorizzazione della vecchia proprietaria Aceto Anna ad occupare il terreno, ad una cessione volontaria dell'area, introduce un tema di contestazione che non ha costituito oggetto del giudizio di merito. La parte vittoriosa in primo grado, che aveva visto riconosciuto il diritto al risarcimento per l'occupazione illegittima dell'area, si era limitata a controbattere all'appello dell'amministrazione, fondato appunto sulla legittimità dell'occupazione perchè assentita dalla proprietaria, deducendo l'inadempimento dell'occupante alle condizioni stabilite nella dichiarazione unilaterale di assenso.

Nessuna eccezione riguardo alla temporaneità di quel consenso, o all'estensione dello stesso, nonostante che a quell'atto l'appellante attribuisse testualmente gli effetti di una cessione.

La Corte d'appello ha accolto il gravame dell'amministrazione, attribuendo alla dichiaratone Aceto l'affetto traslativo del suolo.

Si tratta ora esaminare se tale effetto possa essere scongiurato - come pretende la ricorrente - in conseguenza dell'inadempimento dell'obbligo imposto dalla disponente al beneficiario della concessione, e avente come contenuto la costruzione di un manufatto.

Il giudice di merito ha escluso effetto risolutivo alla concessione, essendo tale obbligo riconducibile ad un modus piuttosto che a una condizione. Tale statuizione appare immune da censure.

E' indubbio, in primo luogo, che l'atto unilaterale perfezionato con la dichiarazione 6.6.1980 sia riconducibile ad un negozio di liberalità - come implicitamente ritiene la Corte d'appello, che vi ritiene associabile una disposizione modale - siccome privo di corrispettivo causalmente collegato alla prestazione di pati che ne costituisce il contenuto. L'obbligo imposto al beneficiario della concessione è stato ragionevolmente qualificato come disposizione modale, in virtù della considerazione, svolta dal giudice di merito, per cui esso non appare, nell'economia generale della dichiarazione, condizionare l'esplicazione degli effetti, di modo che pare esclusa la risolubilità del negozio concessivo, del resto neppure prevista nell'atto di disposizione. Non è censurabile, a tal proposito, l'interpretazione dall'atto di consenso, da parta del giudice di merito, che attribuisca a quella clausola non l'efficacia della condizione, bensì di un onere, posto che la distinzione da condizione e modus è quaestio facti, incensurabile in sede di legittimità, sa immune da vizi logico-giuridici (Cass. 6.8.1953, n. 2672). E in via generale, è da ritenere ammissibile l'inserimento del modus come elemento accessorio di un negozio atipico di liberalità, atteso che le specifiche disposizioni codicistiche in cui esso è disciplinato (artt. 648, 793), rappresentano applicazioni - e tuttavia fonti normative utilizzabili per la regolamentazione di casi analoghi - che non esauriscono la possibile gamma negoziale in cui può estrinsecarsi l'autonomia privata negli atti di liberalità, attesa l'attitudine del modus a modificare, ampliandolo, il singolo schema negoziale, consentendo la realizzazione di singole e specifiche finalità estranee alla causa.

La mancata esecuzione del modus, esclusa la risolvibilità del negozio, obbliga il beneficiario inadempiente a risarcire il danno.

La domanda proposta dalla proprietaria non contemplava pretese contrattuali inerenti il valore del manufatto, oggetto del modus, non eseguito dal beneficiario inadempiente: nello stesso atto di costituzione in appello, insistendo per il risarcimento da occupazione appropriativa, la ricorrente evidentemente dava per presupposta l'inefficacia dell'atto di concessione, ma non manifestava pretese consequenziali alla lesione dell'interesse per il quale a suo tempo all'atto di concessione gratuita fu apposta la clausola. Nè tale domanda può ritenersi implicita, come pretenderebbe la ricorrente, nella domanda di risarcimento (extracontrattuale) per la distruzione dei manufatti esistenti. »»



CASS 5902/2003: «« Il Tribunale, ponendosi in consapevole contrasto con l'orientamento ormai consolidato di questa Corte e della giurisprudenza di merito, ritenne ingiustificata la categoria giuridica dell'occupazione acquisitiva e considerò iniquo un risarcimento del danno che non fosse almeno pari al pieno valore di mercato del bene espropriato. (...) Su tali premesse essa affermò che, nella fattispecie, in seguito alla trasformazione del fondo conseguente alla realizzazione sullo stesso dell'opera pubblica, in forza del principio generale dell'accessione invertita (o occupazione appropriativa) si era prodotto l'acquisto a titolo originario del suolo in favore dell'ente occupante, con contestuale estinzione del diritto di proprietà degli originari titolari.

Peraltro la categoria giuridica dell'occupazione: appropriativa, elaborata dalla giurisprudenza con orientamento ormai consolidato, aveva trovato riscontro normativo con la legge n. 458 del 27 ottobre 1988 e, da ultimo, con la legge 23 dicembre 1996, n. 662, che aveva aggiunto all'ari 5 bis della legge n. 359 del 1992 il comma 7-bis.

La Corte di Bari osservò ancora che, nella fattispecie così definita, i proprietari di fatto espropriati avevano diritto al risarcimento del danno nella misura stabilita dal citato art. 5 bis (comma 7-bis) della legge n. 359 del 1992, vale a dire in misura pari alla semisomma del valore venale e del reddito dominicale rivalutato, aumentato del 10%. Essa, poi, richiamò le sentenze della Corte Costituzionale n. 188 del 1995 e n. 148 del 1999, pose l'accento sulla distinzione tra occupazione appropriativa ed occupazione c.d. usurpativa (quest'ultima caratterizzata dalla mancanza di una valida dichiarazione di pubblica utilità, e quindi non idonea a configurare un'ipotesi di accessione invertita, bensì soltanto un fatto illecito generatore di danno) e rilevò che, nel caso in esame, si trattava di occupazione effettuata in virtù di valida dichiarazione di pubblica utilità, onde andava applicato per l'appunto il criterio risarcitorio previsto dal comma 7 bis dell'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992. (...) el caso in esame l'occupazione acquisitiva era avvenuta nel quadro di tali princìpi, onde il richiamo alla sentenza della Corte europea, emessa nella causa Belvedere Alberghiera contro Italia, si rivelava non pertinente. In quella causa, infatti, la Corte di Strasburgo aveva esaminato una vicenda in cui tutto il procedimento ablatorio era stato illegittimo fin dall'inizio, cioè dalla dichiarazione di pubblica utilità, sicché l'intera attività della Pubblica Amministrazione costituiva illecito e il danno cagionato al privato andava riparato con la "restitutio in integrum" (se possibile), oppure con un risarcimento liquidato secondo i criteri ordinari, dettati dagli artt. 2043 del codice civile e seguenti, onde la violazione della normativa convenzionale sussisteva.

La stessa Corte di Strasburgo, peraltro, già aveva trattato una fattispecie analoga, con la sentenza pronunziata il 7 agosto 1996 (Zubani contro Italia). In quel caso (occupazione per eseguire un progetto di edilizia economica e popolare, divenuta senza titolo "ab origine" perché il giudice amministrativo aveva annullato l'intero procedimento, compreso l'atto iniziale integrante la dichiarazione di pubblica utilità) i proprietari non avevano conseguito la restituzione del fondo, nelle more irreversibilmente trasformato, ma avevano ottenuto un congruo risarcimento in applicazione della legge n. 458 del 1988, nel frattempo entrata in vigore. La C.E.D.U., ritenuta la ragionevolezza della scelta operata dal legislatore italiano con la citata legge in favore dell'interesse della collettività e pur considerato il notevole importo del risarcimento liquidato agli Zubani, aveva tuttavia ravvisato violazione della normativa convenzionale, sia per il lungo tempo trascorso e per il travaglio giudiziario affrontato dai proprietari che avevano subìto l'ablazione di fatto, sia per l'insufficienza del detto risarcimento.

Entrambe le fattispecie richiamate, comunque, erano radicalmente diverse da quella qui in esame, che contemplava una legittima dichiarazione di pubblica utilità ed un'occupazione di urgenza altrettanto legittima, cioè una tipica ipotesi di occupazione acquisitiva (o appropriativa). La legittimità dell'occupazione, durata fino alla radicale trasformazione del bene, caratterizzava la fattispecie acquisitiva, differenziandola in modo netto dai casi esaminati dalla Corte europea, nei quali la salvezza dell'interesse pubblico prevaleva sull'illegalità della fattispecie ablativa. (...) I ricorrenti, poi, richiamano il dibattito giurisprudenziale svoltosi sull'istituto dell'occupazione acquisitiva, di cui sarebbero espressione la sentenza di questa Corte n. 3872 del 18 aprile 1987, nonché la sentenza del Tribunale superiore delle acque pubbliche n. 14 del 2 marzo 1988.

In definitiva, si dovrebbe riconoscere che la sentenza pronunziata dal Tribunale, e riformata dalla Corte d'appello, conteneva princìpi rispondenti sia alla giurisprudenza della Corte europea, sia ad orientamenti già espressi anche dalla giurisprudenza di questa Corte.

Con il secondo mezzo di cassazione i ricorrenti denunziano omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa il punto decisivo della controversia, relativo alla legittimità costituzionale dell'istituto dell'accessione invertita.

La sentenza impugnata sarebbe caduta in errore per aver ritenuto che, poiché l'istituto in questione avrebbe superato il vaglio di costituzionalità con la sent. n. 188 del 1995, si dovrebbe ipotizzare una sorta di presunzione di conformità alla Costituzione dell'istituto medesimo, dalla quale deriverebbe la conseguenza che, considerata la sostanziale equiparazione tra i valori costituzionali e quelli protetti dalla Convenzione, vi sarebbe anche un'equivalenza tra i princìpi enunciati dalla Corte europea a proposito dell'art. 1 Prot. add. C.E.D.U. e quelli affermati dalla Corte Costituzionale con riguardo all'accessione invertita.

In contrario andrebbe osservato, in primo luogo, che la sentenza della Corte Costituzionale n. 188 del 1995 fu pronunziata prima che la legge n. 549 del 1995 e la legge n. 662 del 1996 intervenissero a dimezzare l'ammontare del risarcimento spettante al privato, al quale in precedenza era assicurato l'intero valore venale quale corrispettivo per la perdita dell'immobile.

Quella sentenza, quindi, avrebbe esaminato la questione alla luce del principio, allora in vigore, dell'integralità del risarcimento, ma la questione medesima oggi andrebbe sottoposta a nuovo esame, perché la situazione non sarebbe più rispondente alla finalità "riequilibratrice" da cui la giurisprudenza di questa Corte avrebbe preso le mosse fin dalla sent. n. 1464 del 1983.

In secondo luogo, la decisione della Corte Costituzionale n. 188 del 1995 sarebbe partita dal presupposto che la giurisprudenza di questa Corte, nella vicenda dell'occupazione appropriativa, operasse una distinzione tra un momento possessorio illecito da occupazione e irreversibile trasformazione e un momento traslativo lecito di costruzione dell'opera pubblica e acquisizione dell'immobile. Ma tale distinzione - elaborata da questa Corte con le sentenze nn. 7210/90, 7952/91 e 10979/92 (che ritennero applicabile la prescrizione decennale) - sarebbe stata poi ripudiata dalla pronunzia resa a sezioni unite, n. 12546 del 1992, e dalla giurisprudenza successiva.

Anche sotto questo profilo, perciò, la questione di legittimità costituzionale dell'istituto dell'occupazione appropriativa andrebbe nuovamente rimessa all'esame del Giudice delle leggi. (...) Questo orientamento (che, in sostanza, aderiva all'indirizzo qui richiamato nel precedente capo 4.3) segna il vero momento di svolta nella complessa vicenda dell'occupazione appropriativa. Esso, invero, fu fatto proprio dalla giurisprudenza successiva di legittimità di gran lunga prevalente (ex multis, Cass., 13 novembre 1987, n. 8344; 23 settembre 1986, 5708; 10 gennaio 1986, n. 80; 4 dicembre 1985, n. 6070) nonché dalla prevalente giurisprudenza di merito, e fu ribadito dalla sentenza 10 giugno 1988, n. 3940 (resa sempre a sezioni unite), la quale pose l'accento, tra l'altro, sul rilievo che il fenomeno dell'occupazione appropriativa doveva essere caratterizzato, quale indefettibile punto di partenza, da una valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera e, quale punto di arrivo, dalla realizzazione dell'opera medesima, nonché dall'inserimento tra questi due poli di un'attività manipolatrice del bene altrui, posta in essere (dalla P.A.) in deviazione dal modello di comportamento dettato dalle leggi in materia.

Lo stesso orientamento, ancora, fu affermato dalle sezioni unite con sentenza 25 novembre 1992, n. 12546, a seguito di alcune sentenze della prima sezione civile (nn. 6209/1990; 7210/1990; 7952/1991; 12432/1991; 10979/1992) che, senza porre in discussione il principio dell'occupazione appropriativa, riqualificando il contenuto della pretesa del privato (nascente dalla perdita della proprietà del fondo) in senso non risarcitorio bensì indennitario, avevano ritenuto applicabile ad essa la prescrizione decennale. Con quella pronunzia le sezioni unite confermarono che, vertendosi in materia risarcitoria, l'azione del privato, diretta ad ottenere il pagamento del valore del bene perduto a seguito di occupazione illegittima e d'irreversibile trasformazione di esso in opera pubblica (con conseguente impossibilità giuridica di restituzione), soggiace al termine quinquennale di prescrizione stabilito dall'art. 2947 c.c., 1° comma.

Nel frattempo la legge 27 ottobre 1988, n. 458 (recante "Concorso dello Stato nella spesa degli enti locali in relazione ai pregressi maggiori oneri delle indennità di esproprio), stabilì nell'art. 3, primo comma, che il proprietario del terreno utilizzato per finalità di edilizia residenziale pubblica, agevolata e convenzionata, ha diritto al risarcimento del danno causato da provvedimento espropriativo dichiarato illegittimo con sentenza passata in giudicato, con esclusione della retrocessione del bene. Ed aggiunse, nel secondo comma, che, oltre al risarcimento del danno, spettano le somme dovute a causa della svalutazione monetaria e le ulteriori somme di cui all'art. 1224 c.c., comma secondo, a decorrere dal giorno dell'occupazione illegittima. La norma fu sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale, la quale ne estese l'applicabilità anche all'ipotesi di mancanza del provvedimento espropriativo (Corte cost, sentenza 27 dicembre 1991, n. 486).

Ancorché di carattere settoriale, l'intervento legislativo conferma la configurabilità in termini risarcitori della fattispecie dell'occupazione appropriativa, prendendo atto dell'esistenza della regola già enucleata dalla giurisprudenza sulla base dei principi generali dell'ordinamento ed operante in via generale per tutte le opere pubbliche.

Una ricezione normativa del fenomeno dell'occupazione privativa-acquisitiva (in termini risarcitori) si ritrova anche nell'art. 11, 5° e 7° comma, della legge 30 dicembre 1991, n. 413 (disposizioni fiscali) e nell'art. 10, comma 3-bis, del D.L. 27 ottobre 1995, n. 444, convertito con modificazioni dalla legge 20 dicembre 1995, n. 539.

Segue poi l'ulteriore intervento del legislatore, attuato con l'art. 3, comma 65°, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (dopo la declaratoria d'illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 65°, L. 28 dicembre 1995, n. 549: cfr. Corte cost., 2 novembre 1996, n. 369). Il citato art. 3, comma 65°, della legge n. 662 del 1996, aggiungendo il comma 7 bis all'art. 5 bis della legge 8 agosto 1992, n. 359, ha stabilito che, in caso di occupazioni illegittime di suoli per cause di pubblica utilità, intervenute anteriormente al 30 settembre 1996, si applicano per la liquidazione del danno i criteri di determinazione dell'indennità di cui al comma 1 dello stesso art. 5-bis, con esclusione della riduzione del 40%. La norma aggiunge che, in tal caso, l'importo del risarcimento è altresì aumentato del 10% e specifica che le suddette disposizioni si applicano anche ai procedimenti in corso, non definiti con sentenza passata in giudicato.

Anche la Corte Costituzionale si è pronunziata sull'istituto dell'occupazione appropriativa.

Con una prima sentenza (23 maggio 1995, n. 188), essa dichiarò non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2043 cod. civ., sollevata con riferimento agli artt. 3 e 42 Cost., ponendo in rilievo (tra l'altro) che elemento qualificante della fattispecie (rimarcato dalla giurisprudenza e, in particolare, dalle pronunzie delle sezioni unite) è "l'azzeramento" del contenuto sostanziale del diritto di proprietà, conseguente alla irreversibile trasformazione del bene e comportante, da un lato, la perdita del diritto di proprietà per il privato (in ciò si concreta l'illecito) e, dall'altro, l'acquisto del nuovo bene risultante da quella trasformazione in capo alla P.A. (a titolo originario e per effetto della realizzazione dell'opera pubblica con connessa impossibilità di restituzione del suolo nella medesima opera incorporato).

Con sentenza 2 novembre 1996, n. 369, la Corte delle leggi dichiarò l'illegittimità costituzionale del 6° comma dell'art. 5 bis del D.L. n. 333 del 1992, convertito dalla legge n. 359 del 1992, come sostituito dall'art. 1, comma 65°, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, nella parte in cui applicava al "risarcimento del danno" i criteri di determinazione stabiliti per il "prezzo, l'entità dell'indennizzo", ritenendo non conforme a Costituzione la sostanziale equiparazione - dalla detta norma operata - del risarcimento da occupazione appropriativa all'indennità di espropriazione. Pervenendo a tale risultato, tuttavia, la Corte precisò (in motivazione): a) che il legislatore, in casi eccezionali, poteva ritenere equa e conveniente una limitazione del risarcimento del danno, attuabile sia nel campo della responsabilità contrattuale, sia in materia di responsabilità extracontrattuale; b) che, nella fattispecie dell'occupazione appropriativa, sussistevano in astratto gli estremi giustificativi di un intervento normativo "ragionevolmente riduttivo della misura della riparazione dovuta dalla Pubblica Amministrazione al proprietario dell'immobile che sia venuto ad essere così incorporato nell'opera pubblica"; e) che la ragionevolezza di tale riduzione dipendeva dall'equilibrato componimento - che la norma di conformazione del danno risarcibile deve assicurare - degli opposti interessi in gioco, cioè da un lato quello, riferibile all'amministrazione, di conservazione dell'opera di pubblica utilità con contenimento dell'incremento di spesa relativa, dall'altro quello del privato ad ottenere riparazione per l'illecito subito.

Con sentenza 30 aprile 1999, n. 148, poi, il Giudice delle leggi ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 5-bis, comma 7-bis, del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, convertito con modificazioni dalla legge 8 agosto 1992, n. 359, introdotto dall'art. 3, comma 65°, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, nella parte in cui applica al risarcimento del danno da occupazione appropriativa i criteri di determinazione stabiliti per l'indennizzo in caso di espropriazione per pubblica utilità, con esclusione della riduzione del quaranta per cento e con l'aumento del dieci per cento, in relazione agli artt. 3, 10, 24, 28 Cost., e agli artt. 42, 53, 71, 72, 97 e 113 Cost. (...) In particolare, il requisito sub c) ha portato ad escludere dall'ambito di applicazione dell'occupazione appropriativa comportamenti della P.A. non collegati ad alcuna utilità pubblica formalmente dichiarata, o per mancanza "ab initio" della dichiarazione di pubblica utilità o perché questa è venuta meno in seguito ad annullamento dell'atto in cui essa era contenuta o per scadenza dei relativi termini (tra le altre, Cass., 28 marzo 2001, n. 4451; 30 gennaio 2001, n. 1266; 18 febbraio 2000, n. 1814; 10 luglio 1999, n. 7268; 10 gennaio 1998, n. 148; 26 agosto 1997, n. 7998; Cass., sez. un., 4 marzo 1997, n. 1907).

Secondo tale orientamento (che il collegio condivide) nelle vicende suddette - definite di occupazione "usurpativa" - non si produce l'effetto acquisitivo a favore della P.A., il proprietario può chiedere la restituzione del fondo occupato e, se a tanto non ha interesse (e quindi vi rinunzi, anche per implicito) può avanzare domanda di risarcimento del danno, che deve essere liquidato in misura integrale.

Va notato, al riguardo, che la differenza tra l'occupazione appropriativa e l'evento illecito ora descritto è stata enunciata da tempo, cioè da quando si affermò che l'occupazione appropriativa non è il fenomeno "indeterminato e generico dell'apprensione 'sine titulo' da parte di un ente pubblico, per qualsivoglia ragione e fine, di un bene immobile del privato, bensì il fenomeno specifico, caratterizzato quale suo indefettibile punto di partenza da una dichiarazione di pubblica utilità dell'opera e quale suo indefettibile punto d'arrivo dalla realizzazione dell'opera medesima" (Cass., 4 maggio 1976, n. 1578: concetto poi ripreso da Cass., sez. un., n. 3940/1988, cit., in motivazione).

6) I principì fin qui richiamati vanno ora sottoposti a verifica, alla luce dell'art. 1 del protocollo n. 1 add. alla Convenzione, nell'interpretazione che di tale norma ha dato la Corte europea dei diritti dell'uomo (segnatamente, con le sentenze Belvedere Alberghiera s.r.l. contro Italia e Carbonara e Ventura contro Italia, entrambe in data 30 maggio 2000), allo scopo di stabilire se, come sostengono i ricorrenti, la Corte europea dei diritti sia pervenuta a conclusioni non compatibili con l'istituto dell'occupazione appropriativa quale "diritto vivente" nell'ordinamento italiano, come è venuto a conformarsi a seguito dell'evoluzione di cui sopra si è dato conto.

La risposta a tale quesito, ad avviso del collegio, deve essere negativa.

Si deve premettere che, anche in difetto di obblighi internazionali idonei a rendere vincolante oltre il caso deciso il "dictum" della Corte di Strasburgo nei procedimenti davanti ai giudici nazionali, dalle pronunzie della Corte medesima non può prescindersi, in quanto esse costituiscono precedenti autorevoli e rilevanti supporti interpretativi al fine di assicurare una tutela effettiva al diritti contemplati dalla Convenzione, nell'ambito da questa considerato. Ciò posto, va rilevato che, in relazione alla fattispecie portata all'esame di queste sezioni unite con il ricorso per cassazione, la sentenza Belvedere Alberghiera non risulta pertinente.

Invero, come già notato dalla pronunzia in questa sede impugnata, il caso sottoposto all'attenzione della Corte europea dalla società Belvedere Alberghiera riguardava un'interferenza nel diritto al rispetto dei beni riconducibile alla figura della c.d. occupazione "usurpativa", di cui si è trattato nel paragrafo precedente. Infatti, in quella vicenda, venuta meno la dichiarazione di pubblica utilità in seguito all'annullamento dello strumento urbanistico attuativo nel quale essa era implicita, l'intervento di trasformazione non era sostenuto dal necessario collegamento tra il sacrificio dominicale e il pubblico interesse. Come si è detto, in casi di tal genere l'orientamento giurisprudenziale sopra citato, ed ormai consolidato, prevede la reintegrazione in forma specifica (restituzione) e, qualora il proprietario vi rinunzi (anche per implicito), il risarcimento integrale, senza che possa eccepirsi la prescrizione trattandosi d'illecito a carattere permanente.

La sentenza Carbonara-Ventura, invece, attiene a fattispecie di occupazione appropriativa. Ma, contrariamente a quanto sostengono i ricorrenti, quella fattispecie presenta caratteri che la distinguono in modo netto dalla vicenda qui in esame.

Infatti, il caso esaminato dalla Corte di Strasburgo con la citata sentenza prende le mosse da un decreto di occupazione d'urgenza, emesso il 27 maggio 1970, in forza del quale un Comune fu autorizzato ad occupare per la durata di due anni un suolo di proprietà privata per la costruzione di un'opera di pubblica utilità (scuola). L'occupazione fu eseguita il 30 giugno 1970 ed i lavori furono completati il 28 ottobre 1972, senza la pronuncia di decreto di espropriazione.

I soggetti che avevano subito l'ablazione di fatto proposero un'azione per il risarcimento dei danni con atto notificato il 3 maggio 1980 (ben prima, quindi, della sent. n. 1464/1983). La domanda fu accolta dal tribunale ma fu respinta dalla corte d'appello che, su eccezione sollevata dal Comune, dichiarò la pretesa risarcitoria prescritta, per avvenuta scadenza dei relativo termine di cinque anni, decorrente dal 28 ottobre 1972 (data di completamento dei lavori). Il ricorso per cassazione proposto dai soccombenti fu, a sua volta, respinto.

In relazione a tale vicenda la Corte di Strasburgo - dopo una ricognizione dello stato della legislazione e della giurisprudenza in tema di occupazione appropriativa, e dopo avere accertato che, nella specie, vi era stata privazione della proprietà (esproprio indiretto) - ha ricordato che l'art. 1 del Prococollo n. 1 esige, innanzitutto e soprattutto, che un'ingerenza di una pubblica autorità nell'esercizio del diritto al rispetto dei beni sia legale. Ritenuto non utile decidere astrattamente se il ruolo che un principio giurisprudenziale, quale quello dell'esproprio indiretto, svolge in un sistema di diritto continentale sia assimilabile a quello di disposizioni legislative, ha rimarcato altresì "che il principio di legalità significa l'esistenza di norme di diritto interno sufficientemente accessibili, precise e prevedibili", e a tal proposito ha osservato che la giurisprudenza in materia di esproprio indiretto ha avuto un'evoluzione che ha comportato applicazioni contraddittorie, "ciò che potrebbe condurre ad un risultato imprevedibile o arbitrario e privare gli interessati di una protezione efficace dei loro diritti, il che, di conseguenza, sarebbe incompatibile col principio di legalità".

La Corte europea, poi, ha espresso riserve "sulla compatibilità con il principio di legalità di un meccanismo che in maniera generale permette all'amministrazione di trarre beneficio da una situazione illegale e tramite il quale l'individuo si trova di fronte al fatto compiuto", ed ha rilevato, infine, "che la riparazione per la privazione della proprietà non è automaticamente versata dall'amministrazione ma deve essere richiesta dall'interessato entro cinque anni, ciò che potrebbe costituire una protezione inadeguata".

Passando ad esaminare il caso specifico, la Corte dei diritti ha rilevato che, secondo le decisioni giurisdizionali adottate in quel caso, il passaggio della proprietà a vantaggio della P.A. era avvenuto (a partire dal 28 ottobre 1972) durante il periodo dell'occupazione senza titolo, automaticamente, in seguito al completamento dell'opera pubblica. Ed ha ritenuto, in primo luogo, che tale situazione non potesse essere considerata "prevedibile", riferendosi alle evoluzioni della giurisprudenza e al fatto che un principio giurisprudenziale non vincola le giurisdizioni in ordine alla sua applicazione, sicché le parti ricorrenti avevano avuto la certezza di essere state private del loro bene soltanto il 26 novembre 1993, data del deposito in cancelleria della sentenza resa da questa Corte. Ha osservato, in secondo luogo, che la situazione in causa aveva permesso alla P.A. di trarre vantaggio da un'occupazione di terreno divenuta "sine titulo" a partire dal 30 giugno 1972 ed il termine quinquennale di prescrizione era stato applicato a partire dal 28 ottobre 1972, sicché la protezione, di cui in linea di principio avrebbero potuto beneficiare i ricorrenti, ossia la possibilità di ottenere il risarcimento dei danni, era stata vanificata. In questo contesto la Corte europea ha ritenuto che l'ingerenza nel diritto al rispetto dei beni fosse stata arbitraria e che, dunque, vi era stata violazione dell'art. 1 del Protocollo n. 1.

Ciò posto, sul piano dei princìpi si deve ribadire che l'istituto dell'occupazione appropriativa (alla base del quale comunque deve essere una valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera, realizzata dalla P.A. per fini d'interesse generale e perciò non suscettibile di restituzione al privato con il bene in essa irreversibilmente incorporato) si colloca ormai in un contesto di regole "sufficientemente accessibili, precise e prevedibili", che lo rendono compatibile con la normativa convenzionale, nell'interpretazione datane dalla Corte dei diritti.

Infatti, le oscillazioni della giurisprudenza possono considerarsi pressoché "in toto" superate, sicché il quadro si presenta sufficientemente chiaro e il tasso di prevedibilità delle decisioni in materia è molto elevato. Il consolidamento della giurisprudenza in tema di occupazione c.d. "usurpativa" consente al privato di ottenere piena tutela fino alla "restitutio in integrum" o, qualora non ritenga di avere a ciò interesse, fino al risarcimento integrale del danno. L'istituto, che già aveva una base legale nei principi generali dell'ordinamento (come ricostruiti dalla giurisprudenza di questa Corte fin dalla sent. n. 1464 del 1983), ha trovato previsione normativa espressa, prima (settoriale) con l'art. 3 della legge n. 458 del 1988 e, successivamente, con l'art. 3, comma 65, della legge n. 662 del 1996, (che ha inserito il comma 7 bis nell'art. 5 bis della legge n. 359 del 1992, il quale ha superato con esito positivo il vaglio della Corte Costituzionale). Da ultimo, l'istituto ha trovato disciplina (e base legale) "ex novo" nel T.U. delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità.

E vero che, nell'occupazione appropriativa, l'acquisizione del bene privato alla mano pubblica rimane collegata ad un fatto qualificabile come illecito. La situazione giuridica del privato, però, trova protezione perché egli acquisisce il diritto di ottenere il risarcimento dei danni. E il fatto che tale risarcimento non sia integrale, a seguito della citata legge n. 662 del 1996, non si pone in contrasto con la normativa interna (nella quale la regola dell'integralità della riparazione e di equivalenza della stessa al pregiudizio arrecato al danneggiato non ha copertura costituzionale: Corte cost., sentenze n. 148 del 1999, n. 369 del 1996); e neppure con la normativa della Convenzione, in quanto - come la Corte di Strasburgo ha già affermato (causa James, Cavendish ed altri // Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, sentenza 21 febbraio 1986) - l'articolo primo del Primo Protocollo addizionale alla detta Convenzione non garantisce sempre il diritto ad un risarcimento integrale, ben potendo una riforma del sistema economico ed obiettivi di giustizia sociale militare per un rimborso inferiore al valore corrente di mercato.

Quanto al rilievo (sul quale gli attuali ricorrenti si soffermano in memoria) - secondo cui la P.A. finirebbe per trarre vantaggio da una situazione illecita, mentre il cittadino che ha subìto l'occupazione appropriativa verrebbe a trovarsi in posizione deteriore rispetto a chi è stato espropriato legittimamente - si deve osservare che, nell'ordinamento vigente, l'indennità di espropriazione non corrisponde al valore venale dell'immobile. Ai sensi dell'art. 5 bis (primo comma) del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, convertito con modificazioni dalla legge 8 agosto 1992, n. 359, essa per le aree edificabili (cioè per i suoli di maggior pregio) è calcolata sulla media del detto valore venale e del reddito dominicale rivalutato (secondo il criterio di cui alla citata norma). L'importo così determinato è ridotto del 40 per cento.

E vero che, in ogni fase del procedimento espropriativo, il soggetto espropriato può convenire la cessione volontaria del bene e in tal caso la riduzione suddetta non si applica. Ma tale meccanismo presuppone che l'espropriato accetti l'indennità offertagli dall'espropriante, a meno che l'offerta non si riveli del tutto incongrua e inadeguata, sicché la riduzione del 40 per cento va considerata componente ordinaria dell'indennità espropriativa (il sistema è stato ritenuto legittimo dalla Corte Costituzionale: sentenza 16 dicembre 1993, n. 442).

Pertanto, sul piano patrimoniale il soggetto che ha subìto l'occupazione appropriativa ottiene, a titolo risarcitorio, un importo maggiore dell'indennità che avrebbe ricevuto in sede di espropriazione.

Non è esatto, poi, quanto assumono i ricorrenti, e cioè che il privato avrebbe il gravoso onere di proporre l'azione giudiziaria, entro un breve termine di prescrizione sulla cui decorrenza regnerebbe assoluta incertezza (memoria, pag. 13).

Si deve replicare, sul primo punto, che chiunque intende far valere un diritto in giudizio deve proporre domanda al giudice competente (art. 2907 c.c. e art. 99 c.p.c.) e, peraltro, anche chi subisce un esproprio rituale, se non ritiene di accettare l'indennità determinata in sede amministrativa, ha l'onere di proporre l'opposizione alla stima.

Quanto al profilo della prescrizione, va subito notato che la questione nel caso di specie non rileva, perché la domanda è stata tempestivamente proposta ed è stata accolta per quanto di ragione. In linea di principio, comunque, si deve osservare che:

a) la prescrizione è istituto di applicazione generale (art. 2934 c.c., comma primo), salvo i diritti indisponibili e gli altri normativamente contemplati, fondato su un'esigenza di certezza (tale ritenuta nell'ordinamento) che determina l'estinzione del diritto per inerzia del titolare;

b) in base all'art. 2947 c.c., primo comma, il diritto al risarcimento del danno si prescrive in cinque anni (anche questa è previsione di carattere generale);

c) la decorrenza del termine quinquennale è ancorata alla data di scadenza dell'occupazione legittima, se l'opera pubblica è realizzata nel corso di tale occupazione, oppure al momento dell'irreversibile trasformazione del fondo (coincidente con la modifica dello stato anteriore del bene), se essa è avvenuta dopo quella scadenza (o in assenza di decreto di occupazione di urgenza ma sempre nell'ambito di valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera). Tale principio, già presente nella sent. n. 1464 del 1983, è stato poi più volte riaffermato (tra le più recenti: Cass., 19 luglio 2002, n. 10531; 28 giugno 2002, n. 9507; 28 agosto 2000, n. 11224; 3 maggio 2000, n. 5512; 21 aprile 2000, n. 5250; 27 aprile 1999, n. 4214; 24 agosto 1998, n. 8401). Non va trascurato, inoltre, che la prescrizione non è rilevabile di ufficio, ma deve essere opposta dalla parte che vi ha interesse (art. 2938 cod. civ.), cioè dall'ente occupante, sul quale dunque ricade l'onere di provare i fatti su cui l'eccezione si fonda (art. 2697 c.c., comma secondo). Né va trascurato che la prescrizione può essere interrotta con un semplice atto che valga a costituire in mora il debitore (art. 2943 c.c.).

Conclusivamente: la disciplina dell'occupazione appropriativa risulta ormai basata su regole sufficientemente chiare, precise e prevedibili, ancorate a norme giuridiche, che hanno superato positivamente il vaglio di costituzionalità ed hanno recepito (confermandoli) princìpi enucleati dalla giurisprudenza, che può definirsi costante.

La riconosciuta necessità che l'occupazione appropriativa sia comunque presidiata da una valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera, la previsione che al privato va riconosciuto un risarcimento ragionevole, l'esistenza di norme idonee ad assicurare una tutela effettiva in sede giudiziaria, consentono di ravvisare un giusto equilibrio tra la garanzia del diritto di proprietà, prevista dalla normativa interna e dalla Convenzione (come interpretata dalla Corte di Strasburgo), e gli interessi generali della collettività.

7) Le conclusioni ora raggiunte sul piano generale valgono, a maggior ragione nel caso qui in esame che, come si è notato, è diverso da quello oggetto della sentenza Carbonara-Ventura (basta por mente alla diversità dei dati temporali).

Invero, come la sentenza impugnata ha posto in luce (e il punto non è censurato), i suoli dei ricorrenti furono legittimamente occupati in forza di decreto del sindaco di Modugno in data 21 aprile 1987, per l'attuazione di un programma di edilizia economica e popolare; e la realizzazione del programma edilizio fu sollecita, sicché l'irreversibile trasformazione del fondo risultò compiuta entro il 1990, quando cioè non soltanto la giurisprudenza sull'acquisizione della proprietà alla mano pubblica mediante occupazione appropriativa, era ormai costante, ma era già entrato in vigore l'art. 3 della legge n. 458 del 1988. »»


CASS 6853/2003: «« Questo orientamento (che, in sostanza, aderiva all'indirizzo qui richiamato nel precedente capo 3.3) segna il vero momento di svolta nella complessa vicenda dell'occupazione appropriativa. Esso, invero, fu fatto proprio dalla giurisprudenza successiva di legittimità di gran lunga prevalente ("ex multis", Cass., 13 novembre 1987, n. 8344; 23 settembre 1986, 5708; 10 gennaio 1986, n. 80; 4 dicembre 1985, n. 6070) nonché dalla prevalente giurisprudenza di merito, e fu ribadito dalla sentenza 10 giugno 1988, n. 3940 (resa sempre a Sezioni Unite), la quale pose l'accento, tra l'altro, sul rilievo che il fenomeno dell'occupazione appropriativa doveva essere caratterizzato, quale indefettibile punto di partenza, da una valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera e, quale punto di arrivo, dalla realizzazione dell'opera medesima, nonché dall'inserimento tra questi due poli di un'attività manipolatrice del bene altrui, posta in essere (dalla P.A.) in deviazione dal modello di comportamento dettato dalle leggi in materia.

Lo stesso orientamento, ancora, fu affermato dalle sezioni unite con sentenza 25 novembre 1992, n. 12546, a seguito di alcune sentenze della prima sezione civile (nn. 6209/1990; 7210/1990; 7952/1991; 12432/1991; 10979/1992) che, senza porre in discussione il principio dell'occupazione appropriativa, riqualificando il contenuto della pretesa del privato (nascente dalla perdita della proprietà del fondo) in senso non risarcitorio bensì indennitario, avevano ritenuto applicabile ad essa la prescrizione decennale. Con quella pronunzia le sezioni unite confermarono che, vertendosi in materia risarcitoria, l'azione del privato, diretta ad ottenere il pagamento del valore del bene perduto a seguito di occupazione illegittima e d'irreversibile trasformazione di esso in opera pubblica (con conseguente impossibilità giuridica di restituzione), soggiace al termine quinquennale di prescrizione stabilito dall'art. 2947 c.c., 1° comma.

Nel frattempo la legge 27 ottobre 1988, n. 458 (recante "Concorso dello Stato nella spesa degli enti locali in relazione ai pregressi maggiori oneri delle indennità di esproprio), stabilì nell'art. 3, primo comma, che il proprietario del terreno utilizzato per finalità di edilizia residenziale pubblica, agevolata e convenzionata, ha diritto al risarcimento del danno causato da provvedimento espropriativo dichiarato illegittimo con sentenza passata in giudicato, con esclusione della retrocessione del bene. Ed aggiunse, nel secondo comma, che, oltre al risarcimento del danno, spettano le somme dovute a causa della svalutazione monetaria e le ulteriori somme di cui all'art. 1224, comma secondo, c.c., a decorrere dal giorno dell'occupazione illegittima. La norma fu sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale, la quale ne estese l'applicabilità anche all'ipotesi di mancanza del provvedimento espropriativo (Corte Cost., sentenza 27 dicembre 1991, n. 486).

Ancorché di carattere settoriale, l'intervento legislativo conferma la configurabilità in termini risarcitori della fattispecie dell'occupazione appropriativa, prendendo atto dell'esistenza della regola già enucleata dalla giurisprudenza sulla base dei princìpi generali dell'ordinamento ed operante in via generale per tutte le opere pubbliche.

Una ricezione normativa del fenomeno dell'occupazione privativa-acquisitiva (in termini risarcitori) si ritrova anche nell'art. 11, 5° e 7° comma, della legge 30 dicembre 1991, n. 413 (disposizioni fiscali) e nell'art. 10, comma 3-bis, del D.L. 27 ottobre 1995, n. 444, convertito con modificazioni dalla legge 20 dicembre 1995, n. 539.

Segue poi l'ulteriore intervento del legislatore, attuato con l'art. 3, comma 65°, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (dopo la declaratoria d'illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 65°, della legge 28 dicembre 1995, n. 549: cfr. Corte Cost., 2 novembre 1996, n. 369). Il citato art. 3, comma 65°, della legge n. 662 del 1996, aggiungendo il comma 7-bis all'art. 5-bis della legge 8 agosto 1992, n. 359, ha stabilito che, in caso di occupazioni illegittime di suoli per cause di pubblica utilità, intervenute anteriormente al 30 settembre 1996, si applicano per la liquidazione del danno i criteri di determinazione dell'indennità di cui al comma 1 dello stesso art. 5-bis, con esclusione della riduzione del 40%. La norma aggiunge che, in tal caso, l'importo del risarcimento è altresì aumentato del 10% e specifica che le suddette disposizioni si applicano anche ai procedimenti in corso, non definiti con sentenza passata in giudicato.

Anche la Corte Costituzionale si è pronunziata sull'istituto dell'occupazione appropriativa.

Con una prima sentenza (23 maggio 1995, n. 188), essa dichiarò non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2043 c.c., sollevata con riferimento agli artt. 3 e 42 della Costituzione, ponendo in rilievo (tra l'altro) che elemento qualificante della fattispecie (rimarcato dalla giurisprudenza e, in particolare, dalle pronunzie delle sezioni unite) è "l'azzeramento" del contenuto sostanziale del diritto di proprietà, conseguente alla irreversibile trasformazione del bene e comportante, da un lato, la perdita del diritto di proprietà per il privato (in ciò si concreta l'illecito) e, dall'altro, l'acquisto del nuovo bene risultante da quella trasformazione in capo alla P.A. (a titolo originario e per effetto della realizzazione dell'opera pubblica con connessa impossibilità di restituzione del suolo nella medesima opera incorporato).

Con sentenza 2 novembre 1996, n. 369, la Corte delle leggi dichiarò l'illegittimità costituzionale del 6° comma dell'art. 5-bis del D.L. n. 333 del 1992, convertito dalla legge n. 359 del 1992, come sostituito dall'art. 1, comma 65°, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, nella parte in cui applicava al "risarcimento del danno" i criteri di determinazione stabiliti per il "prezzo, l'entità dell'indennizzo", ritenendo non conforme a Costituzione la sostanziale equiparazione - dalla detta norma operata - del risarcimento da occupazione appropriativa all'indennità di espropriazione. Pervenendo a tale risultato, tuttavia, la Corte precisò (in motivazione): a) che il legislatore, in casi eccezionali, poteva ritenere equa e conveniente una limitazione del risarcimento del danno, attuabile sia nel campo della responsabilità contrattuale, sia in materia di responsabilità extracontrattuale; b) che, nella fattispecie dell'occupazione appropriativa, sussistevano in astratto gli estremi giustificativi di un intervento normativo "ragionevolmente riduttivo della misura della riparazione dovuta dalla Pubblica Amministrazione al proprietario dell'immobile che sia venuto ad essere così incorporato nell'opera pubblica"; c) che la ragionevolezza di tale riduzione dipendeva dall'equilibrato componimento - che la norma di conformazione del danno risarcibile deve assicurare - degli opposti interessi in gioco, cioè da un lato quello, riferibile all'amministrazione, di conservazione dell'opera di pubblica utilità con contenimento dell'incremento di spesa relativa, dall'altro quello del privato ad ottenere riparazione per l'illecito subìto.

Con sentenza 30 aprile 1999, n. 148, poi, il Giudice delle leggi ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 5-bis, comma 7-bis, del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, convertito con modificazioni dalla legge 8 agosto 1992, n. 359, introdotto dall'art. 3, comma 65°, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, nella parte in cui applica al risarcimento del danno da occupazione appropriativa i criteri di determinazione stabiliti per l'indennizzo in caso di espropriazione per pubblica utilità, con esclusione della riduzione del quaranta per cento e con l'aumento del dieci per cento, in relazione agli artt. 3, 10, 24, 28 e 42 Cost. e agli artt. 53, 71, 72, 97 e 113 Cost.

La Corte delle leggi - ribadito che, in casi eccezionali, il legislatore può ritenere equa e conveniente una limitazione al risarcimento del danno - ha affermato ancora che, nel caso delle occupazioni appropriative, "sussistono in astratto gli estremi giustificativi di un intervento normativo ragionevolmente riduttivo della misura della riparazione dovuta dalla Pubblica Amministrazione al proprietario dell'immobile che sia venuto ad essere così incorporato nell'opera pubblica". Ed ha aggiunto che l'eccezionalità del caso appare giustificata nella fattispecie sia dal carattere temporaneo della norma denunciata, sia dalla finalità, egualmente temporanea e di emergenza, rivolta a regolare situazioni passate. Ritenendo l'incremento del risarcimento dovuto al danneggiato (rispetto alla misura dell'indennità espropriativa) non irrisorio né meramente apparente, la Corte delle leggi ha escluso, tra l'altro, la denunziata violazione dell'art. 42 della Costituzione.

Con riguardo al ravvisato carattere eccezionale e temporaneo della disposizione "de qua", va rilevato che, con il D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327 (recante "T.U. delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità, destinato a entrare in vigore dal 30 giugno 2003), come modificato e integrato dal decreto legislativo 27 dicembre 2002, n. 302, l'istituto dell'occupazione in assenza di valido provvedimento ablatorio trova una nuova disciplina. Sotto la rubrica "Utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di pubblico interesse", l'art. 43 detta regole specifiche destinate ad attribuire un nuovo assetto normativo alla vicenda, mentre l'art. 55 (come modificato dal D.Lgs. n. 302 del 2002, lett. pp) contempla la disciplina transitoria applicabile alle occupazioni senza titolo anteriori al 30 settembre 1996 (disciplina che ricalca la previsione di cui all'art. 5-bis, comma 7-bis, della legge n. 359 del 1992).

5) All'esito dell'indagine fin qui condotta, si deve osservare che i caratteri dell'istituto in esame possono dirsi consolidati proprio sulla piattaforma dei princìpi espressi dalla sentenza 26 febbraio 1983, n. 1464, la quale peraltro non affermò regole in precedenza mai prospettate, ma s'ispirò ad un indirizzo già presente nella giurisprudenza (v. capo 3.3). Basta porre a confronto lo stato della giurisprudenza prima e dopo quella pronunzia per constatare come essa portò a superare larga parte delle incertezze prima insorte. E, se è vero che anche dopo il 1983 si sono manifestate linee interpretative diverse, è altrettanto vero che esse sono rimaste nell'ambito di una dialettica processuale fisiologica (e, per certi aspetti, perfino auspicabile per le capacità evolutive che può esprimere) in un ordinamento complesso.

Inoltre, si deve notare che la sent. n. 1464 del 1983 aveva per l'interprete un significato ancor più peculiare, in quanto pronunziata - nell'esercizio del potere di nomofilachia affidato dalla legge a questa Corte - proprio a composizione dei numerosi contrasti in precedenza manifestati, sicché era largamente prevedibile che l'orientamento in essa espresso si sarebbe consolidato, come poi in concreto è avvenuto.

I caratteri salienti del fenomeno appropriativo, sulla base della lunga e (sostanzialmente) costante elaborazione giurisprudenziale, possono essere così sintetizzati:

a) la trasformazione irreversibile del fondo, con destinazione ad opera pubblica o ad uso pubblico, determina l'acquisizione della proprietà alla mano pubblica;

b) il fenomeno, in assenza di formale decreto di esproprio, ha il carattere dell'illiceità, che si consuma alla scadenza del periodo di occupazione autorizzata (e, quindi, legittima) se nel frattempo l'opera pubblica è stata realizzata, oppure al momento della trasformazione qualora l'ingerenza nella proprietà privata abbia già carattere abusivo o se essa acquisti tale carattere perché la trasformazione medesima avviene dopo la scadenza del periodo di occupazione legittima;

c) 'l'acquisto a favore della P.A., però, si determina soltanto qualora l'opera sia funzionale ad una destinazione pubblicistica, e ciò avviene solo per effetto di una dichiarazione di pubblica utilità formale o connessa ad un atto amministrativo che, per legge, produca tale effetto.

In particolare, il requisito "sub" c) ha portato ad escludere dall'ambito di applicazione dell'occupazione appropriativa comportamenti della P.A. non collegati ad alcuna utilità pubblica formalmente dichiarata, o per mancanza "ab initio" della dichiarazione di pubblica utilità o perché questa è venuta meno in seguito ad annullamento dell'atto in cui essa era contenuta o per scadenza dei relativi termini (tra le altre, Cass, 28 marzo 2001, n. 4451; 30 gennaio 2001, n. 1266; 18 febbraio 2000, n. 1814; 10 luglio 1999, n. 7268; 10 gennaio 1998, n. 148; 26 agosto 1997, n. 7998; Cass., sez. un., 4 marzo 1997, n. 1907).

Secondo tale orientamento (che il collegio condivide) nelle vicende suddette - definite di occupazione "usurpativa" - non si produce l'effetto acquisitivo a favore della P.A., il proprietario può chiedere la restituzione del fondo occupato e, se a tanto non ha interesse (e quindi vi rinunzi, anche per implicito) può avanzare domanda di risarcimento del danno, che deve essere liquidato in misura integrale.

Va notato, al riguardo, che la differenza tra l'occupazione appropriativa e l'evento illecito ora descritto è stata enunciata da tempo, cioè da quando si affermò che l'occupazione appropriativa non è il fenomeno "indeterminato e generico dell'apprensione "sine titulo" da parte di un ente pubblico, per qualsivoglia ragione e fine, di un bene immobile del privato, bensì il fenomeno specifico, caratterizzato quale suo indefettibile punto di partenza da una dichiarazione di pubblica utilità dell'opera e quale suo indefettibile punto d'arrivo dalla realizzazione dell'opera medesima" (Cass., 4 maggio 1976, n. 1578: concetto poi ripreso da Cass., sez. un., n. 3940/1988, cit., in motivazione).

6) I princìpi fin qui richiamati vanno ora sottoposti a verifica, alla luce dell'art. 1 del protocollo n. 1 add. alla Convenzione, nell'interpretazione che di tale norma ha dato la Corte europea dei diritti dell'uomo (segnatamente, con le sentenze Belvedere Alberghiera S.r.l. contro Italia e Carbonara e Ventura contro Italia, entrambe in data 30 maggio 2000), allo scopo di stabilire se la Corte europea dei diritti sia pervenuta a conclusioni non compatibili con l'istituto dell'occupazione appropriativa quale "diritto vivente" nell'ordinamento italiano, come è venuto a conformarsi a seguito dell'evoluzione di cui sopra si è dato conto.

La risposta a tale quesito, ad avviso del collegio, deve essere negativa.

Si deve premettere che, anche in difetto di obblighi internazionali idonei a rendere vincolante oltre il caso deciso il "dictum" della Corte di Strasburgo nei procedimenti davanti ai giudici nazionali, dalle pronunzie della Corte medesima non può prescindersi, in quanto esse costituiscono precedenti autorevoli e rilevanti supporti interpretativi al fine di assicurare una tutela effettiva ai diritti contemplati dalla Convenzione, nell'ambito da questa considerato. Ciò posto, va rilevato che, in relazione alla fattispecie portata all'esame di queste sezioni unite con il ricorso per cassazione, la sentenza Belvedere Alberghiera non risulta pertinente.

Invero, il caso sottoposto all'attenzione della Corte europea dalla società Belvedere Alberghiera riguardava un'interferenza nel diritto al rispetto dei beni riconducibile alla figura della cosiddetta occupazione "usurpativa", di cui si è trattato nel paragrafo precedente. Infatti, in quella vicenda, venuta meno la dichiarazione di pubblica utilità in seguito all'annullamento dello strumento urbanistico attuativo nel quale essa era implicita, l'intervento di trasformazione non era sostenuto dal necessario collegamento tra il sacrificio dominicale e il pubblico interesse. Come si è detto, in casi di tal genere l'orientamento giurisprudenziale sopra citato, ed ormai consolidato, prevede la reintegrazione in forma specifica (restituzione) e, qualora il proprietario vi rinunzi (anche per implicito), il risarcimento integrale, senza che possa eccepirsi la prescrizione trattandosi d'illecito a carattere permanente.

La fattispecie, nel caso qui in esame, è diversa. Come si desume dalla sentenza impugnata, e dalla stessa esposizione dei fatti contenuta nel ricorso per cassazione, il Comune prese possesso del suolo della società in forza di un legittimo decreto di occupazione (notificato alla detta società il 29 gennaio 1974: v. ricorso per cassazione), per la "costruzione di un nuovo edificio per la scuola media del capoluogo". Non è contestato che l'occupazione: sia avvenuta nel quadro di una valida dichiarazione di pubblica utilità, non sono addotte pronunzie di annullamento di questa e del pari non è controverso che, alla data di scadenza del termine quinquennale di occupazione legittima, ossia alla data del 4 febbraio 1979, l'opera fosse stata già realizzata (sentenza impugnata, pag. 9-10). Il caso in esame, quindi, costituisce una tipica fattispecie di occupazione appropriativa, avvenuta, secondo i princìpi sopra enunciati, alla data del 4 febbraio 1979.

La sentenza Carbonara-Ventura, invece, attiene a questo tipo di fattispecie. Ma anch'essa presenta caratteri che la distinguono mi modo netto dalla vicenda qui in esame.

Infatti, il caso esaminato dalla Corte di Strasburgo con la citata sentenza prende le mosse da un decreto di occupazione d'urgenza, emesso il 27 maggio 1970, in forza del quale un Comune fu autorizzato ad occupare per la durata di due anni un suolo di proprietà privata per la costruzione di un'opera di pubblica utilità (scuola). L'occupazione fu eseguita il 30 giugno 1970 ed i lavori furono completati il 28 ottobre 1972, senza la pronuncia di decreto di espropriazione.

I soggetti che avevano subìto l'ablazione di fatto proposero un'azione per il risarcimento dei danni con atto notificato il 3 maggio 1980 (ben prima, quindi, della sent. n. 1464 del 1983). La domanda fu accolta dal tribunale ma fu respinta dalla corte d'appello che, su eccezione sollevata dal Comune, dichiarò la pretesa risarcitoria prescritta, per avvenuta scadenza del relativo termine di cinque anni, decorrente dal 28 ottobre 1972 (data di completamento dei lavori). Il ricorso per cassazione proposto dai soccombenti fu, a sua volta, respinto.

In relazione a tale vicenda la Corte di Strasburgo - dopo una ricognizione dello stato della legislazione e della giurisprudenza in tema di occupazione appropriativa, e dopo avere accertato che, nella specie, vi era stata privazione della proprietà (esproprio indiretto) - ha ricordato che l'art. 1 del Protocollo n. 1 esige, innanzitutto e soprattutto, che un'ingerenza di una pubblica autorità nell'esercizio del diritto al rispetto dei beni sia legale. Ritenuto non utile decidere astrattamente se il ruolo che un principio giurisprudenziale, quale quello dell'esproprio indiretto, svolge in un sistema di diritto continentale sia assimilabile a quello di disposizioni legislative, ha rimarcato altresì "che il principio di legalità significa l'esistenza di norme di diritto interno sufficientemente accessibili, precise e prevedibili", e a tal proposito ha osservato che la giurisprudenza in materia di esproprio indiretto ha avuto un'evoluzione che ha comportato applicazioni contraddittorie, "ciò che potrebbe condurre ad un risultato imprevedibile o arbitrario e privare gli interessati di una protezione efficace dei loro diritti, il che, di conseguenza, sarebbe incompatibile col principio di legalità".

La Corte europea, poi, ha espresso riserve "sulla compatibilità con il principio di legalità di un meccanismo che in maniera generale permette all'amministrazione di trarre beneficio da una situazione illegale e tramite il quale l'individuo si trova di fronte al fatto compiuto", ed ha rilevato, infine, "che la riparazione per la privazione della proprietà non è automaticamente versata dall'amministrazione ma deve essere richiesta dall'interessato entro cinque anni, ciò che potrebbe costituire una protezione inadeguata".

Passando ad esaminare il caso specifico, la Corte dei diritti ha rilevato che, secondo le decisioni giurisdizionali adottate in quel caso, il passaggio della proprietà a vantaggio della P.A. era avvenuto (a partire dal 28 ottobre 1972) durante il periodo dell'occupazione senza titolo, automaticamente, in seguito al completamento dell'opera pubblica. Ed ha ritenuto, in primo luogo, che tale situazione non potesse essere considerata "prevedibile", riferendosi alle evoluzioni della giurisprudenza e al fatto che un principio giurisprudenziale non vincola le giurisdizioni in ordine alla sua applicazione, sicché le parti ricorrenti avevano avuto la certezza di essere state private del loro bene soltanto il 26 novembre 1993, data del deposito in cancelleria della sentenza resa da questa Corte. Ha osservato, in secondo luogo, che la situazione in causa aveva permesso alla P.A. di trarre vantaggio da un'occupazione di terreno divenuta "sine titulo" a partire dal 30 giugno 1972 ed il termine quinquennale di prescrizione era stato applicato a partire dal 28 ottobre 1972, sicché la protezione, di cui in linea di principio avrebbero potuto beneficiare i ricorrenti, ossia la possibilità di ottenere il risarcimento dei danni, era stata vanificata. In questo contesto la Corte europea ha ritenuto che l'ingerenza nel diritto al rispetto dei beni fosse stata arbitraria e che, dunque, vi era stata violazione dell'art. I del Protocollo n. 1.

Ciò posto, sul piano dei princìpi si deve ribadire che l'istituto dell'occupazione appropriativa (alla base del quale comunque deve essere una valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera, realizzata dalla P.A. per fini d'interesse generale e perciò non suscettibile di restituzione al privato con il bene in essa irreversibilmente incorporato) si colloca ormai in un contesto di regole "sufficientemente accessibili, precise e prevedibili", che lo rendono compatibile con la normativa convenzionale, nell'interpretazione datane dalla Corte dei diritti.

Infatti, le oscillazioni della giurisprudenza possono considerarsi pressoché "in toto" superate, sicché il quadro si presenta sufficientemente chiaro e il tasso di prevedibilità delle decisioni in materia è molto elevato. Il consolidamento della giurisprudenza in tema di occupazione cosiddetta "usurpativa" consente al privato di ottenere piena tutela fino alla "restitutio in integrum" o, qualora non ritenga di avere a ciò interesse, fino al risarcimento integrale del danno. L'istituto, che già aveva una base legale nei princìpi generali dell'ordinamento (come ricostruiti dalla giurisprudenza di questa Corte fin dalla sent. n. 1464 del 1983), ha trovato previsione normativa espressa, prima (settoriale) con l'art. 3 della legge n. 458 del 1988 e, successivamente, con l'art. 3, comma 65, della legge n. 662 del 1996, (che ha inserito il comma 7-bis nell'art. 5-bis della legge n. 359 del 1992, il quale ha superato con esito positivo il vaglio della Corte Costituzionale). Da ultimo, l'istituto ha trovato disciplina (e base legale) "ex novo" nel T.U. delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità.

E' vero che, nell'occupazione appropriativa, l'acquisizione del bene privato alla mano pubblica rimane collegata ad un fatto qualificabile come illecito. La situazione giuridica del privato, però, trova protezione perché egli acquisisce il diritto di ottenere il risarcimento dei danni. E il fatto che tale risarcimento non sia integrale, a seguito della citata legge n. 662 del 1996, non si pone in contrasto con la normativa interna (nella quale la regola dell'integralità della riparazione e di equivalenza della stessa al pregiudizio arrecato al danneggiato non ha copertura costituzionale: Corte Cost., sent. n. 148 del 1999, sent. n. 369 del 1996); e neppure con la normativa della Convenzione, in quanto - come la Corte di Strasburgo ha già affermato (causa James, Cavendish ed altri // Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, sentenza 21 febbraio 1986) - l'articolo primo del Primo Protocollo addizionale alla detta Convenzione non garantisce sempre il diritto ad un risarcimento integrale, ben potendo una riforma del sistema economico ed obiettivi di giustizia sociale militare per un rimborso inferiore al valore corrente di mercato.

Né può utilmente addursi che la P.A. finisce per trarre vantaggio da una situazione illecita, mentre il cittadino che ha subìto l'occupazione appropriativa verrebbe a trovarsi in posizione deteriore rispetto a chi è stato espropriato legittimamente. Al riguardo, infatti, si deve osservare che, nell'ordinamento vigente, l'indennità di espropriazione non corrisponde al valore venale dell'immobile. Ai sensi dell'art. 5-bis (primo comma) del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, convertito con modificazioni dalla legge 8 agosto 1992 n. 359, essa per le aree edificabili (cioè per i suoli di maggior pregio) è calcolata sulla media del detto valore venale e del reddito dominicale rivalutato (secondo il criterio di cui alla citata norma). L'importo così determinato è ridotto del 40 per cento.

E' previsto che, in ogni fase del procedimento espropriativo, il soggetto espropriato può convenire la cessione volontaria del bene e in tal caso la riduzione suddetta non si applica. Ma tale meccanismo presuppone che l'espropriato accetti l'indennità offertagli dall'espropriante, a meno che l'offerta non si riveli del tutto incongrua e inadeguata, sicché la riduzione del 40 per cento va considerata componente ordinaria dell'indennità espropriativa (il sistema è stato ritenuto legittimo dalla Corte Costituzionale: sentenza 16 dicembre 1993, n. 442).

Pertanto, sul piano patrimoniale il soggetto che ha subìto l'occupazione appropriativa ottiene, a titolo risarcitorio, un importo maggiore dell'indennità che avrebbe ricevuto in sede di espropriazione.

È vero poi che, per ottenere il risarcimento, il soggetto che ha subìto l'ablazione di fatto ha l'onere di proporre domanda in sede giudiziale entro un termine di prescrizione (che, nella specie, è quinquennale).

Si deve però replicare, sul primo punto, che nel vigente sistema processuale chiunque intende far valere un diritto in giudizio deve proporre domanda al giudice competente (art. 2907 c.c. e art. 99 c.p.c.) e, peraltro, anche chi subisce un esproprio rituale, se non ritiene di accettare l'indennità determinata in sede amministrativa, ha l'onere di proporre l'opposizione alla stima in sede giudiziale.

Quanto al profilo della prescrizione, in linea di principio si deve osservare che:

a) la prescrizione è istituto di applicazione generale (art. 2934, comma primo, c.c.), salvo i diritti indisponibili e gli altri normativamente contemplati, fondato su un'esigenza di certezza (tale ritenuta dall'ordinamento) che determina l'estinzione del diritto per inerzia del titolare;

b) in base all'art. 2947, primo comma, c.c. il diritto al risarcimento del danno si prescrive in cinque anni (anche questa è previsione di carattere generale);

c) la decorrenza del termine quinquennale è ancorata alla data di scadenza dell'occupazione legittima, se l'opera pubblica è realizzata nel corso di tale occupazione, oppure al momento dell'irreversibile trasformazione del fondo (coincidente con la modifica dello stato anteriore del bene), se essa è avvenuta dopo quella scadenza (o in assenza di decreto di occupazione di urgenza ma sempre nell'ambito di valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera). Tale principio, già presente nella sent. n. 1464 del 1983, è stato poi più volte riaffermato (tra le più recenti: Cass., 19 luglio 2002, n. 10531; 28 giugno 2002, n. 9507; 28 agosto 2000, n. 11224; 3 maggio 2000, n. 5512; 21 aprile 2000, n. 5250; 27 aprile 1999, n. 4214; 24 agosto 1998, n. 8401). Non va trascurato, inoltre, che la prescrizione non è rilevabile di ufficio, ma deve essere opposta dalla parte che vi ha interesse (art. 2938 c.c.), cioè dall'ente occupante, sul quale dunque ricade l'onere di provare i fatti su cui l'eccezione si fonda (art. 2697, comma secondo, c.c.). Né va trascurato che la prescrizione può essere interrotta con un semplice atto che valga a costituire in mora il debitore (art. 2943 c.c.).

Conclusivamente: la disciplina dell'occupazione appropriativa risulta ormai basata su regole sufficientemente chiare, precise e prevedibili, ancorate a norme giuridiche, che hanno superato positivamente il vaglio di costituzionalità ed hanno recepito (confermandoli) princìpi enucleati dalla giurisprudenza, che può definirsi costante.

La riconosciuta necessità che l'occupazione appropriativa sia comunque presidiata da una valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera, la previsione che al privato va riconosciuto un risarcimento ragionevole, l'esistenza di norme idonee ad assicurare una tutela effettiva in sede giudiziaria, consentono di ravvisare un giusto equilibrio tra la garanzia del diritto di proprietà, prevista dalla normativa interna e dalla Convenzione (come interpretata dalla Corte di Strasburgo), e gli interessi generali della collettività.

7) Le conclusioni ora raggiunte sul piano generale valgono anche con riferimento al caso in esame che, come già rilevato, presenta caratteri di diversità rispetto a quello oggetto della sentenza Carbonara-Ventura.

Infatti, come sopra si è posto in luce, nel caso esaminato dalla Corte europea dei diritti l'occupazione appropriativa si realizzò il 28 ottobre 1972 (dopo la scadenza del periodo di occupazione legittima, che era stata determinata in due anni) e la domanda giudiziale per il risarcimento fu proposta il 3 maggio 1980. In quell'epoca la giurisprudenza - chiamata a pronunziarsi su un fenomeno che presentava indubbie difficoltà d'inquadramento sistematico - aveva manifestato in effetti indirizzi non uniformi, tra i quali sembrava prevalere quello che qualificava l'occupazione appropriativa come illecito permanente. Nella menzionata vicenda, pertanto, la pretesa risarcitoria azionata risultò prescritta prima che la sent. n. 1464 del 1983 intervenisse a comporre i contrasti che si erano manifestati in giurisprudenza. E, ancorché secondo i caratteri dell'ordinamento giuridico italiano non sia configurabile applicazione retroattiva di un principio giurisprudenziale (perché la giurisprudenza si limita ad enucleare per via interpretativa regole e criteri applicativi già presenti nei princìpi generali dell'ordinamento dello Stato: art. 12 delle preleggi, cit.), la sentenza in questione della Corte europea dei diritti ha certamente colto un aspetto problematico e, in quel contesto, ha ritenuto che la situazione venutasi a determinare non potesse essere considerata "prevedibile", identificando quindi una inefficace protezione dei diritti della parte privata.

Nel caso in esame, invece, il termine quinquennale di occupazione legittima venne a scadere il 4 febbraio 1979. Non è controverso che la costruzione dell'opera pubblica, con l'irreversibile trasformazione del fondo, abbia avuto luogo entro quella data. Che ciò comportasse un illecito non era messo in discussione anche allora dalla giurisprudenza, la quale s'interrogava piuttosto sugli effetti di tale illecito. Peraltro, come sopra si è notato, già nel 1979 si era manifestato un indirizzo che escludeva la possibilità di inquadrare la fattispecie nella categoria dell'illecito permanente (v. Cass., 8 giugno 1979, n. 3243, richiamata al precedente capo 3.3). Quando fu pubblicata la sentenza 26 febbraio 1983, n. 1464, il termine di prescrizione di cinque anni, stabilito in via generale dall'art. 2947, primo comma, c.c., era in corso (decorrendo dal 4 febbraio 1979) e sarebbe venuto a scadere circa un anno dopo la pubblicazione della sentenza stessa.

Già si è richiamato il significato particolare rivestito da quella sentenza, pronunziata proprio per comporre i contrasti determinati dalle non uniformi applicazioni giurisprudenziali precedenti.

Sulla base dei princìpi in essa affermati (segnatamente: carattere istantaneo dell'illecito, sia pure con effetti permanenti) era precisa e prevedibile l'applicabilità della disciplina legale della prescrizione, prevista dal codice civile. Peraltro, per scongiurare gli effetti conseguenti al decorso di questa, la società non era neppure costretta ad intraprendere un giudizio, bastando un semplice atto di messa in mora per interrompere il corso della prescrizione medesima (art. 2943 c.c.).

La tesi della ricorrente, secondo cui ella sarebbe stata privata della proprietà illegalmente, non può essere, dunque, condivisa, sia perché, pure in presenza di un'ablazione di fatto (ma comunque avvenuta in vista di un fine di pubblica utilità legalmente dichiarato: al riguardo si richiamano tutte le considerazioni sopra svolte, anche con riferimento alle verifiche di legittimità costituzionale compiute dal Giudice delle leggi), il sistema prevedeva e prevede adeguati meccanismi risarcitori, sia perché, con riferimento al caso di specie, la perdita del diritto al risarcimento è derivata da un'inerzia della parte che ha portato alla (prevedibile) applicazione della disciplina legale della prescrizione.

Né si potrebbe ravvisare una protezione inadeguata per il diritto della ricorrente nel fatto che, quando la sent. n. 1464 del 1983 fu pubblicata, il termine di prescrizione era già da tempo in corso, perché l'ordinamento - contemplando un meccanismo semplice ed accessibile a tutti per interrompere il corso della prescrizione - consentiva una tutela efficace con un "minimum" di diligenza esigibile da chiunque.

Neppure è ravvisabile violazione dell'art. 2935 c.c. Come questa Corte ha ripetutamente affermato, la prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, salva l'esistenza di cause ostative all'esercizio del diritto stesso, costituenti impedimenti d'ordine giuridico e non di mero fatto (tra le più recenti: Cass., 27 febbraio 2002, n. 2913; 11 dicembre 2001, n. 15622; 16 luglio 2001, n. 9618; 19 novembre 1999, n. 12825; 21 giugno 1999, n. 6209).

Nel caso in esame, il 4 febbraio 1979, con la scadenza del periodo di occupazione legittima, cessò il titolo giuridico che aveva giustificato l'apprensione del bene da parte della Pubblica Amministrazione. Nelle more, però, era stata realizzata l'opera pubblica, con irreversibile trasformazione del fondo. Il danno, quindi, venne a manifestarsi a far tempo dalla data suddetta (potendosi discutere, al limite, della sua natura istantanea o permanente con riguardo allo stato della giurisprudenza dell'epoca), perché la mancanza di un titolo ablatorio, non emesso, si traduceva comunque in un pregiudizio per il proprietario, il quale pertanto fin da quella data poteva far valere il suo diritto al risarcimento del danno o compiere (tempestivamente) gli opportuni atti interruttivi.

Né può condividersi la tesi secondo cui la prescrizione non potrebbe farsi decorrere prima dell'entrata in vigore della legge n. 458 del 1988. Quella legge (come sopra si è notato) confermò - per il settore dell'edilizia residenziale pubblica - la configurabilità in termini risarcitori della fattispecie dell'occupazione appropriativa, già enucleata dalla giurisprudenza sulla base dei princìpi generali dell'ordinamento ed operante in via generale per tutte le opere pubbliche, sicché il diritto al risarcimento del danno vantato dalla Immobiliare Cerro non era radicato in tale legge bensì nell'art. 2043 c.c. »»


CASS 20543/2008: «« Con il primo motivo i ricorrenti, denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto e insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi, in relazione agli artt. 2947 e 2933 c.c., e D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 327, artt. 43 e 55, censurano la sentenza impugnata per non aver considerato che la sopravvenienza di queste ultime norme del t.u. espropriazioni, hanno reso evidente che l'illecito perpetrato dalla p.a. è a carattere permanente, anche perchè la soluzione adottata si pone in contrasto con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha ravvisato nell'istituto dell'occupazione appropriativa una violazione del principio di legalità. Ove si ritenesse l'irretroattività del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 43 (T.U. espropriazioni), si limiterebbe irragionevolmente la corresponsione del giusto indennizzo ai soli procedimenti risalenti a prima dell'entrata in vigore del T.U. suddetto.

Con il secondo motivo i ricorrenti, denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto e insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi, in relazione all'art. 345 c.p.c., e artt. 2041 e 2042 c.c., censurano la sentenza impugnata per aver considerato la tardività della domanda di ingiustificato arricchimento, mentre la sua proposizione, rispondente ad una semplice diversa qualificazione giuridica dei fatti, è stata necessitata dalla proposizione, per la prima volta, in appello, da parte dell'Anas, dell'eccezione di prescrizione.

Il primo motivo è fondato nei limiti che ora si esporranno.

Va esclusa, in primo luogo, l'applicabilità retroattiva dell'art. 43 T.U. espropriazioni, che, a detta dei ricorrenti, avrebbe ora costruito l'occupazione come illecito permanente, cui consegue il risarcimento commisurato al valore pieno del bene.

La giustificazione alla tesi dell'applicabilità retroattiva dell'art. 43, cit. T.U., spesso relazionata all'esigenza di radiare dall'ordinamento un monstrum, quello dell'occupazione appropriativa, occasione di reiterate condanne dello Stato italiano da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, non può far dimenticare che nel precludere la restituzione di un bene occupato in assoluta via di fatto, il nuovo istituto dell'acquisizione sanante mal si concilia con i principi di cui all'art. 1, all. 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, come la stessa Corte di Strasburgo non ha mancato di sottolineare (Corte europea dei diritti dell'uomo 17.5.2005, Scordino c. Italia; 12.12.2005, Scozzari c. Italia). L'art. 43 è applicabile, come tutto il corpus normativo contenuto nel D.Lgs. n. 327 del 2001, alle fattispecie di occupazione iniziate anteriormente all'entrata in vigore del T.U. stesso (Cass. 19.12.2007, n. 26732). Riprova ne sia che l'art. 55, recante la disciplina transitoria, ha disciplinato le conseguenze risarcitorie delle vecchie occupazioni appropriative, perpetuando il criterio del risarcimento regolamentato di cui alla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 7 bis: anzi, dopo la dichiarazione d'incostituzionalità dell'art. 7 bis citato, il legislatore, nel dettare una disciplina di ricucitura per il vacum creato dalla sentenza n. 349 del 2007, che quel criterio ha dichiarato incostituzionale, ha modificato l'art. 55 stesso, nel senso di assicurare alle vecchie occupazioni appropriative "ad esaurimento" il risarcimento commisurato al valore venale del bene. Con questo confermando la vigenza di una disciplina specifica per le vecchie occupazioni illegittime, estranee all'acquisibilità tardiva dell'art. 43 T.U..

La non retroattività della norma citata non appare irragionevole, nella misura in cui detta criteri per le situazioni anteriori - riconoscendo il risarcimento integrale - ed essendo peraltro nella discrezionalità del legislatore - come affermato dalla giurisprudenza costituzionale (Corte cost. 12.5.2005, n. 276; 29.12.2004, n. 430) - la modulazione nel tempo delle discipline eventualmente favorevoli ad alcune categorie di cittadini, senza che ciò possa rivestire aspetti discriminatori alla luce dei parametri costituzionali. La prospettata questione d'illegittimità costituzionale è quindi manifestamente infondata.

Il motivo di doglianza è però fondato sotto il profilo della contrarietà della disciplina dell'istituto ai principi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, quale esplicatati dalla Corte europea, con specifico riguardo al periodo in cui si sono svolti i fatti.

L'istituto dell'occupazione appropriativa, creato dalla giurisprudenza per esigenze di certezza e razionalizzato dalla sentenza Cass. 26.2.1983, n. 1464 (il proprietario si trovava soggetto all'espropriazione ad libitum dell'amministrazione, anche a molti anni di distanza dall'occupazione e dalla trasformazione del suolo), ebbe nel tempo a mostrare i suoi limiti, di fatto e di diritto, e divenne il bersaglio della dottrina, oltre che ragione di numerosissime condanne dello Stato italiano da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo.

L'attribuzione al proprietario di un compenso, che per il carattere illecito della condotta dell'amministrazione perpetrata nell'occupazione illegittima ab origine o dopo la scadenza del termine di occupazione legittima, era commisurato al valore venale del bene, pareva soluzione equa proprio per la maggiore remuneratività rispetto all'indennità per l'esproprio rituale, tendenzialmente non coincidente, fin dalla fine del 1800, con il prezzo di mercato del bene.

Il legislatore, intervenuto per la prima volta a riconoscere indirettamente gli effetti dell'istituto, con L. 27 ottobre 1988, n. 458, non tardò a recepire l'occupazione appropriativa quale modo atipico di espropriazione, e tuttavia, probabilmente per l'ampia diffusione del fenomeno, che comportava consistenti aggravi per la spesa pubblica, lo assimilò all'espropriazione quanto alle conseguenze economiche (L. 28 dicembre 1995, n. 549, art. 1).

Le indicazioni della Corte costituzionale (sent. 2.12.1996 n. 369), intese a ribadire che in sostanza un modo di acquisto alla proprietà pubblica, per fatto illecito, poteva essere tollerato dall'ordinamento nella misura in cui se ne differenziassero apprezzabilmente le conseguenze economiche, indussero a varare la disciplina del risarcimento regolamentato (indennità di esproprio senza la decurtazione del 40%, più un supplemento del 10%), di cui alla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 3, comma 65, che introduceva il D.L. 11 luglio 1992, n. 332, art. 5 bis, comma 7 bis, conv. in L. 8 agosto 1992, n. 359.

Una miglior tutela del proprietario, le ragioni del quale cominciavano a trovare attenzione da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo (sentenze Belvedere c. Italia e Carbonara-Ventura c. Italia del 30.5.2000, dopo che la sentenza Zubani c. Italia, del 7.8.1996, aveva riconosciuto la compatibilità dell'istituto con la Convenzione europea), veniva delineata dalla giurisprudenza con l'individuazione dell'ulteriore istituto dell'occupazione usurpativa, in cui l'operare dell'amministrazione è alla stregua di mero comportamento materiale, poichè in assenza di dichiarazione di pubblica utilità, non v'è fine pubblico che giustifichi un trattamento diverso da un qualsiasi illecito generatore di danno, per di più assistito dalla permanenza dopo la trasformazione del fondo, per il protrarsi dell'indebita ingerenza nella sfera del proprietario privato (Cass. 18.2.2000, n. 1814).

Ove la lesione del diritto di proprietà consistesse nel solo fatto che il procedimento di esproprio, correttamente iniziato con una pubblica utilità legalmente dichiarata, non venisse portato a compimento, e l'amministrazione non fosse in grado, per aver irreversibilmente trasformato il fondo, di restituirlo nello stato che lo caratterizzava al momento dell'immissione in possesso, si doveva continuare a ribadire il carattere istantaneo dell'illecito, da cui decorreva il termine breve di prescrizione (a partire dalla sentenza delle sezioni unite, 25.11.1992, n. 12546).

L'attenzione della giurisprudenza dei diritti non sembrava però categoricamente sfavorevole all'in sè dell'istituto, da più parti additato a monstrum dell'ordinamento, perchè se nella sentenza Belvedere, che ebbe ad oggetto un caso di occupazione usurpativa (per la quale si è riferita l'opera ricostruttiva della giurisprudenza alla ricerca di soluzioni di maggiore equità), in cui in sede di ottemperanza si era negata la restituito del bene occupato, nella sentenza Carbonara - Ventura ciò che emergeva non era tanto la lesione del diritto di proprietà, ma l'assenza di una disciplina certa e prevedibile. Un istituto di incerta connotazione, idoneo ad attribuire alla Pubblica amministrazione la proprietà di un immobile quale risultato di un fatto illecito, e quindi soggetto, quanto alle conseguenze risarcitorie, al termine breve di prescrizione, appariva contrario al principio di legalità, che esige l'esistenza di norme sufficientemente accessibili, precise e prevedibili.

Operando la ricostruzione del sistema, alla luce dell'elaborazione critica che dell'istituto veniva fornita dalla giurisprudenza di Strasburgo, le Sezioni unite (Cass. 6.5.2003, n. 6853) argomentavano che la disciplina dell'istituto dell'occupazione appropriativa, il quale aveva già una base legale nei principi generali dell'ordinamento ed aveva trovato previsione normativa espressa prima (settoriale) con la L. 27 ottobre 1988, n. 458, art. 3, e, successivamente, con la L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 3, comma 651, risulta ormai basata su regole sufficientemente accessibili, precise e prevedibili, ancorate a norme giuridiche che hanno superato il vaglio di costituzionalità (Corte cost. 30.4.19999, n. 148) ed hanno recepito (confermandoli) principi enucleati dalla costante giurisprudenza, con la conseguenza che l'istituto deve ritenersi compatibile con il principio sancito dall'art. 1 del protocollo n. 1 addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (ratificata e resa esecutiva in Italia con L. 4 agosto 1955, n. 848), come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. La riconosciuta necessità che l'occupazione appropriativa sia comunque presidiata da una valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera, la previsione che al privato va riconosciuto un risarcimento ragionevole, l'esistenza di norme idonee ad assicurare una tutela effettiva in sede giudiziaria, consentono di ravvisare un giusto equilibrio tra la garanzia del diritto di proprietà, prevista dalla normativa interna e dalla citata Convenzione europea, e gli interessi generali della collettività.

Le sezioni unite avviavano giurisprudenza compatta, nel considerare la conformità dell'istituto al rispetto dei beni affermato dalla giurisprudenza dei diritti (Cass. 11.6.11096; 15.7.2004, n. 13113; 15.2.2005, n. 3033; 11.3.2005, n. 5380), escludendosi che nell'istituto sia categoricamente riconoscibile l'inosservanza del principio di legalità, stabilito dall'art. 1, comma 1, 1^ prot. addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, da parte delle norme e delle interpretazioni giurisprudenziali interne che qualificano l'occupazione acquisitiva come fatto illecito, con connesso termine quinquennale per l'esercizio del conseguente diritto: l'istituto soddisfa l'esigenza di disposizioni "sufficientemente accessibili precise e prevedibili, tali da accorare una protezione efficace", in sintonia, del resto, con la lettera e la ratio della norma internazionale, la quale è diretta a proteggere la proprietà, escludendo che il bene del privato possa essere acquisito per ragioni diverse dalla pubblica utilità e senza un ristoro effettivo e congruo, mentre prescinde dal nomen iuris e dalle modalità di tutela adottate dagli ordinamenti interni, purchè non comportino sostanziale perdita o menomazione della tutela medesima (Cass. 17.11.2004, n. 21750).

Il cammino della giurisprudenza della Corte di Strasburgo si completa, negli ultimi tempi, affrontando l'in sè dell'istituto (peraltro in via di esaurimento, attesa la nuova disciplina delle occupazioni senza titolo contenuta nel T.U. espropriazioni, applicabile alle procedure iniziate dal 30.6.2003, data della sua entrata in vigore), siccome caratterizzato dall'acquisizione in proprietà del bene da parte dell'amministrazione, quale conseguenza di un fatto illecito. Lo Stato italiano - afferma la Corte (sent. 6.3.2007, Scordino c. Italia) - deve prendere misure atte a prevenire le occupazioni senza titolo fin dall'origine, o divenute successivamente tali, di terreni privati, ad impedire che siano autorizzate occupazioni non previste, a far si che le decisioni d'espropriare siano assunte nel rispetto delle regole prestabilite e con un finanziamento idoneo a garantire un indennizzo rapido ed adeguato, a scoraggiare pratiche illegali individuando le relative responsabilità.

Aggiunge la Corte europea che qualora sia impossibile la restituzione del terreno, lo Stato deve garantire il pagamento di una somma corrispondente alla restituzione in natura.

Sul profilo della quantificazione del danno, ribadendo l'impossibilità di mettere sullo stesso piano un'espropriazione rituale ed un'espropriazione indiretta, caratterizzata dalla violazione del diritto al rispetto dei propri beni (Corte europea dei diritti dell'uomo 4.12.2007, Pasculli c. Italia), non può che assicurarsi la reintegrazione di tutte le conseguenze del comportamento illecito.

L'impossibilità per il giudice nazionale di disapplicare il diritto interno (nella specie la regola del risarcimento regolamentato, di cui al D.L. n. 333 del 1992, art. 5 bis, comma 7 bis, conv., in L. n. 359 del 1992, come aggiunto dalla L. n. 662 del 1996, art. 3, comma 65) ha indotto la Corte di cassazione a sollevare la questione di legittimità costituzionale della norma ora citata, per violazione degli artt. 117 e 111 Cost., (lo scrutinio di costituzionalità era già stato favorevolmente compiuto, riguardo al parametro di cui all'art. 42 Cost., dalla sentenza n. 148 del 1999).

La sentenza n. 349 del 2007 della Corte costituzionale, come si è detto, ha dichiarato l'illegittimità del comma 7 bis, (contemporaneamente la sent. n. 348 del 2007 ha dichiarato illegittima la misura indennitaria riconosciuta dall'art. 5 bis) precisando che il giusto equilibrio tra interesse pubblico ed interesse privato non può ritenersi soddisfatto da una disciplina che permette alla pubblica amministrazione di acquisire un bene in difformità dallo schema legale e di conservare l'opera pubblica realizzata, senza che almeno il danno cagionato, corrispondente al valore di mercato del bene, sia integralmente risarcito.

Ne è seguita, come accennato all'inizio, la risistemazione del sistema delle conseguenze economiche delle occupazioni illegittime (oltre che dell'espropriazione rituale), per effetto dell'art. 2, commi 89 e 90, che in materia di occupazione appropriativa, riguardo ai giudizi ancora pendenti (per le espropriazioni fino al 1996), ha ristabilito la regola risarcitoria del valore pieno del bene, vigente prima del comma 7 bis.

La nuova disciplina di cui all'art. 43 T.U. non è ora in discussione, in base alla constatazione ratione temporis che si è svolta all'inizio. Se si da per scontato che l'istituto dell'acquisizione sanante sia, per il futuro, conforme ai diritti del proprietario - ma la questione non può essere esaminata in questa sede - occorre recuperare per il passato una tutela in linea con i principi della Convenzione europea dei diritti, e ciò può essere assicurato non solo attraverso la piena reintegrazione secondo il valore del bene perduto, ma applicando i dettami della giurisprudenza europea, alla ricerca di uno spartiacque temporale dopo il quale la disciplina dell'occupazione appropriativa può dirsi connotata da regole chiare, precise, ed accessibili.

Tale recupero deve riguardare i mezzi di accesso alla tutela giurisdizionale, dato che le oscillazioni giurisprudenziali hanno in passato creato disorientamenti in ordine alla natura dell'istituto, particolarmente sul carattere permanente o istantaneo dell'illecito, e sui riflessi in tema di prescrizione del diritto.

Con la sentenza n, 6353 del 2003, le Sezioni unite hanno ritenuto che l'istituto fosse sufficientemente delineato a partire dalla propria sentenza 26 febbraio 1983, n. 1464, cui risale la costruzione dell'illecito come istantaneo con effetti permanenti, da cui il decorso del termine di prescrizione di cinque anni, stabilito in via generale dall'art. 2947 c.c., comma 1, dalla commissione dell'illecito. Sulla base dei principi affermati da quella sentenza proprio per comporre i contrasti determinati dalle non uniformi applicazioni giurisprudenziali precedenti (segnatamente: carattere istantaneo dell'illecito, sia pure con effetti permanenti) l'applicabilità della disciplina legale della prescrizione, prevista dal codice civile diventava precisa e prevedibile.

Ritiene il collegio che tale costruzione debba essere completata, localizzando il momento di emersione certa dell'istituto "occupazione appropriativa", con le prerogative che le Sezioni unite le avevano attribuito, solo allorchè il legislatore ritenne di darle cittadinanza nell'ordinamento. Tale momento va fatto coincidere con l'entrata in vigore della L. n. 458 del 1988: la norma viene a costituire il tassello mancante alla laboriosa costruzione giurisprudenziale dell'istituto, rispondendo ad un auspicio vivamente formulato in nome dei principi di certezza e legalità.

La L. n. 458 del 1988, è una legge finanziaria, che determina il contributo statale negli oneri comunali relativi agli espropri, ed in questo contesto il riconoscimento normativo dell'occupazione acquisitiva potrebbe sembrare un corpo estraneo. L'art. 3, non riguarda tutti i casi di occupazioni, preordinate all'espropriazione, ma solo quelli relativi ad opere di edilizia residenziale pubblica agevolata e convenzionata economica e popolare: tuttavia, come reso chiaro dalla giurisprudenza costituzionale, la norma, nel contrasto fra l'interesse dei proprietari dei suoli ad ottenerne, in caso di espropriazione illegittima, la restituzione e l'interesse pubblico realizzato con l'impiego dei predetti beni per finalità di edilizia residenziale pubblica, agevolata o convenzionata, ha dato prevalenza a quest'ultimo interesse. La scelta legislativa persegue una finalità, segnata da sicuri motivi d'interesse generale, compatibile con la disciplina dell'art. 42 Cost., in quanto esplicazione concreta della funzione sociale della proprietà (Corte cost. 31.7.1990, n. 384).

Le considerazioni, svolte sul proprium dell'edilizia residenziale pubblica, si attagliano all'istituto dell'occupazione appropriativa fino ad allora delineato dalla giurisprudenza.

La sentenza del 27.12.1991, n. 486 della Corte costituzionale, va al di là dell'estensione della norma ai casi di occupazione per finalità di edilizia residenziale pubblica (agevolata e convenzionata) non assistite da provvedimento di esproprio (la lettera della norma infatti pareva limitata ai soli casi di annullamento del decreto di espropriazione): secondo l'argomentare della Corte, va preso atto dell'esistenza di una regola (quella dell'occupazione appropriativa) già operante in via generale per tutte le opere pubbliche, che quella legge ha esteso a quel settore dell'edilizia residenziale pubblica che pareva sottratto alla sua applicazione.

L'istituto è conforme al principio di legalità nel momento in cui è previsto dalla legge. Si tratta di un intervento indiretto e settoriale, ma pur sempre idoneo a far emergere l'istituto dall'indistinto dell'elaborazione giurisprudenziale, per rendere certe e applicabili le regole che vi erano connesse.

Per il profilo che qui interessa, la decorrenza del termine prescrizionale, normalmente localizzabile nella consumazione dell'illecito - che riguardo all'occupazione appropriativa è identificato nella irreversibile trasformazione del fondo, o nella scadenza del periodo di occupazione legittima entro il quale la manipolazione è intervenuta - può aver luogo, per le fattispecie consumatesi anteriormente, dalla data di entrata in vigore di quella legge (3.11.1988). in precedenza, non può dirsi esistente un ambito di chiarezza e legalità, nel quale il privato, interessato da occupazioni illegittime, fosse in grado si reagire consapevolmente agli abusi della pubblica amministrazione.

Nella fattispecie oggetto del ricorso per cassazione, scaduto il termine dell'occupazione nel 1976, non è controverso che i lavori di trasformazione del fondo ebbero compimento il 15.1.1979. Solo con atto notificato il 4.10.1988, i proprietari agirono per il risarcimento del danno. La vocatio in ius precede di pochi giorni la L. n. 458 del 1988, e non si può far carico ai proprietari stessi delle conseguenze sfavorevoli derivanti dalla mancanza, nel periodo precedente, di un riconoscimento legislativo dell'istituto.

La sentenza impugnata ha applicato il termine di prescrizione, a decorrere sic et simpliciter dalla data dell'irreversibile trasformazione, senza tener conto delle esigenze di certezza connesse alla tutela dei diritti dell'uomo, come esige l'art. 1, prot. 1, annesso alla Convenzione europea.

Il primo motivo del ricorso va dunque accolto, in base alle considerazioni che precedono: il secondo motivo resta assorbito. La sentenza va cassata, con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli, che provvedendo sulla domanda (oltre che alla regolamentazione delle spese di questo giudizio di legittimità) si atterrà ai seguenti principi:

"Prima del 30.6.2003, data di entrata in vigore del t.u. espropriazioni (D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327), non è applicabile la disciplina dell'art. 43 dello stesso T.U., ed il fenomeno dell'irreversibile trasformazione del fondo di proprietà privata (in assenza di decreto di esproprio, ma in presenza di dichiarazione di pubblica utilità), è previsto dall'art. 55, che pur a seguito della sostituzione operata dalla L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 2, comma 89, continua a regolare, secondo la connotazione giurisprudenziale come illecito istantaneo ad effetti permanenti, le fattispecie di occupazione appropriativa, commisurando il risarcimento al valore venale del bene".

"In mancanza di regole sufficientemente chiare, accessibili, prevedibili, non possono porsi a carico del proprietario di un immobile irreversibilmente trasformato dalla pubblica amministrazione in assenza di decreto di esproprio, le conseguenze derivanti dalla connotazione dell'istituto dell'occupazione appropriativa come illecito istantaneo ad effetti permanenti, sicchè il termine quinquennale della prescrizione, per le azioni risarcitorie del danno da occupazione appropriativa anteriori all'entrata in vigore della L. n. 458 del 1988, che contiene il primo riconoscimento dell'istituto, può decorrere dall'entrata in vigore di quest'ultima (3.11.1988)". »»


CASS 1814/2000: «« Con atto di citazione notificato il 20.7.1984, Guglielmo Pasqualino conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Palermo il Comune di Monreale e l'Istituto autonomo case popolari della provincia di Palermo, chiedendone la condanna in solido all'indennità per il periodo di occupazione temporanea ed al risarcimento del danno per l'occupazione appropriativa di un fondo di sua proprietà sito in contrada Aquino, irreversibilmente trasformato con la realizzazione di alloggi popolari.

Si costituivano in giudizio le amministrazioni convenute, il Comune deducendo l'improponibilità della domanda e l'incompetenza del Tribunale, l'I.a.c.p. eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva e formulando in subordine domanda di rivalsa nei confronti del Comune. Alla causa ne erano riunite altre due, iniziate dagli eredi del Pasqualino contro il Comune di Monreale, rispettivamente di opposizione alla determinazione amministrativa dell'indennità di esproprio, e di accertamento dell'irrilevanza del decreto di esproprio nel frattempo emesso, in quanto successivo all'irreversibile trasformazione del fondo. I tre giudizi erano riuniti.

Il giudice di primo grado, accertata una fattispecie di occupazione appropriativa in assenza di dichiarazione di pubblica utilità, venuta meno per l'annullamento del piano per l'edilizia economica e popolare, condannava Comune e I.a.c.p. in solido al risarcimento del danno commisurato al valore venale del fondo, pari a L. 5.214.077.396, oltre interessi legali e anatocistici, riconosceva diritto di rivalsa a favore dell'I.a.c.p. contro il Comune, e rigettava la domanda di indennizzo per l'occupazione. Proponevano appello il Comune di Monreale e l'I.a.c.p. di Palermo, e incidentalmente gli eredi Pasqualino.

Con sentenza depositata il 17.3.1998, la Corte d'Appello di Palermo, ritenuto applicabile il sopravvenuto art. 3, comma 65, l. 23.12.1996 n. 662, che ha aggiunto all'art. 5 bis l. 8.8.1992 n. 359, un comma 7 bis, riduceva la somma liquidata a titolo di risarcimento per l'occupazione appropriativa a L. 2.556.216.637, limitava la responsabilità solidale dell'I.a.c.p. nella misura di L. 843.776.356, e in più condannava il Comune al risarcimento dei danni per l'occupazione illegittima nel periodo anteriore all'irreversibile trasformazione, liquidati in L. 489.941.152, e in via solidale l'I.a.c.p. limitatamente alla somma di L. 163.640.344, oltre interessi legali su detti importi, a decorrere dalla pubblicazione della sentenza, escluso l'anatocismo; rigettava le domande di garanzia reciprocamente formulate da I.a.c.p. e Comune di Monreale. (...) el dibattito sull'occupazione appropriativa, e sui multiformi aspetti della problematica, ancora in divenire, a causa della latitanza legislativa, vanno inquadrati molti arresti giurisprudenziali, volti principalmente ad attenuare le conseguenze di una affermazione sempre più incalzante circa la normalità del fenomeno, nell'esplicarsi della funzione pubblica, ora che anche in termini di conseguenze economiche, la perdita della proprietà quale risultato di un fatto illecito dell'amministrazione non assicura la piena reintegrazione patrimoniale del proprietario, che anche in relazione ai procedimenti pendenti, può solo pretendere il risarcimento nella misura ridotta di cui al comma 7 bis dell'art. 5 bis.

Il primo risultato di una faticosa risalita verso il recupero di una migliore tutela a favore di chi viene de facto espropriato, è l'aver sottratto alla legalizzazione dell'illecito, perpetrata con l'introduzione del comma 7 bis nell'art. 5 bis, le occupazioni neppure assistite da una valida dichiarazione di pubblica utilità, in cui viene financo a mancare il collegamento teleologico tra un'occupazione, ancorché illegittima, e le finalità pubbliche perseguite con la procedura espropriativa: al riconoscimento del diritto, per tali ipotesi, ad un risarcimento commisurato a criteri d'integralità ove non si opti per la restituzione (Cass. 16.7.1997, n. 6515; 26.8.1997, n. 7998; 10.1.1998, n. 148), si perviene in virtù del fondamentale passaggio nell'evoluzione dell'istituto, costituito dall'affermazione del carattere permanente dell'illiceità ove sia mancato il formale riconoscimento della pubblica utilità dell'opera, con il risultato della imprescrittibilità dell'azione di risarcimento (Cass. 4.3.1997, n. 1907).

Il riconoscimento dell'essenzialità, ai fini del perfezionamento della fattispecie estintivo - acquisitiva, della sussistenza di una valida dichiarazione di pubblica utilità (il principio si trova affermato fin da Cass. 18.6.1988, n. 3940), è dato acquisito nel l'elaborazione pretoria dell'istituto (il fenomeno dell'occupazione appropriativa è caratterizzato dalla dichiarazione di pubblica utilità dell'opera "quale suo indefettibile punto di partenza": Cass. 25.11.1992, n. 12546; 15.12.1995, n. 12841), e recepito dalla stessa Corte Costituzionale (Corte Cost. 2.11.1996, n. 369), la quale, anzi, ha giustificato, con il formale apprezzamento dell'interesse pubblico perseguito attraverso la realizzazione dell'opera, quell'intervento il ragionevolmente riduttivo della misura della riparazione dovuta dalla pubblica amministrazione", immediatamente realizzato dal legislatore con l'art. 3, 65^ comma, l. 23.12.1996, n. 662.

L'inoperatività dell'istituto dell'occupazione appropriativa, in assenza dell'indefettibile presupposto del riconoscimento, da parte degli organi competenti, della pubblica utilità dell'opera, comporta che il privato, durante l'illegittima occupazione, possa fruire dei rimedi reipersecutori a tutela della non perduta proprietà. (...) L'opzione del proprietario per una tutela risarcitoria in luogo della pur possibile tutela restitutoria, comporta un'implicita rinuncia al diritto dominicale sul fondo irreversibilmente trasformato: ma da ciò non consegue, quale effetto automatico, l'acquisto della proprietà del fondo da parte dell'ente pubblico. A differenza dall'occupazione appropriativa, che ormai può essere ricondotta al fenomeno ablatorio in senso lato, posto che il legislatore, da sempre restio ad affrontare ex professo la materia espropriativa, ha ritenuto di regolamentarne - non fosse altro che per esigenze di contenimento della spesa pubblica - le conseguenze economiche, e che la Corte Costituzionale ha considerato il fenomeno appropriativo nell'ambito dell'art. 42 Cost.: in Corte Cost. 2 novembre 1996, n. 369, la dichiarazione d'incostituzionalità dell'art. 1, comma 65, l. 28 dicembre 1995 n. 549, che commisurava il risarcimento all'importo dell'indennità espropriativa, è ricondotta anche alla violazione dell'art. 42, secondo comma, Cost. In Corte Cost. 30 aprile 1999, n. 148, che viceversa ha riconosciuto la legittimità del sistema di liquidazione di cui all'art. 5 bis, comma 7 bis, l. 359/92, si esclude la violazione dell'art. 42 Cost., che dunque viene ancora posto a parametro di riferimento, nell'ambito di una considerazione che ammette la possibilità di diversi regimi espropriativi con diverse forme di bilanciamento dei contrapposti interessi pubblici e privati. Per di più, una volta abbattuto il principio del risarcimento come riparazione necessariamente integrale del danno, il compenso al proprietario estromesso può legittimamente essere assimilato, non solo quantitativamente, ma anche nominalmente, all'indennità. Ed è il linguaggio di cui, realisticamente, fa uso l'ultima sentenza del giudice delle leggi: in Corte Cost. 30 aprile 1999, n. 148, cit., richiamandosi il precedente Corte Cost. 2 novembre 1996, n. 369, cit., si parla di entità dell'indennizzo per l'illecito della pubblica amministrazione e di quello relativo al caso di legittima procedura ablatoria, e, successivamente, di indennità in caso di illecito e di procedura legittima dell'amministrazione.

In passato, nella filosofia stessa dell'assunzione dell'occupazione appropriativa tra i modi di acquisto della proprietà a titolo originario (a favore dell'amministrazione), era la perdita del diritto dominicale quale conseguenza del suo stesso svuotamento di contenuto per l'inutilizzabilità del suolo irreversibilmente trasformato, che costituiva l'elemento saliente di distinzione dal procedimento ablatorio rituale. ora, anche sul piano delle applicazioni giurisprudenziali, sembra non essere più la perdita della proprietà a dettare la consequenziale acquisizione alla mano pubblica, bensì, con rovesciamento logico dei termini, e riallineamento sull'ortodossia dello schema espropriativo, l'esigenza e l'uso a fini pubblici del bene privato, a determinarne il trasferimento. Parallelamente all'ampliamento della concezione tradizionale di opera pubblica, fino a ricorriprendervi ogni intervento dei pubblici poteri diretto ad ottenere una modificazione durevole del mondo fisico, l'occupazione appropriativa è ravvisabile anche laddove l'attività di trasformazione dell'ente pubblico non si sia necessariamente estrinsecata nella realizzazione di costruzioni in senso tecnico (Cass. 3 aprile 1997, n. 2897; 15 luglio 1999, n. 394/SU), o nella profonda modificazione materiale del bene, che gli faccia assumere struttura, forme e consistenza diverse (Cass. 12 agosto 1997, n. 7532; 27 maggio 1999, n. 5166), bastando che nel conflitto con l'interesse privato del proprietario debba riconoscersi prevalenza all'interesse pubblico realizzato attraverso l'esecuzione dell'opera pubblica che pur non comporti trasformazioni fisiche irreversibili.

L'elemento saliente dell'intera vicenda acquisitiva risiede dunque nello stesso presupposto dell'espropriazione: la dichiarazione di pubblica utilità. L'occupazione appropriativa è caratterizzata "quale suo indefettibile punto di partenza, da una dichiarazione di pubblica utilità dell'opera e quale suo indefettibile punto di arrivo dalla realizzazione dell'opera medesima" (Cass. 18.6.1988, n. 3940, cit.). La fattispecie appropriativa costituisce comunque violazione del principio di legalità, ma l'atto di destinazione della proprietà al raggiungimento di uno scopo pubblico diviene scriminante dell'illecito.

L'attrazione dell'istituto di creazione giurisprudenziale nell'ambito, se non della liceità, ma almeno della legalizzazione degli effetti, comporta che l'attività manipolatrice del bene altrui nella sua materialità, al di fuori di ogni preventiva delibazione della pubblica finalità dell'opera, debba essere analizzato secondo una logica differente, che sposti l'accento dall'acquisizione del bene alla mano pubblica, alla considerazione del comportamento dell'occupante. Se le definizioni che nel tempo contraddistinguono l'istituto oggi regolato dall'art. 5 bis, comma 7 bis, da espropriazione sostanziale, ad occupazione acquisitiva, da accessione invertita ad occupazione appropriativa, hanno sottolineato, quale elemento saliente, il connotato effettuale dell'assunzione del bene alla mano pubblica, pur se come conseguenza dello svuotamento, e quindi della perdita del diritto dominicale, l'invasione e la manipolazione del fondo privato, non assistite da valida dichiarazione di pubblico interesse, polarizza l'analisi del fenomeno sull'attività in sé di colui che si intromette in re aliena, senza peraltro che lo status soggettivo dell'occupante possa rivestire una qualche rilevanza. (...) Ove si passi alla fissazione di criteri per la liquidazione del danno, la piena reintegrazione del patrimonio del danneggiato s'impone come regola generale in conseguenza della connotazione del comportamento del soggetto pubblico quale ordinario fatto illecito generatore di danno, anche a sottolineare la distanza concettuale rispetto agli istituti espropriativi, occupazione appropriativa compresa.

il parametro di liquidazione è costituito dal valore di mercato del benen non già sul presupposto di un suo trasferimento, bensì esclusivamente come perdita di utilità per il proprietario: l'attività manipolatrice del bene appare aver compromesso la realtà materica ed economica del fondo, fino a cancellare ogni possibile utilizzabilità connessa alla qualità del soggetto privato titolare del diritto.

L'art. 5 bis, comma 7 bis, resta inapplicabile: il legislatore, nel dettare questa norma, ha voluto riferirsi esclusivamente al concetto dell'occupazione appropriativa, non potendosi dubitare che il riferimento alle "occupazioni illegittime di suoli per causa di pubblica utilità" intenda esprimere un collegamento teleologico con le finalità perseguite a mezzo della procedura espropriativa. »»


CASS 494/1998: «« a) a risarcire sia i danni da essi subiti per effetto della occupazione acquisitiva del suolo, e sia i danni subiti dalla sola De Maio quale coltivatrice diretta, per la mancata utilizzabilità del terreno del quale si tratta;

b) a pagare la somma dovuta a titolo di indennità per occupazione legittima;

c) a restituire la porzione di terreno che non aveva formato oggetto di occupazione acquisitiva, non essendo stata utilizzata nella realizzazione degli alloggi.

I convenuti, costituitisi in giudizio, resistettero alle domande.

Il Comune di Solofra eccepì che durante il periodo della occupazione legittima aveva dato inizio alla procedura espropriativa, tanto che aveva fatto notificare agli espropriandi un atto col quale, offriva loro l'indennità di espropriazione; e che tanto comportava, per un verso, che i coniugi Curcio-De Maio avrebbero dovuto proporre una opposizione alla stima, e, per altro verso, che la domanda di risarcimento danni da essi proposta era inammissibile. Contestò, comunque, che la De Maio fosse coltivatrice diretta.

L'I.A.C.P. di Avellino eccepì sia che la domanda di risarcimento danni per l'occupazione acquisitiva era inammissibile in quanto - alla data della notifica della citazione - il periodo di occupazione legittima era ancora in corso stante la proroga di cui alla legge n. 799 del 1980; e sia che l'illecito andava imputato esclusivamente al Comune di Solofra, sicché soltanto l'ente territoriale era responsabile dei danni dedotti dagli attori.

Il Tribunale adito, pronunciando con sentenza depositata il 24 settembre 1990, affermò:

- che nelle more del giudizio la De Maio aveva abbandonata la domanda di risarcimento dei danni subiti nella sua qualità di coltivatrice diretta;

- che il periodo di occupazione legittima era scaduto il 22 luglio 1984;

- che durante quel periodo non era stato emanato alcun decreto di espropriazione del terreno occupato;

- che nel corso dello stesso periodo s'era verificata l'irreversibile trasformazione di una parte del terreno e, precisamente di un'area dell'estensione di mq. 2700, mentre i residui mq. 1950 erano rimasti inutilizzati;

- che, pertanto, i coniugi Curcio-De Maio avevano diritto:

a) al risarcimento dei danni conseguenti alla occupazione acquisitiva della loro area di mq. 2.700;

b) alla restituzione dell'area non utilizzata e, quindi, non trasformata in modo irreversibile;

c) alla indennità per il periodo di occupazione legittima; d) al risarcimento dei danni per l'occupazione illegittima dell'area non utilizzata, per i sei anni intercorrenti dal 22 luglio 1984 alla data della decisione;

- che l'area aveva un valore venale di L. 50.759 a mq;

- che nei confronti degli attori sussisteva una responsabilità concorrente del Comune di Solofra e dell'I.A.C.P. di Avellino, di modo che entrambi erano tenuti al risarcimento dei danni conseguenti agli illeciti, nonché al pagamento della indennità per il periodo di occupazione legittima.

A questa stregua, il Tribunale ha condannato in solido i convenuti:

1) a pagare agli attori le somme:

a) di L. 137.049.300, oltre agli interessi dal 22 luglio 1984 al soddisfo, a titolo di risarcimento danni per l'occupazione acquisitivadell'area di mq. 2700,

b) di L. 4.949.000 per ciascuno dei sei anni decorrenti dal 22 luglio 1984 alla data della decisione (e, quindi, in totale L. 29.694.000) oltre agli interessi al tasso legale a decorrere da ciascuna delle scadenze annuali e sino al soddisfo, a titolo di risarcimento danni per l'occupazione illegittima dell'area di mq. 1950 non utilizzata;

c) di L. 70.808.802, oltre agli interessi legali da calcolarsi dalla scadenza di ciascuna annualità sino al soddisfo, a titolo di indennità per il periodo di occupazione legittima.

Avverso la pronuncia proposero impugnazione in secondo grado alla Corte d'Appello di Napoli: in via principale, l'I.A.C.P. di Avellino; in via incidentale, il Comune di Solofra e i coniugi Curcio-De Maio.

L'appellante principale denunciò che il giudice di primo grado era addivenuto ad una liquidazione eccessiva delle somme spettanti agli attori, una volta che non aveva tenuto conto di alcune circostanze di fatto (quali, ad esempio, l'assoggettamento del terreno occupato a vincolo archeologico, l'essere costoro rimasti nella disponibilità di una zona dello stesso terreno, la posizione del terreno) che incidevano negativamente sul suo valore venale.

Il Comune di Solofra propose le stesse censure sviluppate dall'appellante principale. Inoltre, ripropose le eccezioni di inammissibilità formulate in primo grado e disattese dal Tribunale.

I coniugi Giacomo Curcio e Maria De Maio si dolsero della mancata declaratoria della estinzione del loro diritto di proprietà sulla porzione del loro terreno oggetto dell'occupazione acquisitiva, nonché della mancata rivalutazione, alla data della sentenza di primo grado, delle somme liquidate a titolo di risarcimento. Chiesero, inoltre, l'ulteriore rivalutazione delle somme liquidate in loro favore sino alla data della sentenza d'appello.

La Corte partenopea ha deciso con sentenza depositata il 5 dicembre 1992 e:

- ha ritenuto infondati gli appelli proposti dall'I.A.C.P. di Avellino e dal Comune di Solofra, osservando: quanto ai motivi formulati dall'ente territoriale, che ai fini dell'inammissibilità dell'azione di risarcimento danni per l'occupazione acquisitiva occorre che durante il periodo della occupazione legittima sia stato pronunciato il decreto di espropriazione per pubblica utilità, sicché non è sufficiente che, durante lo stesso periodo, l'espropriante abbia dato inizio alla procedura finalizzata alla pronuncia del provvedimento ablativo; quanto ai motivi comuni a detti appellanti, che - anche per la non contestazione e la non contestabilità della natura edificatoria del terreno dei coniugi Curcio-De Maio e per la mancata prova delle circostanze di fatto da loro dedotte - le conclusioni del primo giudice in ordine al valore venale delle aree, risultavano del tutto corrette; (...) Per vero, come è ormai fermo principio, l'acquisto a titolo originario della proprietà in capo alla Pubblica Amministrazione che si determina a seguito della c.d. occupazione acquisitiva, tipicizza un fatto illecito in quanto consegue alla impossibilità della restituzione del bene al privato, a sua volta dipendente da un comportamento illecito dell'Amministrazione medesima, consistente nella realizzazione dell'opera pubblica con violazione delle norme che fissano i casi ed i modi per il sacrificio della proprietà privata ai fini pubblici; quindi, dà diritto ad un credito risarcitorio per fatto illecito con il regime ad esso connesso (e, per quel che rileva nella specie, la decorrenza degli interessi sulla somma liquidata a tale titolo sin dalla data dell'illecito) e non già - come assume, invece, infondatamente il ricorrente - ad un credito di controvalore in rispondenza di lecito acquisito della proprietà a titolo originario (v.: Cass., Sez. Un., 25 novembre 1992, n. 12546, Sez. Un., 2 ottobre 1993, n. 9826, 22 febbraio 1994, n. 1725, 4 maggio 1995, n. 48653). (...) 6. - In un secondo profilo del primo motivo il Comune di Solofra sostiene che, giusta il disposto dell'art. 5-bis del D.L. 11 luglio 1992, n. 333 introdotto dalla Legge di conversione 8 agosto 1992, n. 359, l'ammontare del danno conseguente all'occupazione acquisitiva deve essere determinato secondo il criterio dettato nel primo comma di questa disposizione normativa: cioè, "a norma dell'art. 13 terzo comma della legge 15 gennaio 1885, n. 2892, sostituendo, in ogni caso, ai fitti coacervati dell'ultimo decennio, il reddito dominicale rivalutato di cui all'art. 24 e seguenti del testo unico delle imposte sui redditi approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917. L'importo così determinato è ridotto del 40 per cento"; e che, di conseguenza, nel determinare l'ammontare del danno sulla base del valore venale la Corte di Napoli ha violato l'art. 5-bis legge 8 agosto 1992, n. 392 in relazione all'art. 13 legge 15 gennaio 1885, n. 2352.

Ora, dopo la proposizione del ricorso, la materia relativa alla determinazione dell'ammontare del danno conseguente all'occupazione acquisitiva era stata disciplinata dall'art. 2 comma 65 della legge 28 dicembre 1995, n. 549 che, sostituendo l'originario sesto comma dell'art. 5-bis D.L. n. 333 del 1992, disponeva: "le disposizioni del presente articolo (art. 5-bis) si applicano in tutti i casi in cui non sono stati ancora determinati in via definitiva il prezzo, l'entità dell'indennizzo e/o del risarcimento danno alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto".

Sulla base del rilievo che, anche in funzione del sopraggiungere della nuova disciplina positiva, la questione proposta col profilo di censura in esame presentava aspetti di particolare importanza, il ricorso è stato assegnato a queste Sezioni Unite.

Sennonché, successivamente:

- con sentenza 2 novembre 1996, n. 369 la Corte Costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità dell'art. 5-bis, sesto comma, D.L. 11 luglio 1992, n. 333 convertito in legge 8 agosto 1992, n. 359, come modificato dall'art. 1 comma 65 legge 28 dicembre 1995, n. 549, nella parte in cui applica al risarcimento del danno da occupazione appropriativa i criteri di determinazione stabiliti per l'indennizzo in caso di espropriazione per pubblica utilità;

- indi, l'art. 3 comma 65 della legge 23 dicembre 1996, n. 662 ha introdotto nel testo dell'art. 5-bis D.L. n. 333 del 1992, il comma 7 bis per il quale "in caso di occupazioni illegittime di suoli per causa di pubblica utilità intervenute anteriormente al 30 settembre 1996, si applicano, per la liquidazione del danno, i criteri di determinazione dell'indennità di cui al comma 1, con esclusione della riduzione del 40 per cento. In tal caso l'importo del risarcimento è altresì aumentato del 10 per cento".

Ebbene il precetto da ultimo richiamato deve trovare applicazione anche nel giudizio che ne occupa. Per vero, la prescrizione dell'ultima parte del nuovo comma 7 bis, nel prescrivere che "le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche ai procedimenti in corso non definiti con sentenza passata in giudicato", impone l'applicazione della nuova disciplina anche ai giudizi pendenti in sede di legittimità.

Ne discende che l'ammontare del danno conseguente all'occupazione appropriativa dell'area di mq. 2.700 già di proprietà del coniugi Curcio - De Maio deve essere determinata non già sulla base del criterio del valore venale dell'immobile recepito dal giudice del merito, e neppure del criterio proposto dal ricorrente; sibbene sulla base della nuova disciplina dettata dalla legge n. 662 del 1996.

In questi limiti, allora, occorre accogliere il profilo di censura in esame e cassare, sul punto, la sentenza d'appello.

7. - Questa conclusione determina l'assorbimento del quinto motivo (denunciante la violazione dell'art. 39 legge 25 giugno 1865, n. 2359 perché nella determinazione del "giusto prezzo" dell'area della quale si tratta la Corte di Napoli non avrebbe "dimostrato di aver tenuto conto dell'incidenza normativa dei vincoli urbanistici e delle prescrizioni di piano") che è espressamente subordinato all'ipotesi, qui disattesa, che il danno da occupazione acquisitiva debba essere liquidato secondo il criterio del valore venale del bene.

8. - Il sesto motivo, da ultimo, denuncia che la Corte del merito ha violato ed applicato falsamente l'art. 73 legge 25 giugno 1865, n. 2359 perché ha determinato l'ammontare della indennità di occupazione sulla base di un ventesimo del valore venale invece che di un dodicesimo dello stesso valore, così come previsto dall'art. 20 legge 22 ottobre 1971, n. 865.

Il motivo è inammissibile atteso che il ricorrente non ha interesse alla censura dato che, per l'occupante legittimo, il criterio adottato dalla Corte di Napoli è più favorevole rispetto a quello dettato dall'art. 20 legge n. 865 del 1971.

9. - In sintesi, perciò, occorre:

- accogliere per quanto di ragione il primo motivo; dichiarare assorbito il quinto; respingere le altre censure;

- cassare la sentenza impugnata in relazione al profilo di censura accolto, il che travolge anche la pronuncia sulle spese dettata nella sentenza d'appello; e rinviare ad altro giudice pariordinato - che si determina in altra Sezione della stessa Corte d'Appello di Napoli, perché - ferma restando la natura edificatoria dell'area di mq. 2.700 già di proprietà di Giacomo Curcio e di Maria De Maio e il suo valore venale come accertato nella sentenza impugnata in sede di legittimità - provveda alla nuova liquidazione del danno subito dai coniugi Curcio-De Maio in conseguenza della occupazione acquisitiva di tale area sulla base del criterio dettato dal comma 7 bis dell'art. 5-bis D.L. 22 luglio 1992, n. 333 (convertito, con modificazioni dalla legge 8 agosto 1992, n. 359) introdotto dall'art. 3 comma 65 legge 23 dicembre 1996, n. 662.Il giudice del rinvio provvederà anche alla disciplina delle spese del giudizio di legittimità.»»


CASS 3963/1989: «« A tale effetto osservava che la costruzione dell'elettrodotto, pur non avendo comportato una trasformazione strutturale e fisica del suolo né provocato la perdita del diritto di proprietà nel privato, aveva in ogni caso prodotto il definitivo ed irreversibile assoggettamento del fondo alla servitù; che tanto bastava perché fossero ritenuti applicabili, nella specie, i principi elaborati da questa Corte regolatrice in tema di c.d. "occupazione acquisitiva"; che di conseguenza la realizzazione dell'opera pubblica concretava un illecito istantaneo, sia pure con effetti permanenti, a fronte del quale il danneggiato avrebbe potuto reagire nel termine di prescrizione quinquennale decorrente dalla data di installazione dell'elettrodotto (data indicata dall'attore nello stesso atto introduttivo del giudizio). Con sentenza del 18 novembre 1985, la Corte di Appello di Napoli rigettava il gravame proposto dai Gaetani. Osservava quella Corte che la irreversibile destinazione del bene alla realizzazione dell'opera pubblica concretava presupposto necessario e sufficiente per la operatività del meccanismo della c.d. "occupazione appropriativa" (preclusiva dello esercizio di ogni azione reale e difesa dalla proprietà del privato); che la ultimazione dell'opera segnava l'esaurimento della attività antigiuridica intrapresa e portata avanti dalla P.A.; che non era possibile differenziare il conflitto, tra il diritto dominicale del privato ed il diritto dell'ente pubblico, nell'ipotesi di abusiva costruzione di una strada o di un edificio pubblico su suolo privato, rispetto alla ipotesi di abusiva installazione di un elettrodotto, poiché in entrambi i casi il conflitto doveva essere risolto in favore del soggetto portatore di interessi pubblici e quindi prevalenti; che, quanto alla decorrenza iniziale del termine di prescrizione quinquennale, doveva attribuirsi valore di confessione giudiziale al riconoscimento fatto con l'atto di citazione circa la data della costruzione dell'elettrodotto. (...) 1° - Il primo mezzo di impugnazione, impostato sulla asserita violazione degli art. 360 n° 3 e n° 5 CPC degli art. 832 ed 834 del codice civile e dell'art. 42 della Costituzione, oltre che su pretese carenze di motivazione, è diretto a sostenere che la fattispecie giuridica della c.d. "accessione invertita" o "occupazione acquisitiva" - anche ad ammetterne la validità quale modo abnorme di acquisto della proprietà del suolo da parte della pubblica amministrazione che su di esso abbia abusivamente eretto l'opera pubblica - non sarebbe in ogni caso applicabile alla diversa ipotesi della installazione di un elettrodotto, con conseguente limitazione, ma non vanificazione, del diritto dominicale del privato. (...) Ricollegandosi a detti principi, sempre queste Sezioni Unite, con la sentenza n° 3940 del 10 giugno 1988, hanno altresì precisato le condizioni per la operatività della c.d. "occupazione acquisitiva": sia nel senso della insufficienza di una mera apprensione "sine titulo" da parte di un ente pubblico di un bene immobile di un privato postulando il fenomeno, quale indefettibile dato di partenza, la dichiarazione della pubblica utilità dell'opera, e quale preciso punto di arrivo la realizzazione dell'opera medesima (non di altra) nonché l'inserimento tra questi due poli di una attività esecutiva manipolatrice del bene altrui nella sua fisionomia materiale (cfr. par. n° 3); sia nel senso della necessità della emersione nel mondo fisico come in quello del diritto, perché la costruzione dell'opera pubblica, di un bene "nuovo" creato a soddisfacimento di un interesse pubblico e contrassegnato, nella sua unitarietà funzionale, da un regime giuridico unico, non frazionato né frazionabile ed implicante la attrazione, nel regime di appartenenza all'ente dell'opera quale complesso, del regime anteriormente goduto da ogni singola parte o bene occorso per crearla facendogli perdere la sua connotazione originaria ed imprimendogli quella stessa qualificazione di "pubblico" che accede all'opera nella sua unità (cfr. paragrafo n° 4); sia,infine, nel senso della inconciliabilità della permanenza in vita del diritto di proprietà, quale vacuum nomen, con un totale svuotamento dei poteri del proprietario di godere e di disporre del suo bene "una volta occupato dalla p.a. e radicalmente trasformato mediante la esecuzione dell'opera pubblica; potendosi fare questione della naturale espansività del diritto di proprietà - allorché siano venute meno le ragioni della sua compressione - relativamente a limitazioni o ad attentati non così radicali da comportare in forma definitiva l'azzeramento del contenuto sostanziale del diritto stesso e la vanificazione, nella sua individualità del bene che ne costituisce oggetto (cfr. paragrafo n° 2). (...) 2° - Nell'arco temporale tra le due citate sentenze, n° 1464 del 1983 e n° 3940 del 1988, il problema specifico della estensibilità alla materia della servitù di elettrodotto installata "sino titulo" su di un fondo privato, dei principi affermati in tema di occupazione acquisitiva, ha ricevuto nella elaborazione di questa Corte alterne soluzioni, ispirate a non univoche rationes decidendi. (...) Ancor più di recente, la I Sezione di questa Corte, con pronuncia n° 6954 del 20 dicembre 1988, ha approfondito il concetto secondo cui a provocare l'effetto giuridico della occupazione appropriativa non è sufficiente un generico riscontro, da parte del giudice, dello interesse pubblico perseguito con la realizzazione dell'opera, posto che la prevalenza di detto interesse pubblico su quello privato deve risultare da una valutazione specifica, rimessa anzitutto alla competente autorità amministrativa ed esternata poi in atti formali (non citati) del procedimento espropriativo; e secondo cui ove tale valutazione manchi, la utilizzazione e destinazione del bene del privato a fini di utilità pubblica non valgono a trasformare in esercizio di potere né la originaria apprensione del suolo né la sua successiva detenzione. Si è osservato, pertanto, che l'E.N.E.L. in tanto può legittimamente esercitare le linee di trasmissione e di distribuzione dell'energia elettrica, ed in tanto ha diritto alla costituzione della servitù coattiva di elettrodotto, in quanto abbia ottenuto l'autorizzazione prescritta dagli art. 198 del T.U. n° 1775 del 1933 sugli impianti elettrici e dall'art. 9 del D.P.R. n° 342 del 1965; che detto provvedimento autorizzativo - avente per legge valore di dichiarazione di pubblica utilità per gli impianti dell'ENEL - occorre per imprimere carattere "pubblico" all'opera che l'ente intenda costruire; cosicché la realizzazione di essa in mancanza di autorizzazione si risolve in un comportamento materiale di occupazione che, se compiuta su fondo di aliena proprietà consente la tutela piena del proprietario leso anche attraverso la restitutio in integrum.

La rapida rassegna dei precedenti giurisprudenziali direttamente o indirettamente attinenti alla questione in esame circa la utilizzabilità dei presupposti e dei principi propri della occupazione acquisitiva, quale base per la individuazione di una figura anomala di costituzione di una servitù di elettrodotto, consente di mettere in evidenza e consiglia di tenere distinti due diversi e fondamentali aspetti del problema.(...) 4° - Alla stregua dei richiami e dei rilievi sin qui svolti, per correttamente impostare il problema della applicabilità estensiva dei principi propri della occupazione acquisitiva in materia di servitù di elettrodotto, sembra dunque necessario distinguere le ipotesi in cui la realizzazione dell'opera con abusiva invasione del suolo altrui sia avvenuta: a) senza che l'autore del nuovo impianto abbia ottenuto la necessaria autorizzazione ad esso ed al suo esercizio; b) senza che alla ottenuta autorizzazione si sia associata, o ne sia derivata, per legge l'effetto, della declaratoria della pubblica utilità dell'opera; c) senza che sia stato completato l'iter per la imposizione della servitù, o per la espropriazione mediante provvedimento amministrativo, pur essendo stata dichiarata l'opera di pubblica utilità.

Relativamente alla ipotesi sub a) risulta palese la mancanza di quella valutazione comparativa, da parte della competente autorità amministrativa, (di cui sopra si è detto) in base alla quale possa ritenersi "prioritario" l'interesse dell'aspirante costruttore dello impianto rispetto agli interessi dei proprietari dei fondi da asservire e degli altri utenti del territorio, ed in forza della quale è dato rimuovere il limite all'esercizio del diritto di impianto di nuove linee elettriche.

Non soltanto mancano, in radice, i presupposti perché il costruttore dello elettrodotto possa presentarsi quale titolare di un diritto ad servitutem habendam, ma la sua attività - di costruzione e di esercizio in quanto non assistita da autorizzazione presenta i caratteri dell'illecito permanente sì che le opere eseguite saranno possibili di demolizione.

Offre indiretta conferma di ciò il disposto dell'ultimo comma dell'art. 113 del T.U., a tenore del quale anche il soggetto che abbia ottenuto una autorizzazione provvisoria per l'inizio della costruzione delle linee è tenuto a demolire le opere nel caso di denegata autorizzazione definitiva.

Nell'ipotesi in esame, quindi, la utilizzazione del suolo di proprietà privata per impiantarvi un elettrodotto non autorizzato si presenta come il portato di una attività meramente materiale ed abusiva, a fronte della quale ben può li giudice ordinario apprestare tutela al soggetto leso nella sua sfera patrimoniale ordinandone la reintegrazione per equivalente pecuniario (risarcimento del danno) o, se richiesto, in forma specifica (cessazione dell'esercizio e rimozione dell'impianto).

Alla inibizione, per lo stesso giudice ordinario, di sanare l'abuso attraverso la emanazione di una sentenza costitutiva di servitù di elettrodotto si associa la impossibilità, per il predetto, di dichiarare come già costituita quella servitù in base ai principi della c.d. "occupazione acquisitiva": e ciò in quanto se la p.a. non ha approvato l'opera di elettrificazione, tanto meno può averne valutato e dichiarato la pubblica utilità. (...) L'unica differenza rispetto alla ipotesi sub a) è che, se l'impianto e l'esercizio della conduttura elettica sia stato autorizzato, ancorché non dichiarato di pubblica utilità, sarà consentito al giudice ordinario di apprestare il titolo costitutivo della servitù coattiva di elettrodotto mediante sentenza, se tanto l'autore dell'illecita occupazione del suolo altrui richieda (cfr. Cass. n. 2023 del 1982, n. 1765 del 1982; n. 3950 del 1983). Ma al pari di quanto avviene nella ipotesi sub a), non sarà dato all'autore dell'abuso di pretendere che la servitù si sia già instaurata per effetto di "occupazione acquisitiva". E trattandosi di comportamento illecito a carattere permanente sarà consentito al privato di richiedere la rimozione delle opere (in questo senso Cass. n° 4983 del 1977). Richiesta a fronte della quale, peraltro, il giudice conserva la facoltà di disporre che il ristoro avvenga solo per equivalente pecuniario, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore (art. 2058, II comma Cod. civ.); facoltà che si traduce in dovere se la distruzione della cosa sia di pregiudizio per l'economia nazionale (ragionando ex art. 2933, II comma cod. civ.). (...) 5° - Le sentenze che ammettono la estensione del fenomeno della "occupazione acquisitiva" anche alle ipotesi in cui la realizzazione dell'opera pubblica (installazione di elettrodotto caratterizzata dalla invasione del fondo di proprietà privata) determini non la radicale trasformazione del bene ma una limitazione della facoltà di godimento da parte del proprietario, concordano nell'esaltare lo scopo di interesse pubblico perseguito dalla costruzione dell'impianto: sino al punto di ritenere che è questo fine a rendere irreversibile la destinazione data all'area occupata (sent. n° 6425 del 1984); e che elemento indefettibile della fattispecie acquisitiva non è la integrale trasformazione, in senso fisico, del bene del privato quanto la concreta ed irreversibile utilizzazione dello stesso per il soddisfacimento di un interesse pubblico di carattere prioritario (sent. n. 196 del 1987).

Tali affermazioni non reggono nel vaglio di un ulteriore approfondimento critico della questione.

Se esse fossero esatte ne dovrebbe derivare: il declassamento se non la vanificazione delle funzioni assolte dal decreto di autorizzazione all'impianto e dalla declaratoria, contestuale e successiva, della pubblica utilità di esso; la sostituzione del giudice alla p.a. nella valutazione comparativa degli interessi coinvolti nella nuova opera e del livello di tutela da accordare ad alcuni di essi rispetto a quello stimato prevalente; il ripudio della possibilità di acquisto della servitù di elettrodotto per via di usucapione (sinora pacificamente ammessa: cfr. Cass. n. 1822 del 1981; n. 2306 del 1981, n. 5077 del 1983); od attraverso sentenza costitutiva intervenuta successivamente alla costruzione dell'impianto; e - quanto meno - la coerente individuazione dell'acquisto istantaneo della servitù, da parte dell'ente costruttore non nel momento della occupazione abusiva del fondo altrui ma in quello dell'inizio del funzionamento delle condutture elettriche di nuovo impianto quale complesso unitario.

Senonché sono queste notazioni del tutto marginali a fronte del rilievo fondamentale che lo schema della "occupazione acquisitiva" riposa su presupposti concettuali che ne rendono insostenibile la utilizzazione in materia di acquisto di diritti reali parziali - e non solo quindi in tema di acquisto di servitù di elettrodotto.(...) 6° - Ma in definitiva, una volta esclusa l'appplicabilità per estensione della figura della c.d. occupazione acquisitiva alla materia della costituzione della servitù di elettrodotto, viene anche meno la possibilità di considerare consumato ed estinto, al momento della realizzazione "de facto" dell'impianto sul suolo del privato abusivamente invaso, con contestuale ed istantaneo acquisto del diritto reale in re aliena, il comportamento illecito posto in essere dall'ente costruttore o gestore.(...) 7° - Poiché le considerazioni sin qui svolte conducono all'accoglimento del primo motivo del ricorso, la impugnata sentenza deve essere cassata e la causa deve essere rimessa per il nuovo esame ed altra Sezione della Corte di Appello di Napoli. Essa si atterrà nel decidere ai seguenti principi di diritto: La apprensione "sine titulo" di un suolo di proprietà privata occorrente per l'impianto di un elettrodotto nuovo o per la variante di altro preesistente, - sia che la realizzazione dell'opera non sia stata autorizzata dalla competente autorità, sia che non sia assistita da declaratoria di pubblica utilità, sia che, pur essendo stata autorizzata e dichiarata di pubblica utilità, non vi sia stato valido asservimento per via di provvedimento amministrativo - non determina in alcun caso la costituzione di una "servitù di fatto" secondo lo schema della c.d. occupazione acquisitiva; trattandosi di fattispecie non applicabile per estensione alle ipotesi di acquisto da parte dell'ente costruttore, di un diritto reale in re aliena, ed in particolare alla ipotesi di costituzione di servitù coattiva di elettrodotto. »»


CASS 9040/2008: «« A sostegno di tale doglianza, il Comune ricorrente ha evidenziato che l'atto di citazione di primo grado formulato dall'E.n.i. s.p.a. era stato notificato il 3 febbraio 1999, ovvero quando, in virtù del combinato disposto dei suddetti del D.Lgs. n. 80 del 1998, artt. 35 e 45, tutte le controversie successive al 1 luglio 1998, aventi per oggetto gli atti, i provvedimenti e i comportamenti della p.a. in materia urbanistica ed edilizia, erano state devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo. Peraltro, essendo sopravvenuta in pendenza del giudizio la sentenza della Corte Costituzionale n. 204 del 2004 e stante la sua efficacia retroattiva, non risultando mai intervenuto nella fattispecie l'annullamento della dichiarazione di pubblica utilità ricollegabile all'adozione ed approvazione del pip, la controversia in questione, riconducibile ad un caso di occupazione appropriativa, si sarebbe dovuta ritenere ancora attratta nella giurisdizione dei giudice amministrativo, trattandosi di risarcimento del danno ex art. 2043 cod. civ., derivante da comportamenti ricollegabili all'esercizio di poteri autoritativi.

Con il secondo motivo il Comune di Vimodrone, denunciando omessa e insufficiente motivazione sul punto decisivo del rigetto del motivo di appello sulla nullità della procura e comunque sulla mancanza di legittimazione attiva e interesse dell'attrice, violazione e falsa applicazione dell'art. 2504 bis c.c., comma 1, e conseguentemente dell'art. 100 c.p.c., violazione dell'art. 112 c.p.c., si duole che la Corte d'appello abbia pronunciato sul difetto di legittimazione attiva dell'Eni, prospettato fin dal primo grado, solo per quanto attiene alla validità della procura, non avendo avuto l'ing. S.L., che conferì il mandato ad litem, poteri rappresentativi, ed appartenendo il medesimo all'Agip s.p.a., la fusione nell'Eni aveva provocato l'estinzione delle cariche amministrative interne alla stessa.

Con il terzo motivo il Comune di Vimodrone, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 2697 c.c., violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c., per mancata pronuncia sul motivo d'appello circa la qualità di proprietari e non di meri superficiari dei terzi per effetto dell'occupazione appropriativa, si duole che la Corte d'appello abbia ritenuto la legittimazione passiva del Comune, in quanto esso aveva avviato e gestito la procedura di esproprio, essendone alla fine beneficiario, mentre in realtà i beneficiari sono gli assegnatari, in proprietà, dei singoli lotti, i quali, peraltro, costituendosi in giudizio, hanno aderito ad alcune delle difese del Comune, e dedotto e controdedotto direttamente nei confronti dell'Eni, senza che questa rifiutasse il contraddittorio.

Con il quarto motivo il Comune di Vimodrone, denunciando omessa e insufficiente motivazione sul punto della nullità dell'atto di fusione, decisivo ai fini dell'inammissibilità dell'azione per mancanza della legittimazione attiva dell'attrice, violazione della L. n. 47 del 1985, art. 18, e dell'art. 2501 ter, quater, quinquies, sexies c.c., e art. 1253 c.c., conseguente violazione dell'art. 100 c.p.c., censura la sentenza impugnata per non aver rilevato la nullità dell'atto di fusione, in quanto, non essendovi prova agli atti della relazione degli amministratori anteriore al deposito del progetto di fusione dell'Agip, proprietaria dei terreni, incorporata nell'Eni, non si può escludere che l'azione in giudizio dell'Eni miri a conseguire un vantaggio di cui la stessa aveva già beneficiato nel rapporto di cambio tra le due società, imputando la perdita di proprietà dei terreni come perdita di una somma di denaro ben quantificata, da qui la carenza dell'interesse ad agire.

Con il quinto motivo il Comune di Vimodrone, denunciando violazione e falsa applicazione delle norme in tema di decorrenza del termine di prescrizione e degli effetti interruttivo-sospensivi della domanda di opposizione all'indennità di espropriazione sul termine di prescrizione dell'alternativo e diverso diritto al risarcimento del danno, censura la sentenza impugnata per aver fatto errata applicazione dei principi giurisprudenziali, non tenendo conto che avendo l'incorporata Agip, a suo tempo, agito con opposizione alla stima, ottenendone la sospensione in attesa della definizione del giudizio amministrativo sulla legittimità del procedimento espropriativo, allo stesso modo avrebbe potuto agire tempestivamente per il risarcimento del danno, sicchè l'effetto è stato in definitiva quello di configurare una sospensione del termine di prescrizione per tutta la durata del giudizio sull'indennità, tanto più che la sentenza n. 500 del 1999, sconfessando la pregiudiziale amministrativa, rende la pendenza del giudizio amministrativo mero impedimento di fatto, che non impedisce la decorrenza della prescrizione, dalla data dell'irreversibile trasformazione delle singole aree, dal 1991 al 1996, mentre l'azione risarcitoria era intrapresa dall'Erti solo nel 1999.

Con il sesto motivo il Comune di Vimodrone, denunciando omessa e insufficiente motivazione sul punto della propria buona fede, decisivo al fine di decidere la mancata responsabilità aquiliana, si duole che la Corte d'appello abbia giustificato il comportamento degli assegnatari, autori delle trasformazioni materiali delle aree che hanno dato luogo all'occupazione appropriativa, mentre è proprio il comportamento del Comune che è assistito dalla buona fede.

Con il settimo motivo il Comune di Vimodrone, denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 310 c.p.c., comma 2, per inefficacia della c.t.u. espletata nel precedente giudizio di opposizione alla stima dell'indennità di espropriazione, per estinzione del giudizio;

violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c., per apodittica e quindi omessa motivazione sui motivi di appello inerenti l'esclusione dell'altra c.t.u. formatasi nel giudizio tra il Comune e altri assegnatari di aree del pip; la strumentazione urbanistica applicabile alla data del vincolo preordinato ad esproprio; la mancata applicazione dei criteri di risarcimento per equivalente dei terreni agricoli di cui alla L. n. 865 del 1971; la natura di debito di valore del risarcimento per equivalente; la mancata prova del maggior danno da svalutazione monetaria.

Sulla scorta di tutti i formulati motivi, l'ente ricorrente ha concluso, in via preliminare, per la declaratoria del difetto di giurisdizione del giudice ordinario e, in subordine, per il rigetto della domanda svolta dall'attrice E.n.i. s.p.a. in accoglimento di tutte le altre doglianze avanzate in via ulteriore con riguardo agli altri profili rappresentati.

Con il primo motivo del ricorso incidentale, la s.p.a. E.n.i. denuncia violazione e falsa applicazione di legge, nella parte in cui la sentenza di appello ha disposto l'applicazione della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 1 bis, mentre l'annullamento, da parte del giudice amministrativo, di tutti gli atti della procedura espropriativa, ha reso l'acquisizione del bene da parte della p.a. sine titulo, con la conseguenza che il risarcimento del danno non può che essere commisurato al valore venale.

Con il secondo motivo la ricorrente incidentale censura la sentenza impugnata per aver confermato l'integrale compensazione delle spese in primo grado, e la parziale compensazione in appello.

Preliminarmente, i controricorsi appaiono tempestivi, in particolare il ricorso incidentale E.n.i., notificato al Comune di Vimodrone il quarantesimo giorno dalla ricezione del ricorso principale da parte della s.p.a..

Il primo motivo è infondato.

Le controversie in materia di risarcimento del danno da occupazione appropriativa iniziate in periodo antecedente al 1 luglio 1998, data di entrata in vigore delle norme poste dal D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, art. 34, rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, secondo l'antico criterio di riparto diritti soggettivi-interessi legittimi (Cass. 17 novembre 2005, n. 23241). Le stesse controversie, se iniziate dal 1 luglio 1998 al 10 agosto 2000, data di entrata in vigore della L. n. 205 del 2000, restano - come la presente controversia, iniziata nel 1999 - attribuite al giudice ordinario, per effetto della sentenza n. 281 del 2004, della Corte Costituzionale, che ravvisando nel D.Lgs. 80 del 1998, art. 34 (che pur conteneva nuove regole di riparto della giurisdizione), anteriormente alla riscrittura con la L. n. 205 del 2000, art. 7, un eccesso di delega, ha dichiarato l'incostituzionalità delle nuove ipotesi di giurisdizione esclusiva (Cass. 20 aprile 2005, n. 8204; 21 aprile 2006, n. 9343; 9 giugno 2006, n. 13432).

Il secondo motivo è infondato.

La Corte d'appello ha dato atto che nel corso del giudizio di primo grado è stata prodotta copia del conferimento di procura, in data 16.4.1998, del Dott. B.F., amministratore delegato di Eni s.p.a., all'ing. S.L..

La pretesa tardività della produzione, che secondo il ricorrente avrebbe dovuto avvenire entro la data dell'iscrizione a ruolo della causa, non sussiste, essendo tale giustificazione di poteri sollecitata proprio dall'eccezione di difetto di legittimazione attiva, sollevata dal convenuto, e non essendo richiesta la giustificazione della carica rivestita nella società attrice, all'atto della proposizione della lite (Cass. 15.7.2005, n. 15026).

Riguardo all'ulteriore contestazione, sulla stessa qualità di direttore generale del delegante, il Comune ricorrente non allega di averla tempestivamente eccepita nel giudizio di primo grado o comunque con l'atto d'appello.

Passando all'ulteriore profilo della doglianza, circa l'estinzione del diritto di proprietà, per occupazione appropriativa, anteriormente alla fusione per incorporazione della proprietaria Agip nell'Eni, premesso che non è ravvisabile omissione di pronuncia nella sentenza impugnata (che, sinteticamente ma chiaramente, argomenta come l'anteriorità dell'accessione invertita alla fusione delle società, non comportava l'estinzione del diritto dell'Agip, e quindi dell'incorporante Eni), va ricordato che la fusione di società realizza una successione universale corrispondente alla successione universale mortis causa e produce gli effetti, tra loro interdipendenti, dell'estinzione della società incorporata e della contestuale sostituzione, nella titolarità dei rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo a questa, della società incorporante, che rappresenta il nuovo centro di imputazione e di legittimazione dei rapporti giuridici già riguardanti i soggetti (fusi o) incorporati (Cass. 11.4.2003, n. 5716). Ne consegue l'irrilevanza della precedente perdita della titolarità del terreno, essendo entrato nel patrimonio del proprietario Agip il diritto risarcitorio (senza che rilevi l'esercizio in forma specifica o per equivalente), poi transitato, in via successoria, per effetto della fusione, nell'incorporante Eni.

Il terzo motivo è infondato.

La Corte d'appello ha correttamente considerato il Comune unico responsabile del danno da occupazione appropriativa, avendone promosso e gestito la procedura.

Il ricorrente si duole che il giudice di merito abbia disatteso la propria ricostruzione dei fatti, in termine di occupazione appropriativaintervenuta a favore degli assegnatari, e non del Comune, limitandosi a dedurre la mancata ottemperanza dell'ente all'onere probatorio.

Si ricava dalla L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 27, comma 5, che le aree comprese nei pip sono espropriate dai Comuni secondo quanto previsto dalla stessa legge, in materia di espropriazione per pubblica utilità. La norma richiama dunque quanto previsto dallo stesso corpus normativo, in tema di ablazione degli spazi necessari alla realizzazione di opere pubbliche, negli articoli da 9 a 20, sia in ordine alla procedura amministrativa, che per la determinazione dell'indennità, che per i rimedi concessi al proprietario espropriato.

Da tali norme discende che la responsabilità dell'espropriazione, particolarmente nei suoi aspetti economici, grava esclusivamente sull'ente espropriante - il Comune, cui compete, come già detto, la realizzazione dei programmi produttivi sul territorio - senza mai potersi ammettere, per gli aspetti patologici della procedura, che esso sia tenuto esente dalle conseguenze.

L'occupazione appropriativa è fenomeno che opera a favore della pubblica amministrazione, non certo a favore di privati: il principio dell'accessione viene invertito, nel senso che è la costruzione che attrae la proprietà del suolo, in quanto la prima sia realizzata a fine di utilizzazione pubblica.

Gli assegnatari sono solo titolari del diritto di superficie, in virtù di concessione con l'ente proprietario dei suoli, il Comune appunto, che in quanto autorità preposta al governo del territorio, conferisce il titolo autorizzatorio alla costruzione di manufatti.

L'intervento di trasformazione fisica del bene è compiuto dall'assegnatario, nell'esclusiva veste di esecutore materiale di un progetto la cui attuazione è solo del Comune, il quale non solo espropria, ma anche "utilizza" le aree (art. 27, comma 6).

La costruzione realizzata dagli assegnatari è elemento produttivo, strumentale all'esercizio della attività industriale di ciascuno, che resta privata; è la dimensione complessiva, degli interventi realizzati nell'ambito del pip, che costituisce la dimensione pubblica dell'intervento. Attraverso la trasformazione irreversibile dell'intera zona coperta dal pip, il Comune, in assenza del titolo per una rituale acquisizione del bene, ne diviene proprietario.

I principi giurisprudenziali in tema di solidarietà nell'obbligo risarcitorio del danno da occupazione appropriativa, per cui è chiamato a risponderne, secondo i principi della responsabilità da fatto illecito, l'autore materiale, vanno in subiecta materia applicati con riferimento alla peculiarità dell'intervento, in cui - lo si ricava dal sistema dell'art. 27, in particolare dal comma 6 - il Comune assegna le aree, in proprietà, o mediante concessione del diritto di superficie, solo dopo averle espropriate.(...) Allo stesso modo deve argomentarsi ove sia stata proposta domanda per l'annullamento dell'atto, in epoca anteriore alla concentrazione davanti al giudice amministrativo anche della tutela risarcitoria. Il principio della incomunicabilità dei giudici appartenenti ad ordini diversi, se comprensibile in altri momenti storici, è certamente incompatibile, oggi, con fondamentali valori costituzionali: la pluralità di giudici ha la funzione di assicurare, sulla base di distinte competenze, una più adeguata risposta alla domanda di giustizia, e non può risolversi in una minore effettività, o addirittura in una vanificazione, della tutela giurisdizionale (Corte Cost. n. 77 del 2007). Quella domanda, pur non costituendo (oggi) il prodromo necessario per conseguire il risarcimento dei danni conseguenti all'illegittimo affievolimento del diritto di proprietà, dimostra la volontà (di allora) della parte, di reagire all'azione amministrativa, reputata illegittima: optando per una soddisfazione per equivalente (anzichè per la restituzione), il ricorrente rivela a posteriori di rimanere indifferente al consolidarsi della situazione sostanziale (l'occupazione appropriativa) determinatasi in attuazione del provvedimento illegittimo. La propria pretesa risarcitoria, dunque, è da ritenere azionata fin dal momento in cui egli ritenne di adire il giudice amministrativo per la rimozione dell'atto, del quale l'annullamento, in definitiva, si rivela oggi rimedio superfluo sotto il profilo sostanziale, ma (all'epoca) necessario sotto il profilo processuale.

Sicchè, se anche oggi non può più parlarsi di pregiudiziale di annullamento, potendo il soggetto privato agire anche solo per conseguire il risarcimento del danno, e dunque non presentandosi più, data l'esistenza dell'atto, un ostacolo al conseguimento di una tutela risarcitoria essendo sufficiente che si profili l'ingiustizia del danno, l'azione promossa davanti al giudice amministrativo per la demolizione dell'atto è valsa ad interrompere la prescrizione dell'azione risarcitoria, perchè si conservano gli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta davanti a quel giudice.

Il principio è da ritenere applicabile in ogni ipotesi in cui, anteriormente alla creazione di una giurisdizione "piena" del giudice amministrativo, si sia agito davanti a questo ottenendo l'annullamento dell'atto, ed in seguito si sia adito il giudice ordinario per la soddisfazione dei diritti patrimoniali consequenziali.

Il sesto motivo è infondato.

La doglianza non merita considerazione, partendo dal presupposto che la buona fede (del Comune) si presume, laddove è noto che il cennato principio, sancito dell'art. 1147 c.c., vige in tema di responsabilità contrattuale (Cass. 17.7.2007, n. 15883), mentre riguardo all'azione risarcitoria del danno da occupazione appropriativa, che costituisce fatto illecito, valgono le regole della responsabilità extracontrattuale: il fatto illecito si è configurato per la trasformazione della proprietà privata, in presenza di un atto illegittimo, che il Comune ha reso possibile concedendo il diritto di superficie della aree prima, e rilasciando la concessione edilizia per la costruzione degli impianti dopo, dal che è evidente la colpa per omessa adozione di cautele idonee ad evitare la lesione del diritto di proprietà, in presenza di vizi dell'atto amministrativo da lui stesso emanato. (...) Infondato il profilo di censura inerente l'avvenuta rivalutazione del credito secondo l'indice Istat: l'obbligazione risarcitoria del danno da occupazione appropriativa costituisce debito di valore e deve reintegrare per equivalente, alla data di determinazione del dovuto, le perdite e i mancati guadagni, conseguendone che in aggiunta alla rivalutazione, sulla somma liquidata alla data di consumazione dell'illecito, da rivalutare anno per anno fino alla decisione, spettano gli interessi compensativi per il ritardato pagamento di quanto dovuto, sempre che i mancati guadagni siano provati dal creditore (Cass. 21.4.2006, n. 9410; 6.10.2005, n. 19510).

Deve essere accolto il ricorso incidentale dell'Eni s.p.a..

La pretesa che fa da sfondo alla doglianza, di veder compensata la perdita del bene irreversibilmente trasformato, a valore venale, ha impedito il passaggio in giudicato del quantum del credito risarcitorio: elemento sul quale, in presenza di una pretesa migliorativa da parte del proprietario, deve applicarsi lo ius superveniens, costituito dalla L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 89, lett. e), che ha modificato il D.P.R. n. 327 del 2001, art. 55, nel senso di commisurare il risarcimento del danno da occupazione appropriativa al valore pieno del bene occupato (Cass. 14.1.2008, n. 591), sulle indicazioni della sentenza n. 349 del 2007 della Corte Costituzionale, che con sentenza n. 349/07 - parallelamente alla dichiarazione d'incostituzionalità del criterio di determinazione dell'indennizzo per l'espropriazione rituale (sentenza n. 348/07) - ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del D.L. n. 333 del 1992, art. 5 bis, comma 1 bis, conv. in L. n. 359 del 1992, come aggiunto dalla L. n. 662 del 1996, art. 3, comma 65. »»



CASS 23018/2007: «« uperata l'eccezione di inammissibilità, con il primo motivo del ricorso principale si denuncia il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in quanto la sentenza impugnata avrebbe omesso ogni pronuncia in ordine alla natura dell'occupazione delle aree appartenenti al L. M., e non avrebbe considerato che essa andrebbe ricondotta alla fattispecie dell'occupazione usurpativa; avrebbe inoltre affermato contraddittoriamente che l'opera, realizzata in assenza di legittima dichiarazione di pubblica utilità per l'inutile decorso dei termini previsti per il compimento dell'espropriazione, avrebbe comportato, cionostante, la occupazione appropriativa da parte dell'Amministrazione.

Entrambi i profili in cui si articola la censura in esame sono destituiti di fondamento poichè - contrariamente a quanto mostra di ritenere il ricorrente - la sentenza impugnata, nel riformare sul punto la pronuncia del primo giudice, ha espressamente e motivatamente affermato che la fattispecie in esame si configura come occupazione appropriativa e non usurpativa; nè poi sussiste contraddittorietà di motivazione in quanto il giudice del merito ha precisato, con statuizione non impugnata, che pur in presenza di una dichiarazione di pubblica utilità divenuta inefficace per scadenza dei termini per il compimento delle espropriazioni, l'occupazione acquisitiva si era egualmente compiuta poichè l'irreversibile trasformazione del bene si fondava sulla sussistenza di una valida dichiarazione di pubblica utilità e restava perciò insensibile al la scadenza dei termini fissati per il compimento delle espropriazioni e dei lavori, verificatasi in epoca successiva.

Col secondo motivo si lamenta il vizio di omessa motivazione in ordine alla natura del rapporto contrattuale intercorso tra il Comune di Milazzo e l'Associazione Temporanea di Imprese che non sarebbe riconducibile alla fattispecie della concessione in senso tecnico.

La censura non merita accoglimento poichè la sentenza impugnata ha provveduta a interpretare l'art. 27 bis del contratto di concessione intercorso fra le parti ed ha motivatamente ricostruito la fattispecie in discussione, con ampi richiami alla giurisprudenza di questa Corte, come concessione traslativa nella quale il concessionario avrebbe operato in piena autonomia, in nome proprio ma per conto del concedente, restando esclusa nella specie ogni ipotesi di delegazione amministrativa intersoggettiva.

Con il terzo motivo si denuncia il vizio di o messa motivazione in ordine al rilievo che tutti gli atti relativi all'occupazione d'urgenza e all'espropriazione erano stati compiuti direttamente dal soggetto pubblico.

La censura non ha fondamento poichè la sentenza impugnata ha espressamente riconosciuto che il Comune di Milazzo non ha mai delegato alla cooperativa e alla società poteri ablatori ed ha affermato che tale delega ha luogo solo nei rapporti tra enti pubblici a seguito di delegazione amministrativa intersoggettiva.

Con il quarto motivo si denuncia l'omessa motivazione in ordine al punto decisivo della controversia prospettato dal ricorrente il quale aveva affermato che la responsabilità del Comune sarebbe derivata da omessa vigilanza sulla regolarità della procedura espropriativa.

La censura è inammissibile poichè si dirige in realtà contro la asserita violazione della disciplina giuridica dell'obbligazione risarcitoria nell'ipotesi di occupazione acquisitiva delle aree espropriande, mentre i vizi di motivazione sono esclusivamente quelli concernenti l'accertamento e la valutazione di punti di fatto rilevanti per la decisione e non anche quelli riguardanti affermazioni od applicazioni di principi giuridici, denunciabili a norma dell'art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4, rispetto ai quali il sindacato del giudice di legittimità è limitato al controllo dell'esattezza giuridica della statuizione e alla eventuale correzione o integrazione della motivazione inadeguata, illogica o contraddittoria (Cass. 6 agosto 2003, n. 11883).

Con il quinto motivo si denuncia il vizio di omessa motivazione in ordine al rigetto delle eccezioni di incostituzionalità sollevati dal ricorrente.

La censura non ha fondamento poichè di fronte alla reiezione della denuncia di incostituzionalità la parte interessata ha l'onere di non lasciare passare in giudicato la statuizione che ha applicato la norma della cui legittimità si dubita, ma non anche quello di impugnare la pronuncia negativa del l'accesso alla Corte costituzionale data la possibilità di riproposizione della questione su istanza di parte o su rilievo d'ufficio in ogni stato e grado del processo: pertanto il problema di costituzionalità negli ulteriori gradi del giudizio va risolto in via autonoma e indipendentemente dalla correttezza della motivazione della sentenza impugnata, con la conseguenza che ove la Corte di Cassazione ritenga, contrariamente al giudice di merito, che la questione sia rilevante e non manifestamente infondata provvede direttamente a investire la Corte costituzionale (Cass. 13 maggio 1985, n. 2987).

Nella specie la questione, che denuncia la illegittimità costituzionale della L.R. n. 21 del 1985, artt. 42 e 43 i quali consentirebbero, all'Amministrazione - secondo la prospettazione del ricorrente - di acquisire un bene senza il rispetto della procedura espropriativa togliendo al soggetto privato, in caso di insolvenza del concessionario, la possibilità di qualsivoglia giusto e serio ristoro, è manifestamente infondata poi che anche nella concessione di opera pubblica, non viene meno la responsabilità dell'Amministrazione per i danni derivanti dall'irregolare svolgimento della procedura espropriativa.

Con il sesto ed ultimo motivo viene dedotta una triplice censura.

Si sostiene, innanzi tutto, la violazione del principio generale di diritto sull'obbligo del risarcimento dei danni derivanti da espropriazione il lecita con riferimento sia alle norme interne sia alla disciplina comunitaria.

La censura è inammissibile poichè investe norme che non hanno trovato applicazione nella sentenza impugnata, che è una pronuncia non definitiva che ha rimesso al prosieguo del giudizio ogni decisione relativa alla spettanza e all'ammontare del risarcimento richiesto dal ricorrente.

Si deduce, inoltre che alla stregua delle medesime norme non si sarebbe potuto disporre l'estromissione del Comune di Milazzo per carenza di legittimazione passiva.

La censura - la quale ripropone come violazione di legge quella già prospettata erroneamente come vizio di motivazione con il quarto motivo di ricorso - merita accoglimento poichè l'affermazione della sentenza impugnata secondo cui il concessionario assume direttamente nei confronti dei terzi tutte le obbligazioni negoziali, indennitarie e risarcitorie derivanti dall'esecuzione dell'opera da esso materialmente realizzata non comporta l'esclusione della responsabilità solidale dell'autorità delegante la quale conserva la titolarità dei poteri ablatori e risponde dei danni derivati al titolare dei beni espropriandi per il mancato o tardivo esercizio della potestà ablatoria e il conseguente acquisto a titolo originario del bene a seguito del la sua irreversibile trasformazione.

L'accoglimento del secondo profilo della censura in esame comporta l'assorbimento del terzo profilo con il quale si denuncia la violazione della L.R. n. 21 del 1985, art. 42 e si sostiene che l'obbligazione risarcitoria derivante dall'occupazione acquisitiva del bene privato costituisce un atto illecito derivante dal mancato esercizio del potere espropriativo e si solleva, in subordine la questione di illegittimità costituzionale della norma suddetta.

Va quindi preso in esame il ricorso incidentale condizionato del Comune di Milazzo.

Con il primo motivo si contesta la giurisdizione del giudice ordinario, ribadita nella sentenza impugnata, poichè questi non potrebbe esercitare un sindacato diretto sugli atti amministrativi relativi alla procedura espropriativa, dei quali è stata chiesta la disapplicazione.

La censura non merita accoglimento poichè, premesso che nella specie il giudice adito non ha disapplicato in via incidentale alcun atto amministrativo valido ed efficace, seppur illegittimo, ma si è limitato a rilevare che l'opera pubblica ha avuto esecuzione senza che alla dichiarazione di pubblica utilità abbia fatto seguito alcun tempestivo decreto di espropriazione, va considerato che le controversie in materia di occupazione appropriativa iniziate sino al 9 agosto 2000 restano attribuite al giudice ordinario per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 281 del 2004 che ha dichiarato l'incostituzionalità per eccesso di delega del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34 e sono attribuite alla giurisdizione del giudice amministrativo solo a far data dal 10 agosto 2000, data di entrata in vigore della L. n. 205 del 2000, che all'art. 7 ha riformulato l'art. 34 innanzi citato (SS.UU. 27 giugno 2007, n. 14794).

Con il secondo motivo si denuncia la violazione della L. 22 ottobre 1971, n. 864, art. 20, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, poichè nella specie la procedura espropriativa avrebbe avuto regolare compimento in considerazione del fatto che l'opera pubblica sarebbe stata ultimata entro il periodo di occupazione legittima e il decreto di espropriazione è stato emanato in data 30 dicembre 1996 sicchè avrebbe dovuto essere respinta la pretesa risarcitoria dedotta in giudizio.

La censura non ha fondamento poichè la sentenza impugnata ha correttamente osservato che la irreversibile trasformazione del bene non è stata seguita da un tempestivo decreto di espropriazione e che la rinnovata dichiarazione di pubblica utilità disposta con decreto assessoriale del 3 marzo 1995, n. 235/14, seguita dal decreto di espropriazione del 1996 - successivo alla notificazione della domanda introduttiva del giudizio - non valeva a privare di effetti l'acquisto a titolo originario della proprietà da parte dell'Amministrazione per effetto della avvenuta realizzazione dell'opera pubblica e della conseguente occupazione appropriativa già verificatasi, la quale veniva a provare di oggetto il decreto di espropriazione successivamente emanato.

Nè vale il richiamo a provvedimenti giudiziali e amministrativi che avrebbero protratto la durata dell'occupazione legittima, trattandosi di questione nuova, mai sottoposta all'esame del giudice di merito.

Le considerazioni innanzi esposte consentono di rigettare anche il terzo motivo di ricorso con il quale si contesta la statuizione di rigetto dell'eccezione di inammissibilità della domanda risarcitoria proposta in giudizio dal L.M. in base alla considerazione che il procedimento espropriativo aveva avuto regolare svolgimento essendosi concluso con il decreto di espropriazione del 1996.

Con il quarto motivo si denuncia la violazione e la falsa applicazione della L. Fall., art. 24 e dell'art. 112 c.p.c., e si sostiene che la mancata insinuazione del credito risarcitorio nel passivo fallimentare della soc. Edilter avrebbe comportato l'inammissibilità di qualsiasi protesa di rimborso da parte del Comune, dovendo escludersi qualsiasi ipotesi di successione di questo nei confronti dei rapporti obbligatori del fallito.

La censura è destituita di fondamento in quanto il Comune non è chiamato a rispondere delle obbligazioni assunte dalla società concessionaria dell'opera pubblica con la stipula del contratto intercorso tra le parti, ma è solidalmente obbligato, insieme al concessionario, per i danni subiti dal L.M. in dipendenza del mancato rituale completamento della procedura espropriativa e per la perdita definitiva della proprietà dell'area occupata a seguito della sua irreversibile trasformazione per l'intervenuta realizzazione dell'opera pubblica in assenza di un tempestivo provvedimento ablatorio.

Con il quinto motivo si denuncia la violazione dell'art. 91 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, e si sostiene l'erroneità della compensazione delle spese giudiziali tra le parti in quanto la soccombenza dell'attore ne avrebbe comportato la condanna al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio.

L'esame della censura in oggetto resta assorbito dal rilievo che l'accoglimento del ricorso del L.M. nei confronti del Comune di Milazzo travolge la sentenza impugnata e comporta una rinnovata disciplina delle spese giudiziali ad opera del giudice di rinvio.

Dev'essere quindi esaminato il ricorso incidentale proposto dalla Agnello Costruzioni s.r.l..

Con il primo motivo si denuncia la violazione dell'art. 112 c.p.c. e il vizio di motivazione in quanto la sentenza impugnata avrebbe omesso ogni pronuncia sui primi tre motivi di appello, con cui era stato dedotto l'erroneità della pronuncia del primo giudice il quale non avrebbe considerato che nella specie si erano avuti due provvedimenti di occupazione d'urgenza, in forza di due ordinanze emesse rispettivamente il 18 settembre 1990 e in data 6 dicembre 1991 aventi a oggetto due aree distinte.

La censura è inammissibile per difetto di interesse in quanto la ricorrente non contesta l'avvenuta occupazione acquisitiva avvenuta per la mancata tempestiva emanazione di un decreto di espropriazione nei termini previsti dalla originaria dichiarazione di pubblica utilità, la quale assorbe ogni questione relativa alla regolarità dei provvedimenti di occupazione d'urgenza.

Con il secondo motivo viene dedotta la violazione e la falsa applicazione della L. n. 2359 del 1865, art. 13 e della L. n. 166 del 2002, art. 4 in relazione alla L. n. 158 del 1991, in quanto - premesso che nella specie si era avuta una prima dichiarazione di pubblica utilità nel 1988 e una seconda nel 1995 - erroneamente sarebbe stata esclusa l'efficacia della seconda dichiarazione di pubblica utilità, intervenuta quando per effetto delle leggi di proroga la procedura espropriativa originaria era ancora in corso.

La censura non ha fondamento poichè la rinnovazione della dichiarazione di pubblica utilità è possibile solo dopo la scadenza dei termini della originaria dichiarazione di pubblica utilità ma non può spiegare efficacia con riferimento a beni che siano già stati acquistati a titolo originario dal l'espropriante per effetto di occupazione appropriativa, come correttamente osservato dalla sentenza impugnata.

Nè vale il richiamo alle leggi di proroga le delle occupazione in corso in quanto nella specie il decreto di espropriazione è intervenuto dopo il decorso dei termini finali indicati nella dichiarazione di pubblica utilità quando si era già verificato l'acquisto a titolo originario del bene per la sua irreversibile trasformazione.

Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell'art. 1362 c.c. e segg., nonchè della L.R. n. 21 del 1985, art. 42, L.R. n. 20 del 1996, art. 20 e L.R. n. 22 del 1996, art. 16, e infine degli artt. 100 e 111 c.p.c., e della L. Fall., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 e sostiene che erroneamente sarebbe stata ritenuta la sua legittimazione passiva per essere subentrata con contratto del 2 aprile 1997 all'originaria Associazione Temporanea di Imprese, poichè detto contratto non era un contratto di concessione, bensì un semplice contratto di appalto avente a oggetto l'esecuzione delle espropriazioni e dei lavori da eseguirsi a far data dal 2 aprile 1997, dopo l'estinzione dell'originario mandato con rappresentanza conferito alla soc. Edilter a seguito del suo fallimento.

La censura non può trovare accoglimento anche se la motivazione della sentenza impugnata merita opportuna correzione.

Va infatti considerato che l'associazione temporanea di due o più imprese nell'aggiudicazione di lavori pubblici è fondata su un rapporto di mandato con rappresentanza, gratuito e irrevocabile, conferito collettivamente da una o più imprese ad altra impresa, denominata capogruppo, la quale è legittimata a compiere nei rapporti con l'Amministrazione, ogni attività giuridica connessa o dipendente dal contratto e produttiva di effetti giuridici direttamente nei confronti delle imprese mandanti sino all'estinzione del rapporto, salva restando, peraltro, l'autonomia negoziale delle imprese riunite per quanto concerne la gestione dei lavori a ciascuna di esse affidati ed i rapporti con i terzi (Cass. 11 maggio 1998, n. 4728).

Ne consegue che, quale che possa essere la portata del contratto stipulato il 2 aprile 1997 trai la Agnello Costruzioni e il Comune di Milazzo - mai peraltro specificamente indicato in sentenza - in forza del quale la società mandante sarebbe subentrata in tutti i rapporti attivi e passivi della fallita Edilter s.r.l., la disciplina del proseguimento della vicenda negoziale dopo il fallimento della società capogruppo non produce alcun effetto rispetto alle obbligazioni nascenti da comportamenti illeciti nei confronti dei terzi i quali determinano la responsabilità individuale esclusiva del l'impresa titolare del lotto di lavori nell'ambito del quale è stato compiuto l'illecito.

Ne consegue che per sottrarsi alle pretese risarcitorie avanzate dal L.M. la Agnello Costruzioni s.r.l. avrebbe dovuto eccepire e provare non già che il contratto in questione aveva a oggetto unicamente l'esecuzione dei lavori ancora a compier si e non comportava alcun subingresso nelle obbligazioni pregresse della società capogruppo fallita, ma avrebbe dovuto eccepire e provare che unica autrice della irreversibile trasformazione dei terreni del L. M. era stata la Edilter s.r.l., tenuta in via esclusiva al risarcimento dei danni per la perdita della proprietà dei suoli da parte del loro titolare il quale avrebbe dovuto a tal fine trasferire la propria domanda in sede fallimentare.

Con il quarto motivo si denuncia la violazione della L.R. n. 21 del 1985, artt. 42, 43 e 44 in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, e si sostiene che, anche nell'ipotesi di successione della società ricorrente nelle obbligazioni derivanti dall'atto di concessione il concessionario non risponderebbe anche del prezzo dei terreni destinati all'esecuzione dell'opera pubblica.

La censura non può trovare accoglimento poichè si fonda sull'erroneo presupposto che la ricorrente sia stata chiamata a corrispondere l'indennità di espropriazione mentre nella specie è stato ribadito che si versa in un'ipotesi di occupazione appropriativa e che il giudizio ha ad oggetto il risarcimento dei danni subiti dall'attore per la perdita definitiva del suo terreno in assenza di qualsiasi provvedimento ablatorio.

Con il quinto motivo si sostiene che erroneamente la sentenza impugnata avrebbe interpretato il contratto originario come contratto di concessione poichè in realtà si tratterebbe di mero appalto e conseguentemente gli oneri di espropriazione farebbero carico esclusivamente al Comune di Milazzo, secondo la disciplina espressa contenuta nell'art. 27 bis del contratto stesso.

Le argomentazioni svolte nell'esame del motivo di ricorso che precede consentono di rigettare anche la censura in esame poichè nella specie non vengono in discussione "le indennità di espropriazione, di asservimento ed accessorie" cui fa riferimento la clausola contrattuale riportata in ricorso, bensì il risarcimento dei danni derivanti dalla occupazione appropriativa.

Con il sesto ed ultimo motivo si contesta la responsabilità esclusiva del concessionario per le indennità risarcitorie per occupazione illegittima.

La censura, ancorchè formulata con impropria terminologia ed in forma del tutto generica e non argomentata, merita accoglimento, essendo già stata affermata nei confronti del Comune di Milazzo la responsabilità solidale di concedente e concessionario per i danni arrecati all'espropriando assoggettato ad occupazione appropriativa.

In conclusione, in accoglimento per quanto di ragione del sesto motivo del ricorso principale e del sesto motivo del ricorso incidentale della Agnello Costruzioni s.r.l. la sentenza impugnata de v'essere cassata limitatamente ai mezzi accolti e la causa dev'essere rinviata ad altro giudice il quale si conformerà al principio di diritto secondo cui nella concessione traslativa di opera pubblica, la responsabilità per i danni derivanti dall'occupazione acquisitiva dell'area destinata alla realizzazione dell'opera pubblica incombe in solido al concedente e al concessionario. »»





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